domenica 30 maggio 2010

Invito alla lettura: la poesia di Anne Sexton



Bellissima, passionale, economicamente fortunata. Forse non avrebbe ascoltato la poesia che aveva sottopelle, se il suo analista, dopo il primo tentativo di suicidio, non le avesse suggerito di scrivere. Una terapia che è valso il Pulitzer nel 1967 e la fama mondiale, nonché il ruolo di maggiore esponente tra i poeti confessionals americani. Ma neanche la famiglia e le figlie sono bastate a sanare quel turbamento che ha tanto a lungo assillato i giorni e le notti: solo il suicidio ha segnato la fine di una vita tutt’altro che comune, per una donna che ha trovato la propria strada poetica, diversa da tutti i contemporanei e i poeti tradizionali, perché istintiva e di modesta formazione intellettuale.


Questa, in breve, la vita breve ma intensa della poetessa Anne Sexton (1928-1974). La sua esperienza poetica può essere riassunta con le sue stesse parole: «I don’t know what the poem will be and I start out writing and it looks wrong». 


Componenti oniriche, surrealistiche si affacciano in poesie trasognate e angosciate, in cui la metrica è sempre più svincolata dalla concezione tradizionale. E fin da subito la Sexton primeggia in immagini crude e concrete, che nel loro aggrovigliarsi non pacifico tradiscono liricità, quasi loro malgrado. È una realtà brutale quella delle sue poesie, veritiera (o verosimile) a costo di far male, come i tagli netti nella tele di Fontana. Così, i sentimenti stereotipati della società benpensante e borghese degli anni ’60 sono continuamente spogliati della finzione, e denudati, sotto la luce drammaticamente realistica della penna di Anne Sexton.


Sessualità e morte, quasi indissolubilmente legate, si intersecano o si scontrano con la religiosità continuamente agognata, e mai raggiunta. Se molti simboli nelle poesie riportano al cattolicesimo (fatto singolare vista la confessione protestante della poetessa), non è possibile ravvisare una vera fede. O meglio, l’autrice avverte un richiamo metafisico, cui però non riesce mai a rispondere, radicata fortemente alla vita terrena. 
Vita terrena che è oggetto delle sue poesie senza risparmiarsi nulla (e si pensi alle censure etiche ancora tanto vive negli anni ’60): sensualità ed erotismo senza veli, ma anche violenza e complessi edipici mai risolti, per questa poetessa che non rinuncia mai a mettersi in primo piano, come filtro del mondo ma anche come interprete. D’altra parte, l'imprescindibile presenza dell’io-lirico si spiega anche con le mosse autobiografiche della scrittura che, come ho detto, doveva essere una terapia psicanalitica.

Nel 1997, l’editore milanese Crocetti, da sempre attento alle realtà poetiche mondiali, ha riproposto una selezione dei testi di Anne Sexton (a cura di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin e Edoardo Zuccato), dalla raccolta del ’60 To Bedlam and Part Way Back (In manicomio e parziale ritorno) fino alle opere postume The Awful Rowing Toward God (Il tremendo remare verso Dio) e 45 Mercy Street. Vi si trovano testi di capitale importanza, come il bellissimo e disperato poemetto The Double Image (La doppia immagine), in cui la poetessa costruisce versi di una sconcertante crudezza, servendosi di un efficace sistema iterativo e di immagini che restano – quasi icastiche – impresse sulla retina della fantasia collettiva (e proprio per questo diventa impossibile riproporre qui un breve assaggio). 


Ma si incontrano anche (poche) poesie di denuncia sociale, che hanno reso Anne Sexton una proto-femminista. Leggiamo, ad esempio, Housewife, precoce e vivida immagine di un certo modello di donna-moglie:

Some women marry houses.
It’s another kind of skin; 
it has a heart,
a mouth, a liver and bowel movements.
The wall are permanent and pink.
See how she sits on her knees all day,
faithfully washing herself down.
Men enter by force, drawn back like Jonah
into their fleshy mothers.
A woman is her mother.
That’s the main thing.


Tra le poesie scelte, non mancano omaggi alla più celebre raccolta, Love poems (1969), in cui l’amore viene osservato da prospettive sempre cangianti e mutevoli – indefinitamente drammatiche, o provocatorie e sensuali. Vi offro qui l’intensa Us, in cui a una prima strofa prettamente descrittiva segue una seconda strofa dal ritmo incalzante, che prepara e rimanda all’incontro dell’io-lirico e dell’amante:

I was wrapped in black
fur and white fur and
you undid me and then
you placed me in gold light
and then you crowned me,
while snow fell outside
the door in diagonal darts.
While a ten-inch snow
came down like stars
in small calcium fragments,
we were in our bodies
(that room that will bury us)
and you were in my body
(that room that will outlive us)
and at first I rubbed your
feet dry with a towel
because I was your slave
and then you called me princess.
Princess!

Oh then
I stood up in my gold skin
and I beat down the psalms
and I beat down the clothes
and you undid the bridle
and you undid the reins
and I undid the buttons,
the bones, the confusions,
the New England postcards,
the January ten o'clock night,
and we rose up like wheat,
acre after acre of gold,
and we harvested,
we harvested.

Come potete osservare, non vi ho (stranamente) accorpato alcuna traduzione italiana. Se il lavoro dei curatori è senza dubbio encomiabile, non si dica lo stesso della traduzione, in alcuni casi decisamente discutibile: è sempre complesso riprodurre testi poetici in tutti gli aspetti fonici, contenutistici e ritmici, ma qui lo sforzo non sempre è premiato dai risultati. 
Dunque, vi invito ad attraversare la poesia di Anne Sexton direttamente, partendo dalla selezione della Crocetti, ma tenendo l’occhio sul testo originale (e ricorrendo qualora alla traduzione solo per singole parole). Il risultato sarà senza dubbio non solo una lettura indelebile; sarà un'esperienza.



GMG

sabato 29 maggio 2010

Reset

Reset
di Marco Abundo
Universitalia, 2010

La solitudine, la coca e un problema: così inizia Reset.

Nuovo romanzo del giovane scrittore romano d'adozione, Reset si può anche tradurre in "Scelte".


Sei personaggi in cerca di senso, di un guizzo di vita. La droga, l'isolamento, i trip pschedelici scandiscono debolezza e vicende mescolate dall'insoddisfazione.

Giovanna e Carlo stanno insieme da tempo, ma le cose non girano.
Un viaggio a New York, un incontro casuale e la prova del fuoco: scambio di coppia proposto da lei, cammuffato da gioco erotico condiviso, nasconde in realtà un: "Voglio vedere fino a che punto mi ami". Lui, Carlo, convinto si trattasse di un intramezzo fine a se stesso, ottimo per dare un pò di pepe ad una storia arenata sulla routine, qualcosa di cui dimenticarsi a breve, esperienza di coppia e non di singoli, accetta.
L'addio è una scure che si abbatte immediatamente. Tragico, pieno di pathos.
"Tu non mi ami, io non ho fatto l'amore con l'altro uomo".
Assente il dialogo di coppia, un confronto, un parlarsi: il trucco, l'inganno (o la scusa?) è stato architettato nella mente solitaria della donna, servito su un piatto d'argento, indorato con un filo d'olio, al fidanzato. Che si è servito, in buona fede.
Carlo scoprirà altre scottanti verità sulla sua compagna e quest' ultima precipiterà nel baratro più nero, quasi fosse una punizione divina.
Veniamo ad Adele, forse il personaggio più riuscito di tutto il libro.
Suora di clausura. Così noi crediamo. Cerca la fuga dal convento nel mare, amante di miti, leggende e streghe, danza a piedi nudi sulla spiaggia. Incontrerà l'amore, ma sarà solo per poco.
In questo personaggio l'influsso delle storie di Dan Brown è lampante ma c'è un perchè e l'autore ce lo spiega soltanto alla fine.
Teorie millenaristiche portate fino al paradosso non sono altro che sintomi.

E ora arriviamo al reset.
Quello che almeno una volta a testa, tutti i personaggi- principali o minori - nominano.
Può, un uomo, rinnovarsi e fare reset fino in fondo, lasciandosi alle spalle ciò che ora è diventato e i motivi per cui questo è accaduto?
Marco Abundo dà voce a questo desiderio, a tratti infantile o irreale.
Il rischio, per tutti costoro, è un ennesimo tunnel.
Noi, lettori, arriviamo nell'ultimo millimetro del precipizio, guardiamo giù e scopriamo una voragine di aguzzi spunzoni di montagna e distese di notte increspate fra le onde.
Sentiamo il rimbombar degli abissi e sappiamo che ognuno di questi esempi d'umanità deve necessariamente prendere una scelta.

