mercoledì 31 marzo 2010

Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio...

Theophile Gautier

Jettatura

1856

100 pp. ca.

Tascabili economici Newton


In una Napoli ottocentesca, brulicante di vita, formicolante e grottesca, Gautier ambienta una delle sue opere minori, un racconto lungo pubblicato in 15 puntate sul Moniteur Universel . La trama è semplice, tratta dalle stesse fibre popolari e superstiziose che costituiscono il tessuto sociale e culturale partenopeo, se non dell'intera Italia Meridionale (cfr. il titolo e la famosa citazione di Lino Banfi). A Napoli giunge il nobile francese Paul D'Aspremont, lo jettatore capace con il solo sguardo di far accadere ad ogni pagina incidenti e spiacevolezze, venuto per raggiungere miss Alicia Ward, la sua promessa sposa, rifugiatasi a Napoli su ordine del medico per motivi di salute. In realtà è lo stesso fidanzato che, senza volerlo, nuoce alla salute della giovane con il suo influsso malevolo. Napoli, così, e i suoi abitanti, in particolare il Conte d'Altavilla e tutto lo stuolo di servi e servetti, facchini e sguattere che ruotano attorno ad Alicia e al suo tutore-zio Commodoro Joshua Ward, compiono una vera e propria opera di disvelamento e riconoscimento della Jettatura. Un'apertura brillante, sfavillante nel luccichio di corna e cornetti, corallo biforcuto e amuleti vari con un gusto tipicamente francese (se non dello stesso Gautier) per la dovizia di particolari e la brillantezza espositiva che viene insaporito dall'arcano senso di superstizione italiano. Ed è quest'ultima, la superstizione, la Jettatura, a far da protagonista e a diventare tanto palpabile da rompere ogni scetticismo del very british sir Joshua Ward. Un racconto gustoso e "disimpegnato", divertissement ricco di citazioni e di specchietti per allodole letterate, in cui l'autore ricorre, dopo tanto luccicchio di forme e di parole, ad un finale tragico, non immediatamente prevedibile, che per "Il capitan Fracassa" gli sarà negato a causa di un diktat editoriale.

Adriano Morea

martedì 30 marzo 2010

I MADRIGALI DI GESUALDO

di Giuseppe Paternò di Raddusa

Il docufilm "Auguri don Gesualdo", per la regia di Franco Battiato, è stato presentato in anteprima a Catania il 29.03.10.