Chiudiamo il libro con delle domande in sospeso: il cocainomane figlio di un trans affronterà la sua dipendenza e disperazione? La suora sarà in grado di andare oltre se stessa, oltre la malattia, oltre le scoperte? Il medico, forse assassino, sarà plasmato dalle vicende vissute?
La donna immersa nel lutto comprenderà l'Amore? Soprattutto: costoro sono realmente consapevoli del loro tunnel? Può bastare un padre che esorta il figlio a proseguire negli studi, affinchè questo si renda conto che sta distruggendo la sua vita con la cocaina? Può bastare un'operazione chirurgica a sanare i dubbi e dilemmi di un uomo infelice?
Perchè è da queste consapevolezze strazianti, questo vedere la miseria dritta negli occhi, che può nascere il reset. Il capire, profondo.
Mille domande ancora aleggiano su di noi, come fantasmi. In fondo il bello è questo: chiudere un libro ed avere ancora mille interrogativi su cui pensare. E' un modo per rimanere nel cuore della gente, toccando pregiudizi, paure e dubbi e questo Marco lo sa fare molto bene.
Reset è cangiante: crudo o poetico, vicino all'animo o psichedelico.
Interessante nell'alternanza di prosa, poesia, testi di canzoni e fotografie.
Il ritmo segue le vicende, come la narrazione si adatta ai cenni d'amore tanto quanto alla cruda vendetta che umilia e sminuisce.

Marco Abundo non è nuovo sulla scena letteraria: può vantare nel suo curriculum letterario la partecipazione a varie antologie, la vittoria a notevoli concorsi, la collaborazione con Perrone Editore.
Amante dello zen, delle filosofie orientali, della musica, della letteratura, in Reset ha cercato di creare un'opera in cui tutte queste passioni, inclusa l'informatica, entrassero come elementi cardine.

Occhi di Notte

mercoledì 26 maggio 2010

Dormono sulla collina. Invito alla lettura dell'Antologia di Spoon River


Antologia di Spoon River
(Spoon River Anthology)
di Edgar Lee Masters

edizione italiana consigliata: Einaudi, 2009
a cura di Fernanda Pivano

Nel 1607, ad Heidelberg, fu ritrovato un codice (poi denominato Antologia Palatina) che conteneva una ricchissima raccolta di epigrammi in lingua greca. Secondo la natura multiforme del genere – l’epigramma nasce, per definizione, come iscrizione encomiastica o funeraria, ma si apre presto ad argomenti come la satira sociale, l’erotismo, mantenendo come caratteristica peculiare la brevitas – i temi trattati erano moltissimi. Il libro VII, in particolare, conteneva epigrammi funerari, caratterizzati da una varietà di tono che spaziava da una composta malinconia a un’ironia tipica della satira. Esemplare di questa tendenza, per darne un’idea, l’epigramma di Leonida di Taranto dedicato a Maronide, vecchia beona, che nella sua tomba geme non per la nostalgia dei suoi figli o del marito malato, ma per la coppa vuota dalla quale non potrà più bere.

Questo preambolo “classicista” non è fine a se stesso. L’Antologia Palatina, infatti, offrì un modello dinamico e poliedrico a Edgar Lee Master quando – erano i primi anni del XX secolo – decise di raccogliere in un libro i volti e le storie dei due paesi della sua vita, Lewinston e Petersburg. Ciò che ne nacque fu, appunto, una raccolta di epigrammi funerari, un’Antologia dell’immaginaria Spoon River. L’Antologia Palatina fornì una base ideale su cui sviluppare una vena affabulatoria prorompente, tale da costruire un vero e proprio epos del villaggio e dei suoi abitanti.
Ma, attenzione, si tratta sempre di un epos moderno, e soprattutto americano: i Poeti, per Edgar Lee Masters, sono i “ruggenti” Omero e Walt Whitman. In quest’epos trovano spazio i dibattiti politici, l’anelito alla democrazia, litigi d’affari, la guerra, persino un crash finanziario e il fallimento di una banca. Il tutto ricondotto alla prospettiva del singolo – anzi, di più singoli, perché molti eventi sono presentati da punti di vista incrociati (moglie e marito, per esempio, o la vittima e il suo assassino), che offrono uno sguardo d’insieme su un gioco di illusioni e menzogne che, sub specie aeternitatis, ha tutto il sapore di un sarcastico scacco matto.

Come mai, ditemi,
io, il più dotto degli avvocati,
che conoscevo Blackstone e Coke
quasi a memoria, che feci la più bella arringa

mai sentita in tribunale, e scrissi

una difesa che meritò l'elogio del giudice Breese -
come mai, ditemi,
mi trovo qui senza un segno, dimenticato,
mentre Chase Henry, l'ubriacone del villaggio,
ha un blocco di marmo, sormontato da un'urna,
su cui la Natura, in vena d'ironia,

ha seminato un'erbaccia in fiore?
(Il giudice Somers)

Ogni ritratto ha una sua individualità irripetibile e parla da una propria, sospesa solitudine di ombra. A molte storie di Spoon River si può applicare perfettamente la bipartizione di Lessing per l’epigramma, costituito da Erwartung (attesa) e Aufschluß (conclusione, sententia finale).
Gli ultimi messaggi di coloro che “dormono sulla collina” racchiudono, ciascuno nello spazio di una dozzina di versi, una vita intera, o il momento decisivo che ha cambiato per sempre questa vita – che, spesso, ne ha segnato la rovina; o il significato che a questa vita si voleva dare, spesso una pretesa di immortalità o di giustizia; ancora, una giustificazione coi posteri per le proprie azioni, un’ammissione di colpe o viltà.

Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue lusinge;
il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

Ora so che bisogna alzare le vele

e farsi portare dai venti della sorte

dovunque spingano la nave.
Dare un senso alla vita può sfociare in follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vago desiderio –
è una nave che, bramando il mare, ne ha paura.

(George Gray)


L’Antologia di Spoon River resta, infatti, in bilico tra la malinconia delle ombre e la frenesia vitale di cui queste sono il simulacro. Nel vers libre di Edgar Lee Masters – “meno del verso e più della prosa” secondo le sue stesse parole – risuonano voci che, pur raccontando delle loro tribolazioni, dei loro figli in guerra, del denaro perduto o di geni sprecati o sopravvalutati, hanno in sé l’eco di qualcosa che è stato e non è più. Tremendamente classici nella loro modernità, gli abitanti della collina protendono dalle loro tombe sguardi senza tempo, richiedono di portare un messaggio.

Noi aleggiamo in questo luogo – noi, le memorie,
e ci copriamo gli occhi per timore di leggere:

“17 giugno 1884, all’età di 21 anni e 3 giorni.”
E tutto è cambiato.

E noi – noi, le memorie, restiamo qui sole con noi stesse,

perché nessun occhio s’accorge di noi, né saprebbe perché siamo qui.

(…) Tutto è dimenticato, tranne che da noi, le memorie,

che siamo dimenticate dal mondo.

(Edith Conant)


Quel messaggio è nel loro corpo dissolto, nel significato delle loro azioni e dei loro ideali, nei loro ritratti inciso in forma di epigrammi. Ritratti entrati nella storia e immortalati da Fabrizio De André, che nel memorabile album Non al denaro, né all’amore né al cielo (1971) ripropose quei volti, con delle ballate che rivestirono le storie di Edgar Lee Masters di struggente incisività.

Forse credi, viandante, che il Fato
sia una trappola al di fuori di te,

che puoi evitare grazie all’uso di cautela

e saggezza.

Così tu credi, osservando le vite di altri uomini,

come uno che, vestito da Dio, si chini su un formicaio
vedendo nei loro problemi la possibile soluzione.

Ma addentrati nella vita:

col tempo vedrai il Fato avvicinarsi

nella forma della tua immagine nello specchio;

oppure mentre siedi solo al focolare,

e all’improvviso la sedia accanto a te avrà un ospite,

e tu riconoscerai quell’ospite,

e gli leggerai il vero messaggio negli occhi.

(Lyman King)

L. Ingallinella

lunedì 24 maggio 2010

Viva Coppi!

Viva Coppi!
di Filippo Timo
Monboso, Pavia 2010

con prefazione di Dino Messina

pp. 347
€ 18.00


Una passione manifesta e una rispettosa ricostruzione biografica, attenta e mai indiscreta, garantiscono ai lettori un libro "garbato", misurato tra aneddottica e romanzo, e dettagliato nella ricostruzione storico-sportiva, senza sbavature o inutili ornamenti. 
Anche i meno avvezzi al ciclismo non incontreranno difficoltà: prima ancora di una biografia sportiva, Viva Coppi! è un omaggio a un grande uomo, riservato e timido, infaticabile e appassionato, altruista e determinato, tormentato nella vita quanto determinato in gara. Non sono che molte delle caratteristiche che l'autore delinea con chiarezza, in pagine piacevolissime, a cominciare dalla scelta felice di Filippo Timo di partire dalle primissime pedalate di Fausto, dalla sua infanzia a Castellania, senza trascurare nessun particolare della sua crescita nel tortonese. Così, da Viva Coppi! emerge un Coppi inedito, ricostruito a partire da un attento e paziente lavoro filologico sui documenti e sui giornali dell'epoca (possibile solo grazie alle competenze di Filippo, dottorando in Filologia Moderna), fino a un contatto diretto con i famigliari e gli amici di vecchia data di Coppi, che hanno recentemente riconosciuto il valore documentario di quest'opera. E l'impressione, di pagina in pagina, è che Filippo abbia veramente conosciuto Coppi: il profilo non è delineato con una comune e impersonale matita, ma a carboncino - sfumato laddove i dati sono parchi, più marcato dove il riscontro è certo o verosimile. E allo stesso modo sono impressi sulla pagina altri campioni del ciclismo, gli indimenticati Cavanna, Girardengo, Milano, Koblet,... Per non parlare dell'amico-rivale Gino Bartali, di cui emerge un bellissimo e contraddittorio ritratto, tra toscanismi ed episodi passati alla storia. E ancora, non si trascura neanche la vita privata di Coppi, tuttavia accennata più che indagata: non mancano luci soffuse e veli che sfocano i particolari, qualora rischiassero di sterzare nel pettegolezzo (si pensi al tanto discusso innamoramento di Coppi per la Dama Bianca). E dai pettegolezzi Timo si guarda bene: la sua biografia di Coppi vuole essere innanzitutto un omaggio, non una speculazione. 

La stessa cura si manifesta nella narrazione, tradizionale, partecipata ma priva di commenti, lenta e senza strappi, come un ciclista che deve affrontare un lungo percorso (ben oltre 300 pagine!) e risparmia le energie per la fuga finale: non ci sono soste inutili, né corse che alterino l'equilibrio strutturale. Al contrario, la sobria divisione in capitoli numerati e in paragrafi garantisce un'interruzione più che altro pragmatica, utile per riflettere su quanto letto. Ma non ci sono mai bruschi passaggi, né improvvisi spostamenti di scena: la penna è sempre focalizzata su Fausto, e sulla sua bicicletta. 
E non c'è bicicletta senza gara, né gara senza percorso. Dunque, se l'attenzione alle descrizioni paesaggistiche è costante, non è un caso che l'autore, tortonese, indulga nella descrizione generosa delle sue colline e della pianura pavese, con uno sguardo preciso e talvolta commosso. Come commossa è la partecipazione alle vittorie e alle sconfitte del Campionissimo: a volte sfocia in un contenuto (ma innegabile) tifo, che si manifesta stilisticamente in frequenti esclamative e climax ascendenti. 
Suspense e, al contrario, distensione fanno di questa biografia romanzata una lettura imprescindibile in questo periodo di Giro d'Italia, per intraprendere anche noi una continua gara con le pagine per arrivare al traguardo e conoscere ogni tappa di un grande Coppi. 

GMG

Presto l'intervista all'autore! Avete domande? Aggiungete qui tra i commenti!

sabato 22 maggio 2010

"Il Salotto": intervista ad Armando Garbarini




Ciao Armando,
grazie per aver accettato l’invito al nostro “Salotto” per una chiacchierata informale sulla tua poesia (ricordiamo ai lettori la nostra recensione alle opere di Armando: clicca qui). Iniziamo subito…

Quando è nata in te la passione per la poesia? E quando hai iniziato a scrivere? Si tratta di due momenti distinti o strettamente collegati?

La passione per la poesia in me è nata sui banchi di scuola, alle medie.
Avevo 14 anni il mio poeta preferito era Leopardi ed un giorno chiusi gli occhi e pensai: «Anche io posso scrivere poesie o almeno credo», cosi nacque la mia prima poesia in assoluto dal titolo L’Amore, che ancora oggi custodisco nel mio cuore come la poesia che fece di me un sostenitore dei sogni.
Sono assolutamente due momenti strettamente collegati fra di loro.
L’amore per la narrativa per esempio arrivò molto dopo, alle superiori.

Cosa significa nel Duemila essere un poeta “a tempo pieno”?
Significa Sacrificio, forza morale e tanta pazienza, non penso ci siano altre parole così significative per descrivere un poeta ai giorni nostri. Comunque un poeta non deve mai farsi sopraffare da queste parole ma deve uscirne vincitore, non dimenticando mai da dove viene, non dimenticando mai l’umiltà e non dimenticando mai di descrivere.

Eventi, presentazioni, incontri, concorsi, fiere librarie, internet: quali mezzi preferisci per far conoscere la tua poesia?
Senza dubbio preferisco gli incontri con la gente, questo mettersi in gioco continuo con i pareri dei tuoi lettori o semplicemente anche chi non la pensa come te o chi vorresti che ti leggesse perché credi che ti apprezzerebbe, comunque anche perché mi piace stare in mezzo alle persone, poi viene la mostra del libro di Torino, poi concorsi e internet.

È difficile parlare delle proprie opere o sulla timidezza prevale il desiderio di farle conoscere?
Non è mai stato difficile per me parlare delle mie opere perché ho sempre tanto da dire, le mie timidezze risplendono vive in altri lidi.

Ricordiamo nelle tue opere un omaggio a Gozzano: possiamo considerarlo un tuo modello poetico? Insieme a quali altri scrittori?
Gozzano sicuramente è un mio modello poetico, ma altri ardono molto più forte ancora di lui, dentro di me come per esempio John Keats ed Emily Dickinson e Baudelaire e Patrizia Cavalli.

Oltre alle poesie, hai frequentato altri generi di scrittura?
Si, ho un grande sogno da realizzare. Pubblicare un libro per ogni genere letterario.
Fino ad ora oltre a due raccolte di poesie, ho pubblicato una favola.

Nelle tue opere c’è un forte legame tra poesia e immagini, spesso presenti nelle tue opere. Completano i testi, aggiungono sovrassensi o cos’altro?
Completano i testi con quella magia incantevole che solo il mischiare le arti può dare, ma non sarà sempre così nei miei libri, dipende da tanti fattori l’unione che si genera tra parola scritta e quella che io definisco parola disegnata.

Se dovessi delineare la tua poetica con tre tematiche per te irrinunciabili, diresti…
Direi: Tempo, Sogno e Disincanto.

Vuoi anticiparci qualche tuo nuovo progetto?
Sì, sono felice di anticipare l’uscita del mio primo romanzo, sempre per continuare a procedere con il mio sogno di cui ho scritto prima, dal titolo Quando i miei occhi videro una stella cadente, in uscita nel giugno del 2011. Ne sono felice perché è davvero una bella storia e ci ho lavorato duramente per quasi due anni.

Brevemente, quale futuro prevedi per la poesia: come dicono alcuni, una lenta agonia fino alla dissoluzione, o una riscoperta anche da parte delle più giovani generazioni?
Io vedo già una riscoperta della poesia da parte delle più giovani generazioni. Spero e chiedo a loro di vivere la vita come se fosse una lunga poesia e non limitarsi solo a leggerla o a guardarla solamente da lontano ma farla propria per un futuro sicuramente migliore. La poesia è anche eleganza, e gentilezza e amore per il prossimo, è umiltà e calore, è amicizia ed amore.