La legge delle buone recensioni, ammesso che ne esista una, preclude certamente (perlomeno a coloro i quali vogliono prodigarsi in lavori di critica o presunta tale validi e pertinenti) la condizione di inferiorità del recensore rispetto all’opera analizzata . Si possono vieppiù scorgere tracce di profondo rispetto del primo nei confronti della seconda in quanto generata da una mente a sua volta assai degna di stima, ma difficilmente si può trovare la totale devozione aprioristica nei confronti di chi si trova ad esser recensito. Probabilmente perché verrebbe a mancare quella fiaccola santa che in fondo costituisce il bello dell’analizzare un’opera d’arte, sia essa un libro, un quadro o un film.
Ribaltando e distruggendo questo ultimo assunto pongo me stesso come assoluto detentore di pura inferiorità rispetto a due personaggi come Franco Battiato e Gesualdo Bufalino in relazione al film che il primo ha girato per celebrare (che termine orribile, ma mi sia concesso: non è una vera recensione) il secondo.
Sul primo non posso dire più di quello che giornalmente il retaggio di tutta la sua opera cantautoriale non riesca ad esprimere; chiedere a qualsiasi catanese che parta da un livello culturale medio per credere.
Partiamo da un assunto di base: Auguri don Gesualdo è sicuramente il film migliore di Franco Battiato. Lo è perché alla genialità dell’artista catanese si mescola -dando vita ad uno sposalizio dolce, colorato e dignitoso – l’ universo delle parole umide e pericolose di Gesualdo Bufalino.
Grazie a Battiato le intenzioni, i dubbi e soprattutto l’infinita nuova codificazione di un tipo di scrittura turgido e affatto piatto, come se si trattasse di colline soffici ma ugualmente rigorose, vengono riassunte in maniera lieve e delicata; un ritratto confidenziale ma non per questo incapace di mostrare quelle che erano le contraddizioni e gli interrogatori feroci e cosmici che Bufalino infliggeva a se stesso, quegli interrogatori che hanno reso così fervida la sua scrittura, così impaziente di essere sviscerata e adulata, senza mezze misure di troppo. Il regista, coadiuvato dalla solida sceneggiatura di Manlio Sgalambro, fa danzare la macchina da presa così da poter afferrare con signorilità gli antichi sospiri del comisano che trovò inaspettata fama a sessant’anni. M’aspettava una vita nuda, uno zero di giorni previsti, senza una brace né un grido, scriveva in Diceria dell’Untore, ma questa non è che una perla tra tante perle volte a smascherare il costante logoramento di vite difficili alla mercede di giorni insostenibili, permettendosi perfino di inserire l’inglese e di rimaneggiare Shakespeare (“Riessere, this is the question”), addirittura!, in un romanzo di contesto siculo che però dei banali folklorismi da secoli abbarbicati alla nostra isola non presenta nemmeno una traccia. E lo dice lo stesso Bufalino in un’intervista d’archivio per la RAI, “ con la Sicilia ho un rapporto doppio, contraddittorio..” come a sottolineare una forzatura di tutti nel bloccare le sperimentazioni e le infinite gamme di espressione auspicabili per la sua terra d’origine. Attraverso le testimonianze di amici e studiosi (Nunzio Zago, Elisabetta Sgarbi, Antonio Di Grado, Piero Guccione, Francesca Caputo, Matteo Collura) rivive la costante tensione emotiva che ha spinto Bufalino a creare i suoi universi rotondeggianti di parole barocche, quella tensione che lo ha mosso verso la ricerca, la sperimentazione, lo studio. La forza che lo attirava verso nuove possibilità di utilizzo per la scrittura in ogni sua forma, quasi cinetico nel non voler perdere nemmeno un piccolo frammento di quel dolce profitto garantito dalla scrittura e dai suoi innumerevoli campi di applicazione, amante di una sibillina perfezione che coinvolge processi di cancellature (che tanto amava) e modifiche continue.. Insomma, tutto fuorché –come purtroppo detta la moda odierna- scrittura come terapia o, peggio ancora, come sfogo di rabbie e impulsi repressi.
Sarebbe inoltre oltraggioso mettere da parte l’amore per le immagini, per il cinema di un certo tipo; lieve, soprattutto, Lubitsch e Howard Hawks ma anche Welles, Renoir e Antonioni, Bette Davis e Alida Valli.
E quando la cinepresa di Battiato circonda e fa pressione attorno alle strade di Comiso incitandole al ricordo ecco che il regista viene come posseduto dallo spirito di Eric Rohmer, una delle ultime infatuazioni cinematografiche di don Gesualdo, come a rendere omaggio al bagaglio culturale, con grazia e delizia, di un grande uomo e di un singolare, e fino ad adesso unico, scrittore universale. Quando, stretto fra le gambe il fucile, col piede sul cane e fra le labbra la canna, udrò come un grido di Dio il fragore dello sparo nel silenzio dell’universo.
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domenica 28 marzo 2010

Canto elegiaco per un angelo terribile

Lei così amata
di Melania G. Mazzucco

BUR, 2000

Ci sono uomini e donne di cui non si può scrivere una biografia senza che questa, inevitabilmente, sconfini in qualche altro genere letterario. Un’imparziale, circostanziata determinazione dei fatti – doviziosa raccolta di viaggi, parole, di tutti i "fece" e i "disse" – sarebbe infatti non altro che una gabbia.
Lei così amata, come libro, appartiene a questo limbo indeterminato. Non è un romanzo: il solco della narrazione è disseminato di luoghi, documenti, lettere, libri, fotografie; ma non è neanche una biografia: perché la voce della narratrice è forte, è stata lei a raccogliere tutte queste tracce nei suoi “anni Annemarie”, inseguendo l’immagine sfuggente del suo soggetto.
In sostanza, Lei così amata è tutte queste cose insieme: romanzo, biografia, ricerca. Ma anche canto elegiaco, esorcismo di una fascinazione.