Ti ringraziamo per essere stato con noi e ti auguriamo tanta fortuna!
Gloria M. Ghioni per CriticaLetteraria

venerdì 21 maggio 2010

Nuove sorgenti narrative


Gianluca Pirozzi
Storie liquide
Edizioni Libreria Croce
130 pp. ca.
14,00 €

L'acqua: elemento imprescindibile della vita e sottofondo di ogni cosa, per quanto possa essere ineffabile e fluida, sempre presente. E proprio nel suo ruolo di protagonista silenziosa che diventa il minimo comune denominatore degli otto piccoli racconti pubblicati da Gianluca Pirozzi, nella sua prima raccolta esposta al pubblico. In realtà, anche se non guardate in soluzione con essa, le "storie liquide" hanno altri tratti che li contraddistinguono. Emerge una sensibilità discreta ma profonda, che sfocia nell'analisi anche intima di amori ed affetti, rivelando un'ampia apertura mentale in una narrazione fluida e scorrevole, come l'acqua appunto. Uno stile sobrio capace di volare in meandri di situazioni surreali (è il caso del primo racconto) e verosimili, animate tutte, però, da un sottile senso di inquietudine in cui la parola (ancora come l'acqua) si rivela un'arma a doppio taglio, una vox media, dolce e leggera, ma in grado di soffocare. Violentando Leopardi si potrebbe aggiungere che sia dolce annegare in questo mare. Un racconto in particolare ("Stromboli 26 Agosto 2002") si dimostra estremamente musicale, cominciando quasi in medias res per poi crescere pian piano, pagina dopo pagina, passando per una cadenza d'inganno (in termini musicali s'intende l'aspettativa di una conclusione che non si realizza) rappresentata da un'avvenente cameriera, per poi finire su una piacevole dissonanza, quale potrebbe essere una settima maggiore, nel bacio omosessuale ed inaspettato. Come se fose una composizione di Erik Satie o un più moderno brano jazz. E così si dipana il resto dei racconti, tra criptici sogni ad occhi aperti e improvvisi cambi di prospettive su di un perno di H2O, esperienze d'amore etero, omoerotico e pederastico, Aids ed ultimi desideri esauditi, in cui l'autore penetra, letteralmente liquidificandosi, non tanto "alcune delle miserie del mondo" (definizione forse eccessiva della prefatrice) quanto il recondito substrato psicologico e sociale dei protagonisti e della società a cui appartengono. Una lettura piacevole e non fine a se stessa.
Adriano Morea

lunedì 17 maggio 2010

Piccoli equivoci senza importanza


Piccoli equivoci senza importanza
di Antonio Tabucchi
Milano: Feltrinelli, 1985

Piccoli equivoci senza importanza è una raccolta di undici racconti (di cui il primo dà il titolo all'intera raccolta) uniti dal filo rosso della riflessione sul significato della vita, e in particolare di come la nostra vita sia determinata da eventi casuali o da equivoci, appunto, che sebbene sembrino di poca importanza, diventano poi, per citare il primo racconto, «senza rimedio». In un primo momento la decisione di assumere come nucleo fondamentale della raccolta l'interrogarsi senso della vita può sembrare una scelta scontata e poco originale. Tabucchi invece riesce a creare piccoli ritratti postmoderni in cui dubbi, timori e nostalgie affiorano in modo non banale. Ogni racconto ci presenta un personaggio e la sua storia; varia è l'estrazione sociale e l'età dei protagonisti e vario il loro grado di cultura. Le storie, poi, non sono mai scontate, e si dipanano per la maggior parte in modo non lineare. Notevoli sono infatti i salti temporali, che alternano narrazione presente, a volte anche in prima persona, ricordi e memorie, eventi immaginari, sogni. Tutti i racconti giocano inoltre sulla sovrapposizione di piani narrativi diversi, che in un primo momento ingannano il lettore, e che solo più avanti nel testo verranno chiariti dal narratore. In “Cinema”, ad esempio, la scena si apre con un dialogo alla stazione fra una ragazza e un partigiano, interrotta solo dopo alcune pagine, e senza stacchi narrativi, da un «“Stop!”, gridò il ciak», che riporta tutta la sequenza ad una scena di un film. Questi giochi narrativi sono presenti in tutti i racconti, ed emergono soprattutto nella tendenza a non introdurre graficamente le battute di discorso diretto, creando un primo momento di smarrimento nel lettore. Elementi di postmodernità si trovano anche nei continui rimandi intertestuali; si va da Machado a Ponson du Terrail (scrittore francese di romanzi popolari vissuto nell'Ottocento), dal Marchese di Carabas del Gatto con gli stivali a Chamisso. Il gioco intertestuale può essere esplicito, come nel caso del personaggio che si crea la finta identità di «Peter Schlemihl, […] invenzione di Chamisso», oppure sottilmente camuffato nei nomi dei personaggi.

La piacevolezza della scrittura di Tabucchi è poi rafforzata dalla notevole presenza di metafore sulla vita, sempre efficaci nel focalizzare un particolare aspetto di ogni personaggio, e che pervadono ogni racconto. Un ulteriore punto di contatto è dato dalla difficoltà nel prendere decisioni. Nella maggior parte dei racconti i personaggi non prendono attivamente una decisione, ma sono per lo più passivamente guidati dagli eventi, dalle casualità. Anche quando c'è un forte desiderio di cambiamento, il finale riporta all'abitudine, alla passività, alla storia già scritta che non si riesce a infrangere (“Cinema”). La riflessione di Tabucchi non si esaurisce però in una condanna di queste mancate azioni, che possono poi sfociare in nostalgia e rimpianto. Quando il protagonista prende la sua decisione, infatti, come quella di lasciare il lavoro per laurearsi e poi lottare per un posto di valore nell'Università (“Il rancore e le nuvole”), la sua vita viene scandita da “vittorie”, e questa eterna rincorsa del successo si trasforma in una perdita di contatto e compassione verso gli altri.

Nonostante la raccolta si chiuda su una nota di rassegnazione (l'attore che voleva infrangere il copione per portare la vita reale nel film rinuncia infatti al proprio proposito di rottura dato il parere contrario del regista), è comunque significativo che Tabucchi affidi il suo messaggio a un personaggio che, a differenza di altri, ha quantomeno tentato di svincolarsi dalla rete degli “equivoci” che la vita ha intrecciato.


sabato 15 maggio 2010

"L'oscillante ricerca" dei tempi moderni


L'oscillante ricerca
di Rosario Amenta
Altrimedia Edizioni, Matera 2009


Mi è capitato di chiedermi se nel Duemila si possano ancora scrivere storie pedagogiche, ovvero narrazioni volte a un insegnamento, in cui un giovane protagonista attraverso l'influenza di alcuni (più o meno validi) maestri sperimenta la vita, e cresce. Mi sono anche domandata se, venuta meno la fiducia positivistica ottocentesca, questo genere non si complichi e risulti anacronistico. O, al contrario, se non possa assumere nuove potenzialità. Rosario Amenta, con il suo racconto L'oscillante ricerca (pp. 81), prende proprio l'avvio dall'inquietudine del protagonista, il giovane Raffaele, che si interroga sulla trascendenza e sul senso più profondo della vita. Per quanto cerchi risposte dai "maestri" più o meno occasionali (il padre vedovo, assente ed egoista; ragazzi sbandati; la fidanzatina,...), nessuno sembra capire l'importanza della sua ricerca, né riesce ad aiutarlo. Quindi, il racconto pedagogico risulta destrutturato rispetto alla tradizione: alle tante domande di Raffaele, rispondono stupore e turbamento, quando addirittura non vi sia un desolante silenzio.
Contenutisticamente e narrativamente, il racconto sembrerebbe piegarsi verso un epilogo da "insegnamento mancato". E qui invece subentra la carica creativa di Amenta: il protagonista Raffaele, deluso nella sua ricerca di cui non intravvede un risultato, si ripiega in sé stesso, si chiude in casa e crea al computer una realtà virtuale. Lì, lui solo è creatore e demiurgo, lui solo stabilisce le regole e amministra i suoi abitanti, lui solo può distruggere... Tuttavia, come è presumibile, questa non è che una fuga da una quotidianità che ha tanto deluso Raffaele, e l'anticamera di un'inevitabile follia.

Dunque, un tragitto parabolico che segna il protagonista fisicamente e interiormente: delusione e frustrazione sono i capisaldi di questa ricerca teleologica e teologica, che non può dipanarsi liberamente verso un epilogo (da qui il titolo). Se l'idea è innovativa e molto contemporanea, bisogna notare che la resa stilistica non risulta altrettanto entusiasmante: purtroppo, i paragrafi sono appesantiti da molti cenni intellettualistici, e la matrice filosofica rischia di trasformare in più punti la narrazione in un postulato saggistico. La distanza tra sequenze narrative e altre riflessive risulta spesso molto rilevata, ma credo che il testo, sgravato di questi funambolismi lessicali e periodi "oscillanti", appunto, possa portare a riflettere sulla possibilità continuamente negata di arrivare al senso della vita.

Gloria M. Ghioni

martedì 11 maggio 2010

A SANGUE FREDDO

A SANGUE FREDDO

Titolo originale In Cold Blood

Di Truman Capote

Garzanti, 2005, Milano

Traduzione di Mariapaola Ricci Dettore

pp. 391

euro 16.00

"Tutto il materiale di questo libro non derivato da mia osservazione diretta o è stato preso da registrazioni ufficiali o è il risultato di colloqui con le persone direttamente interessate, e molto spesso di tutta una serie di colloqui che si sono protratti per un tempo considerevole". (Truman Capote)Chi ha a che fare con i libri, per studio, professione o semplicemente per passione, sa bene che molto spesso è difficile identificarne la collocazione stilistica. Questo è sicuramente successo a coloro che hanno letto questo magnifico capolavoro di Capote, definito dalla critica moderna come il capostipite del romanzo-verità, che quando fu pubblicato, nel 1966, indicò una nuova via di intendere il rapporto tra verità e scrittura, tra narrazione e giornalismo. A discapito del titolo, infatti, A sangue freddo è un libro che scotta, una lucida e profonda riflessione sull’imparzialità della cronaca e del giornalismo e sull’impotenza del romanzo di indurre le giuste considerazioni sulla complicata situazione della società americana contemporanea.

Il romanzo si snoda a partire da un fatto di cronaca avvenuto nel 1959 in un piccolo villaggio dell’Arkansas Occidentale, apparso in un breve trafiletto del New York Times. Quattro persone, un facoltoso coltivatore di grano, sua moglie e due dei loro figli sono stati trovati brutalmente assassinati nella loro casa. Legati e imbavagliati e poi uccisi a colpi di carabina, senza un motivo né un movente plausibili. La polizia brancola nel buio. Non ci sono tracce, non ci sono indizi, non ci sono testimoni. Mesi di indagini senza alcun risultato, fino a quando un detenuto deciderà di raccontare un’interessante storia che porterà finalmente gli investigatori a rintracciare, catturare e condannare alla giusta pena i due reali colpevoli: Dick Hickock, apparente bravo ragazzo, fino ad allora accusato solo di piccoli reati, e Perry Smith, uno starno tipo di origini metà irlandesi e metà cherokee, figura enigmatica e potente, un personaggio che intriga e commuove, di cui lo stesso Capote rimane fortemente affascinato.

Questo è un romanzo in cui la vicenda e l’epilogo sono noti fin dall’inizio ma che non manca di catturare il lettore in modo sorprendente. Non è solo lo stile di Capote, non è solo la suspence che nonostante tutto riesce a creare, è il solco che si scava nella mente del lettore, una traccia profonda che è racchiusa nel titolo, baricentro significante della narrazione in sé e dei tanti risvolti che in essa sono nascosti. Il sangue freddo è ciò che serve per massacrare una famiglia intera per pochi dollari, derivante dall’incapacità di comprendere la gravità delle proprie azioni a causa di situazioni sociali, familiari o educative non adeguate a creare nella mente dell’individuo il senso di responsabilità per sé e per gli altri. Il sangue freddo è quello di chi deve continuare a vivere in un paese segnato dal terrore e dalla paura. Il sangue freddo è quello necessario a chi indaga sul caso a rimanere imparziale e a non farsi prendere da smanie di facile vendetta per sedare la propria rabbia di fronte ad un fatto tanto inspiegabile. La condanna viene da sé e a ragione, ma ciò che fa fatica ad arrivare, ma è forse più urgente, è la comprensione. Capote cerca, conosce, intervista, parla e ascolta, rivive quello che è successo quella notte dal racconto di chi c’era e rielabora il tutto in modo dettagliato ma mai prolisso, da un punto di vista totalmente oggettivo e distaccato, senza partecipazione emotiva. Il risultato è un quadro completo e a tinte forti, in bilico tra alta letteratura e puro giornalismo, scevro da ogni tipo di giudizio. L’autore si concede solo umana pietà, lasciando che sia il lettore a dare il giudizio ultimo e decidere chi sia la vittima e chi il carnefice.

Semplicemente magnifico. Non stupisce che sia l’ultima opera portata a termine dal grande scrittore.

Valeria Medori

lunedì 10 maggio 2010

Quale Storia della Letteratura Inglese?


Quale storia della letteratura inglese?

Lo scorso venerdì 7 maggio Gemma Persico, Rosario Portale, M. Grazia Nicolosi e Manuela D’Amore, docenti di Letteratura Inglese delle Facoltà di Lingue e Letterature straniere e di Lettere e Filosofia di Catania hanno organizzato nel nostro Ateneo un incontro intitolato: Quale storia della letteratura inglese?. Gli ospiti della conferenza erano Keir Elam e L. Maria Crisafulli, entrambi ordinari di Letteratura inglese presso l’Università di Bologna, oltre che influenti studiosi del settore e autori di numerose pubblicazioni che nel caso del primo riguardano principalmente gli studi di semiotica del teatro elisabettiano e shakespeariano, nel caso della seconda la questione romantica (la Crisafulli è anche la responsabile del Centro Interdisciplinare di Studi sul Romanticismo).
Ho voluto proporre ai lettori di Critica Letteraria una “cronaca” dell’evento perché ritengo che un dibattito sulle metodologie di costruzione delle storie letterarie (con una specifica riflessione su quelle contemporanee) possa costituire un forte motivo di interesse oggi, e si tratta di un tema che ha animato un imponente dibattito critico nel corso del secolo scorso e penso continuerà a farlo anche in futuro. Il New Historicism, come rivisitazione della storiografia degli ultimi anni ha messo in discussione la tradizionale storia degli eventi, che è stata sostituita da una nuova concezione di storia basata sui testi, elementi dai quali si parte per dare costruzione a un’epoca. La storia letteraria, da marginale che era, è diventata centrale e paradigmatica. Gli storici hanno iniziato a guardare ai testi come materiale documentario e si è sviluppata una nuova fede nel testo letterario come strumento di conoscenza.
La conversazione è stata aperta da L.M. Crisafulli che ha introdotto la questione con una domanda cruciale: scrivere una storia della letteratura è un’impresa impossibile?
Di sicuro è un’impresa problematica. Siamo, infatti, eredi di decenni di discussioni e dibattiti critici che si proponevano di negare sistematicamente questa possibilità. Per citare solo alcune delle più note posizioni, si può fare rimando a Wellek che nel 1973 ha pubblicato The Fall of Literary History o a Perkins con la sua Is Literary History Possible?, del 1993. Critici “spietati e distruttivi” che hanno messo radicalmente in discussione la possibilità di scrivere una storia della letteratura “definitiva” per ragioni di ordine principalmente epistemologico: i prodotti letterari sono talmente numerosi e diversi che lo studioso deve necessariamente approntare una selezione. Ogni tentativo di unificazione è, dunque, destinato a rivelarsi vano.
Però, proprio Perkins ha messo in luce l’esigenza che le storie letterarie vengano scritte, per motivi pragmatici e interpretativi: senza di esse sarebbe impossibile dare un senso ai testi del passato.
Una lettura ossimorica, dunque, che trova ulteriore argomentazione nella distinzione da lui operata tra le contextual histories che spiegano i fenomeni letterari attraverso eventi extraletterari, e le immanent histories che cercano di creare dei sistemi interni all’universo letterario senza rimandi a contesti esterni. Se le prime non soddisfano Perkins perché troppo legate a un criterio di selezione soggettiva da lui tanto aborrito, le seconde non tengono in considerazione eventi esterni ritenuti necessari per affrontare il dibattito letterario. Ancora un’altra contraddizione del critico inglese.
L.M. Crisafulli ha poi ampiamente spiegato la differenza tra le narrative histories e le encyclopedic histories: le prime seguono la modalità narrativa del racconto vero e proprio secondo un processo di “implotment” (messa in trama) fatto proprio dal New Historicism, le seconde, invece, presentano la storia letteraria attraverso una molteplicità di punti di vista e prospettive, senza che si segua un filo unico. Anche in questo caso Perkins ha trovato del limite in entrambe, considerando le narrative legate eccessivamente al punto di vista dell’autore, le enciclopediche troppo eterogenee e prive di vera organizzazione interna.
Nel corso del suo intervento la studiosa ha preso Perkins come esempio di contraddittorietà e di decostruzione, per dimostrare la problematicità delle posizioni assunte dagli anni ʼ70 in poi, in merito alle modalità di costruzione della storia della letteratura.
Il suo discorso ha preparato il terreno all’intervento di Keir Elam che ha illustrato quello che è stato lo sviluppo del genere nel corso degli ultimi vent’anni. Dopo le “sentenze di morte della storia letteraria” emesse dai critici come Perkins, la cui critica era principalmente indirizzata contro le storie nazionali ottocentesche di carattere eminentemente narrativo (De Sanctis, in Italia), in realtà è successo proprio il contrario: nuove imprese di storia letteraria negli ultimi anni hanno rivitalizzato il dibattito, animate dall’esigenza di rispondere consapevolmente ai dubbi degli scettici.
Il prof. Elam ha presentato tre modelli rappresentativi:
- The Oxford English Literary History; propone un modello di storia letteraria narrativa, con il consapevole disegno di fare una storia contestuale.
- The Cambridge History of English and American Literature; abbraccia le multiprospettive della storia enciclopedica. Si tratta, anzi, di un caso di enciclopedismo portato all’estremo. La letteratura è vista come un fenomeno socio-storico, un oggetto storico confinante con altri.
- The Harvard New Literary History of America; tendenza definita “aneddotico-epifanica”. Non segue il tracciato di una linea storica. Alla base della compilazione sta la selezione di certi momenti in cui la storia americana è cambiata, messi in relazione con i corrispettivi momenti letterari che li rispecchiano. Si tratta di una posizione vicina a quella dei Cultural Studies, che tendono a vedere la letteratura come una qualsiasi espressione culturale, scritta o meno, che dialoghi alla pari con il cinema, la politica, il costume.

Nell’ultima parte della conferenza i due ospiti hanno presentato il loro Manuale di letteratura e cultura inglese, illustrandone la linea metodologica, che è stata efficacemente commentata anche dagli interventi delle professoresse Nicolosi e D’Amore, le quali hanno lodato l’opera come “miracolo” di sintesi per la sua parsimonia retorica congiunta a una notevole densità di contenuti. Tra i pregi dell’opera oltre che l’”equilibrio del canone”, nel quale trovano posto esperienze letterarie convenzionalmente messe ai margini (alcune voci femminili, il teatro romantico, i Colonial Studies…), la capacità degli autori di concepire un manuale nel quale il testo nasca e progredisca in funzione del lettore, sulla scorta di quanto ha teorizzato Jauss, celebre esponente della Scuola di Costanza, che tra gli anni ʼ60 e ʼ70 ha concepito un ciclo di lezioni imperniate sulla figura del reader. Il manuale di Elam e della Crisafulli, si costruisce, come hanno spiegato i due autori, mediante il dialogo tra una parte più narrativa e di andamento storico e una seconda dal taglio enciclopedico-tematico; tra una struttura verticale e una orizzontale, figurativamente parlando.

I temi trattati sono stati molto stimolanti e gli interventi capaci di catturare l’attenzione perché corredati di numerosi esempi e citazioni, che spesso favoriscono in noi studenti la comprensione di argomenti che non abbiamo avuto modo di conoscere in modo più esteso.
Un’occasione per intavolare un dibattito sulla storia della letteratura (inglese e non) come dibattito sulla storia in senso lato, e sulle possibilità e gli sviluppi di un genere dal quale è impossibile prescindere, che ha mutato forma nel corso della storia e probabilmente non troverà mai una sistemazione che sia unica e definitiva.
Infondo è poi necessario trovare un modello ideale di storia letteraria?

Claudia Consoli

domenica 9 maggio 2010

L'altalena: de nominibus et substantia rerum

Theophile Gautier

Il Capitan Fracassa

pp. 630 ca

prima pubblicazione 1863

Biblioteca Universale Rizzoli

10€


E' questo il capolavoro del grande scrittore francese dedicatario de "Le fleurs du mal", annunciato nel periodo giovanile e concluso trent'anni dopo nella piena maturità. Trama semplice per un libro di oltre mezzo migliaio di pagine, che risente molto della pubblicazione come feuilleton nelle lunghe pause descrittive da cui prende un vivo slancio l'azione, in una sorta di altalena omericizzante (cfr.: L'Anonimo Sul Sublime). Tutto affonda le sue radici in un un senso di ineluttabilità dettato non dall'alto, ma dalle forme e dai costumi, da luoghi comuni picareschi e dagli stereotipi del teatro barocco, dalle situazioni giacenti ad altezza d'uomo che siano la necessità o l'etichetta (per quanto diverse esse siano tra loro) d'un Seicento non meglio identificato che sotto il regno di Luigi XIII. In Guascogna nel maniero in rovina dei suoi antenati vive, orfano ed ultimo rampollo d'una nobile famiglia, il barone di Sigognac con nessun'altra compagnia se non quella di un vecchio servo e di animali domestici, senza dimenticare madame Miseria che aleggia onnipresente negli stenti della vita al castello. Per amore di una giovane attrice, capitata con la sua compagnia teatrale a rifugiarsi nel maniero dei Sigognac, il giovane barone si unisce agli attori, recitando egli stesso sotto la maschera del Capitan Fracassa, sostituto del defunto commediante Matamoro e discendente diretto del Miles Gloriosus plautino. Qui inizia il gioco sottile e ironico allo stesso tempo dell'altalena tra menzogna romantica e verità romanzesca (cfr.: René Girard), inserite l'una nell'altra come delle matrioska che finiscono per confondersi ad ogni nuova apertura. Sigognac, icona del soldato fanfarone e spaccamontagne sulle scene, ricalca sulle strade del romanzo l'esatto ideale del nobile coraggioso ed ottimo combattente, in nome di un amore troppo platonico per i nostri tempi, ma che avrebbe fatto arrossire di pudico piacere la Pamela di quel puritano di Richardson e tutto il suo pubblico epistolare. Ed è proprio simile a Pamela, disposta a sacrificare la vita piuttosto che la sua virtù, la giovane Isabelle, l'amata ed amante di Sigognac. Con la differenza, conoscendo il personaggio di Gautier, che lo scrittore nel delinearla abbia fatto di necessità virtù e le abbia dato i panni surreali (nel duemila) di una qualunque Lucia manzoniana, magari un po' meno religiosa, sotto i dettami dei gusti del suo pubblico. Che senso avrebbe un involuzione del genere dalla travestita Madamoiselle De Maupin (protagonista del suo primo romanzo) alla Isabelle casta e pura come un fiore di campo? Si rientra ancora una volta nell'altalena di cui prima. Un'altalena che non lesina a celare le sue rotondità e i suoi fronzoli squisitamente grotteschi, sintetici ed untuosi, come la sfericità perfetta dei dittonghi francesi. Tutti i personaggi di Gautier, che siano briganti od osti, duchi e marchesi, parlano attraverso la sua bocca, come i contadini di Virgilio nelle Bucoliche, lanciandosi in ardite metafore e pensieri arzigogolati, sbeffeggiando il lettore sulla linea di confine del finto e del verosimile. L'altro gioco a cui si presta il coltissimo Théophile è senza dubbio la raccolta di citazioni, alcune esplicite altre meno, che si contano numerose dalla mitologia e letteratura classica fino agli autori francesi barocchi, Rabelais, Scarron, Saint Amant, senza risparmiare "I promessi sposi" pubblicati appena vent'anni prima dal nostro Manzoni. La scrittura per Gautier diviene una sorta di ostentazione sfavillante e lussureggiante di elucubrata padronanza linguistica, più che emersione di riflessioni intime e profonde private d'ogni altra via d'espressione; ma come Guy de Malivert in Spirite che cercando di nascondere i suoi pensieri dietro parole mendaci, scopre rileggendole che, nella menzogna, non ha detto altro che la verità. Così il Capitan Fracassa risulta essere una summa letteraria, una sorta di enciclopedia in prosa di un'intero mondo e concezione di letteratura, fatto di parole e che tratta di altre parole, capaci di affermare con forme e rivoluzioni grottesche e con un sottile filo di ironia, che nomina non sunt substantia rerum.
Adriano Morea



sabato 8 maggio 2010

Maurizio Gramegna, "Caduti in volo": una seconda lettura


Maurizio Gramegna
Caduti in volo
Puntoacapo editrice, Novi Ligure, 2009.

Se è vero, come afferma Cristina Campo, che la scrittura è una forma estrema d’attenzione, bisognerebbe innanzitutto domandarsi a che cosa sia più attento l’autore di cui ci occupiamo; quando fa poesia, ma soprattutto quando narra, poiché l’operazione narrativa favorisce nel lettore una speciale distensione d’animo, grazie alla quale proprio l’attenzione può rivelarsi al meglio. Nel caso di Maurizio Gramegna, inoltre, ci troviamo di fronte ad una prosa particolarmente limpida ed armoniosa, cosicché non risulta difficile comprendere a che cosa lo scrittore rivolga in primis lo sguardo. Al tempo, prima di tutto. Quello di Gramegna sarebbe il tempo rallentato delle stagioni, della terra, del tenace lavoro umano, se la brutale concitazione degli eventi storici non intervenisse a bruciarne innaturalmente le tappe. Sullo scenario dell’Oltrepo Pavese, durante gli ultimi tragici mesi di guerra, si gioca il destino di Tino e Carlo: due ventenni unitisi alla lotta partigiana dapprima quasi loro malgrado, poi forti di una matura coscienza civile, che li porterà ad affrontare con dignità il martirio. E’ dunque un tempo violato, quello della campagna offesa da una guerra fratricida ancora difficile, a distanza di oltre sei decenni, da cancellare; ma è anche un tempo rituale, ri-sacralizzato da luoghi di forte impatto emotivo e simbolico - la casa dei genitori di Tino, la cascina dell’amico Giuseppe, il Torretto, il pozzo, alcuni particolari scorci di paesaggio collinare. La sensibilità di Gramegna è molto vicina a quella di Cesare Pavese, con una coscienza quasi mitopoietica dei luoghi primigenî, ai quali fatalmente si torna: non è certamente un caso se in alcune fra le scene più belle del romanzo i protagonisti, che sono anche amici d’infanzia, evocano direttamente o indirettamente il mondo arcaico della fanciullezza. Per altri aspetti appare viva in Gramegna la memoria letteraria di autori come Giovanni Verga ed Elsa Morante. L’assenza di retorica, la nettezza del dettato e l’agilità della narrazione sono qui rese possibili dal ruolo neutrale della terza persona: un narratore invisibile, equidistante ancor più che onnisciente, capace di mimetizzarsi in tempo reale nel punto di vista di tutti i personaggi senza mai emettere giudizi definitivi, se non su ciò che l’autore vede come il male assoluto - la guerra. Un narratore capace di soffermarsi sui volti umani e sul paesaggio con una sobrietà e una perizia che rimandano alla maestria di certi indimenticabili ritratti manzoniani. Pochi tocchi - la treccia a cipolla di Rina, il contegno dignitoso ed asciutto di Giuseppe - e un personaggio appena abbozzato ritorna, discreto e silenzioso, in un altro punto della narrazione, accompagnato dall’aura di serietà e decoro che l’autore ha saputo conferirgli. Un narratore neutro, ma niente affatto anodino; capace di non cedere a sbavature neppure di fronte al conflitto insolubile, all’inconciliabilità tragica degli opposti. Come nella vicenda di Agnese, sorella di Tino, incapace di accettare il destino del fratello perché scissa da tensioni contrastanti, e quindi, proprio come i protagonisti della tragedia attica, destinata a non trovare salvezza. Non è un banale lieto fine, non è un euripideo deus ex machina la conclusione, per quanto coincida con la cessazione delle ostilità. Nella scelta di lasciare i fatti così come sono, senza mediare né edulcorare, l’autore percorre la difficile via di una ricerca non dogmatica di senso, che può darsi soltanto nell’aiuto reciproco fra individualità martoriate, alle quali la pace ritrovata non darà mai risposta alla domanda più lacerante ed essenziale: perché? Proprio a questo sostegno, che riesce a non venir meno neppure nei momenti di maggior crudeltà degli eventi, è affidato il compito di preservare la dignità di uno sguardo solidale, una social catena, direbbe Giacomo Leopardi. Negli interstizi di questa difficile solidarietà a tratti sepolta, ma mai del tutto soffocata, si annida il vero compito della scrittura: più che conservare la memoria, farsi essa stessa memoria viva, tensione al bene che fa della morte materia inestinguibile di poesia.

Alessandra Paganardi


Clicca qui per leggere la recensione di Gloria M. Ghioni.
Clicca qui per leggere l'intervista all'autore.

Una saga familiare sarda: Soldamore di Renata Asquer



Soldamore
di Renata Asquer
Arkadia, Cagliari 2009

pp. 236
€ 15.00

Fin dalle prime pubblicazioni, Renata Asquer si è dimostrata attenta alla storia e affascinata dalle biografie:ricordiamo in proposito la biografia romanzata Fausta Cialente. La triplice anima (Interlinea, 1998), e La grande torre - vita e morte di Dino Buzzati (Manni, 2002). Ma Renata Asquer è anzitutto narratrice attenta ai dettagli, preziosamente ritagliati dall'infinita gamma del possibile.

Ricamatrice di tempi perduti, nel suo ultimo romanzo, Soldamore, la scrittrice ambienta in una Sardegna ormai lontana (la narrazione copre gli anni 1912-'45) la saga familiare dei Sallinguer: nobili origini, valori tradizionali e amore filiale si sposano con una costante gioia di vivere, anche nei momenti più drammatici. In particolar modo, al temperamento via via più severo del capofamiglia Francesco, si unisce la vivacità di Lisetta, madre forte e coraggiosa, per quanto istintiva e passionale, nonché donna dalle mille risorse, mai incline a lasciarsi andare. Eppure le situazioni a cui sono sottoposti i Sallinguer e i loro sei figli sono tutt'altro che semplici: la Grande Storia si affaccia con prepotenza nelle loro vite, per sconquassare l'ordine e l'armonia familiare. Così la Seconda guerra mondiale, anticipata da preoccupanti avvisaglie, arriva anche nel territorio sardo, per quanto in ritardo: a casa non resteranno che i genitori, la figlia e le cognate, strette in una fiduciosa attesa, mentre i giovani Sallinguer saranno divisi e arruolati.

La ricostruzione storico-geografica, vigilata e proposta con passione, è alleggerita dall'ironia e dalla vivacità dei Sallinguer, sempre inclini a sdrammatizzare le angosce e a trovare una vena di speranza. Così il bel canto, tanto amato dai genitori, accompagna di tanto in tanto le scene, ora intepretato da Lisetta e Francesco, ora semplicemente accennato.
Oltre ai dialoghi, piuttosto fitti e piacevoli, ricordo l'interesse costante alla lingua sarda, che entra senza prepotenza nel testo con una serie di proverbi e di espressioni tipiche (tradotti o glossati a fondo-pagina). Sorge dunque spontaneo domandarsi se non vi sia celato un omaggio alla terra natale di Renata Asquer, e un ricordo felice e non nostalgico per quella famiglia patriarcale tanto unita da risultare un'unica persona («Una volta una donna mi ha detto che noi fratelli Sallinguer siamo in fondo una stessa persona, con un'anima inestricabile. Come questa boscaglia...», p. 213).

GMG


Ricordo ai pavesi che questo pomeriggio Renata Asquer parlerà del suo romanzo al circolo sardo Logudoro (via S. Spirito 4/a, Pavia) dalle 16.30.
Ecco il programma dell'evento:

SALUTI E INTRODUZIONE
- Gesuino Piga, presidente del Circolo “Logudoro”

RELAZIONI
- Angelo Stella, Università di Pavia
- Clelia Martignoni, Università di Pavia

INTERVENTO
- Paolo Pulina, responsabile Comunicazione F.A.S.I.

DIBATTITO

A conclusione, buffet a base di prodotti sardi

venerdì 7 maggio 2010

I mondi onirici di Fanelli


L'Avvolgo
di Giuseppe Fanelli
Gemma Lanzo, Taranto 2010
€ 12,50
126 pag circa

L'Avvolgo, opera d'esordio di Giuseppe Fanelli ci immerge violentemente sin dalla prima pagina in una storia angosciante, oscura, criptica e soprattutto onirica. Scenari da sogno caratterizzati dalla piena inesplicabilità dei sogni e scenari reali che appaiono altrettanto inesplicabili.
L'intreccio narrativo, tuttosommato ben strutturato, può lasciare perplessi all'inizio e può risultare di difficile comprensione, ma andando avanti con la trama, che preferisco non rivelare, il lettore capirà ciò che ha letto precedentemente in relazione alle nuove rivelazioni.

Appare chiaro fin dall'inizio che l'autore si è ispirato a Lovecraft per l'ambientazione e la struttura della sua opera, inserendo però alcune idee assolutamente originali e innovative.
E' particolarmente apprezzabile lo stile cinematografico adottato nella narrazione e nella descrizione delle parti d'azione e la ben riuscita idea di accoppiare della musica ai sentimenti dei personaggi, espediente che agisce come “colonna sonora” del racconto.
Nello scrivere l'opera Fanelli ha giustamente dedicato ampio spazio all'analisi introspettiva dei personaggi, che permette al lettore di immergersi a fondo nella loro psiche, che però sarebbe stato meglio approfondire di più.
Il racconto prende il volo a partire dalla seconda metà, con l'entrata in scena di Mr. Candle (a voi il piacere di scoprire chi è questo personaggio) e la brillante idea dell'autore di rendere Mr. Candle affetto da “sinestesia”, il che provoca una totale miscela di realtà e incubo accompagnata dalle note di Mozart attraverso le cuffie di un iPod.
Altro elemento che colpisce il lettore è di sicuro la metatestualità del racconto nel quale sono inserite poesie, il testo di una canzone, le schermate di un pc e segnali disturbati di una radio oltre che le “citazioni” cinematografiche di alcuni film storici come “The Shining” di Kubirk, che contribuiscono a rendere il libro più di un racconto, ma piuttosto un “contenitore” di mezzi comunicativi; infatti anche il carattere usato per la stampa delle diverse parti del racconto varia, simulando la scrittura a mano o addirittura (nel caso del testo della canzone) uno scarabocchio su un foglio accartocciato e pieno di cancellature, quasi a voler inserire degli “effetti speciali” da affiancare alla narrazione tradizionale.
I temi trattati sono molteplici, l'amore, l'incertezza, la confusione, la malattia mentale, ma anche la religione e gli antichi culti della massoneria, questi ultimi paricolarmente riusciti all'interno del racconto, nonché la fisica quantistica.

Tuttavia la narrazione di Fanelli risulta schematica e poco variopinta soprattutto nei primi capitoli dove si nota una certa meccanicità e rigidità negli eventi narrati e in particolare nei dialoghi che risultano fastidiosamente artificiali e poco naturali, così come il comportamento di alcuni personaggi che appare stereotipato o poco caratterizzato, o lo scenario post-nuclare descritto nella prima parte del racconto.

A parte queste piccole critiche “tecniche”, L'Avvolgo è un'opera originale, figlia del nostro millennio in cui scienza e soprannaturale si mescolano armoniosamente con un finale a sorpresa che fa sperare in un seguito.

giovedì 6 maggio 2010

Un mare di noia (purtroppo!) con questo De Carlo


Mare delle verità
di Andrea De Carlo
Bompiani Oro, Milano 2007

1^ edizione: 2006
€ 6,00
pp. 324


Per chi come me è cresciuto leggendo Due di due, Di noi tre e Treno di panna, per chi ha apprezzato la buona trama di Arcodamore e la fuga dal mondo di Giro di vento, si è emozionato con Nel momento o ha riflettuto con Uto, questo romanzo è francamente inaccettabile. Una narrazione forzatamente avventurosa, per un eroe anti-eroe che esce dall’eremo personale in Umbria per dedicarsi alle questioni di famiglia dopo la morte del padre; la critica polemica del fratello politico corrotto e cinico; la già letta precarietà di rapporti familiari formalmente ineccepibili e, al contrario, la riscoperta di valori alternativi, di relazioni che colgono alla sprovvista. Il tutto accompagna il tema principale, ovvero una grande fiera di inseguimenti e rischi attorno a un dattiloscritto rubato dal Vaticano per celare una verità scomoda. È l’occasione per De Carlo per una polemica non del tutto nascosta contro le istituzioni della Chiesa e, soprattutto, per una rivalutazione di organizzazioni non-governative, tacciate di essere cellule terroristiche mentre in realtà per il protagonista paladine di ideali quasi utopici. Come è facile immaginare, la narrazione parzialmente arrancante maschera un messaggio ben più ideologico, su cui si è montata tutta questa catena di azioni, incontri, fughe. Lo stesso protagonista non incarna gli ideali dell’organizzazione, ma li "abbraccia" in attesa di abbracciare l’affascinante Mette. Legalità e illegalità si fondono in un intruglio talvolta goffo e poco incisivo; per non parlare di certi dialoghi, che riprendono con superficialità temi già abusati.

Confesso di averlo terminato solo perché, incredula, non mi capacitavo che l’autore di tanti romanzi piacevoli e anche ben rappresentativi della nostra epoca, fosse incappato in un simile mare di noia…

GMG

mercoledì 5 maggio 2010

Tenerezza e amore vincono l'inconoscibile


L'angelo della porta accanto
di Sandro Ghiani e Susanna Trossero
con prefazione di Massimo Dapporto
Perugia, Edizioni Graphe.it, 2009

pp. 221
€ 12.00


Susanna Trossero, scrittrice sarda da noi già recensita e apprezzata (clicca qui), e il celebre attore Sandro Ghiani affrontano una sfida non indifferente: in quattro racconti lunghi, riconfermare la forza invincibile dell’amore. Un tema già letto, direte, ed è vero, ma raramente si incontra una tenerezza così sensibile e dolce, senza risultare stucchevole. Tutti i racconti, infatti, testimoniano quanto il sentimento smuova qualità prima sconosciute ai personaggi, e quanto dietro alle tragedie si possa celare un disegno. Quasi favole contemporanee, i racconti si staccano dal realismo e, pur mantenendo un fondo di verosimiglianza, approdano a esperienze extra-sensoriali, fantastiche o mistiche, che permettono di superare il limite altrimenti invalicabile della morte. Vita e morte perdono, dunque, l’originaria opposizione a cui siamo abituati: sono semplicemente dimensioni diverse, che non annullano le emozioni e i sentimenti che restano, al contrario, sempreverdi nei ricordi.

Non si pensi, tuttavia, che il libro raccolga esperienze strampalate e prive di fondamento: piuttosto, nella fictio si palesa l’invito ad aprire gli occhi ogni giorno, per accorgersi dei miracoli nel quotidiano. Qualche esempio? In Un cuore grande così due genitori affranti per la morte clinica del proprio figlio accettano che gli organi vengano espiantati, permettendo così la felicità di altri genitori e soprattutto di una giovanissima vita. O, in Messaggi, il signor Back, ricco e cinico, subisce un rovesciamento di sorte e si riduce all’accattonaggio, per poi essere salvato da un saggio orientale, enigmatico e sempre disponibile. O ancora, in Tracce d’amore, una giovane e brillante dottoressa scopre di essere misteriosamente legata a un degente, fin dalla nascita. Si termina con la storia più fantasiosa e decisamente miracolistica di Il volo di un Angelo, in cui un bambino, Sisino, subisce una significativa metamorfosi in angelo, tra miracoli e rivelazioni.
Tuttavia, se de iure è necessario dare qualche informazione sulle trame, rimando alla lettura integrale dei testi per riscoprire una delicatezza di scrittura insolita, mai invasiva ma efficace, scorrevole e piana ma non banale, che rende i racconti piccoli confetti su un cuscino d’organza.

GMG

martedì 4 maggio 2010

La poetessa che visse tra le vette

Beatrice. Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale di Paolo Ciampi
Ed. Sarnus 2008

C'è da dire, innanzitutto, che Paolo Ciampi nei suoi libri scova sempre storie vere e bellissime di personaggi appassionati e appassionanti della nostra storia recente. Personaggi che toccano il cuore. Come la pastora e poetessa a cui ha dedicato Beatrice. Il canto dell'Appennino che conquistò la capitale. Questa donna semplice e analfabeta che nell'Ottocento viveva a Pian degli Ontani, piccolo borgo dell'Appennino, fece parlare di sè fin nei salotti bene di Firenze per il dono innato della poesia che elargiva a suon di gare di stornelli nelle feste e nelle ricorrenze.
Un dono scoperto per caso il giorno del proprio matrimonio e poi amorevolmente curato e praticato per tutta la sua lunga vita che nel romanzo è la stessa Beatrice, ormai vecchia e malata, a raccontarci.
Nelle parole di Ciampi, che ci conduce attraverso questa storia con grazia e poesia egli stesso, si percepisce tutto l'amore di Beatrice per la magia del verseggiare, per il grande potere comunicativo della poesia che poteva ferire e far sognare, e per la montagna in cui la donna visse tutta la propria vita.
Un libro da leggere con calma, senza le frenesie che ci sono padrone oggi, da assaporare lentamente come era il ritmo della vita di Beatrice, piccola regina della poesia e delle cime.