Per chiarire quest’ultima affermazione occorre pensare ad Annemarie Schwarzenbach: a “lei così amata”. Figlia di un magnate svizzero della seta, spirito nomade dedito alla scrittura, all’archeologia e alla fotografia; grande viaggiatrice in fuga dal suo eden – la villa di Bocken – e alla ricerca di un altrove irrimediabilmente perduto, irraggiungibile. Una donna giovane e seducente, dalla vita intensa e straordinaria: un’anima senza pace, direbbe qualcuno; una degna figlia del primo Novecento, direbbero altri.
Melania Mazzucco cerca, con la dovizia di chi ha subito il fascino terribile di una persona e cerca di inciderlo sulla carta per elaborarlo, di regalarci un ritratto di Annemarie che sia più completo possibile: riportando stralci delle testimonianze epistolari dei suoi amici, soprattutto Klaus ed Erica Mann (figli del premio Nobel Thomas), o vagando tra le stanze del “paradiso perduto” di Bocken; seguendo i suoi passi in Africa, o frugando tra le fotografie scattate dalla madre di Annemarie, quasi per imprigionarne la magra figura sulla pellicola. La Mazzucco, nel tentativo di descriverla, si spinge fino al regno della poesia, lambendone i confini con una prosa che si adombra di lirismo: lentissimo, a volte languido, a tratti decadente (proprio come gli scritti di Annemarie).

Annemarie Schwarzenbach: efebica e pallida silohuette vestita da marinaio che nelle serate di Berlino affascina ricche signore di mezza età, viaggiatrice solitaria tra le rovine del deserto e le immense foreste equatoriali.
“Annemarie, ora ragazzina-maschio, ora marinaio, ora giovane donna in fiore snella nell’abito da sera, ora dandy in cravatta, le labbra dipinte col rossetto, ora sposa-ragazzo, magrissima nei calzoni sformati, ora donna segnata, appare sempre inquieta e sfuggente, di rado col sorriso sulle labbra. In tutte le fotografie, per volontà del fotografo o sua, irraggiungibile, misteriosa, come un angelo senza sesso, serio e terribile”
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Annemarie, descritta nella sua indescrivibilità. La compita postura del biografo cede alla celebrazione, nella sua viltà, nei suoi vizi e nella sua bellezza, di un’immagine che resta, dopo quattrocento pagine, leggera come un’ombra (una creatura "aerea" in mezzo a tante irrimediabilmente "terrestri") eppure indimenticabile.

Tuttavia, dire che il suo fascino è uguale a quello di tanti spiriti maledetti sarebbe orribilmente riduttivo. Annemarie Schwarzenbach strega il lettore quanto tutti coloro che ebbero occasione di conoscerla per un tratto particolare, che la rende sovrannaturale eppure, in questo, profondamente umana: una ricerca estrema, incondizionata di amore e attenzione.
Alla fine del libro, ciò che ricorderete non è l’angelo terribile ma una figura fragilissima, con un foulard al collo e una sigaretta tra le dita, uno sguardo perennemente inquieto che strappa agli altri un sentimento unico e speciale. Così accade, ad esempio, con Renée, madre tirannica ed energica; così con Erica Mann, amica-amante speculare alla madre, sempre desiderata e mai posseduta veramente. Ciò che resta di “lei così amata” è questa grazia ruvida e impalpabile, innocentissima nella sua dannazione. Tra i fiumi di inchiostro, non una frase delle sue cronache decadenti o dei romanzi suoi o degli amici, ma una parola soltanto: guardami.

Laura Ingallinella

mercoledì 24 marzo 2010

Il Gorgia: la Giustizia e il tiranno

Gorgia
di Platone

Il Gorgia è considerato una svolta decisiva nell'itinerario del pensiero politico di Platone, la tappa mediana fondamentale verso il modello normativo (paradeigma) della kallipolis, compiutamente espresso nel masterpiece della Repubblica. E' il dialogo della rottura, della separazione di Platone dall'ideale pienamente volontaristico del maestro, Socrate: esso è forse la fine dell'apologia (incondizionata) di Socrate.

Il Gorgia può essere diviso in tre atti, tre tentativi di confutazione dialettica di Socrate contro tre rappresentanti della retorica: l'anziano maestro e rispettato Gorgia, poi il giovane e irruento allievo Polo, e infine Callicle, il temibile demagogo democratico. Platone, dunque, ingaggia nel Gorgia una critica serrata alla retorica, l'abilità oratoria la cui decisiva rilevanza di strumento politico nell'Atene democratica, nelle sue Assemblee, e nei tribunali, non può essere sottovalutata: egli tenta di screditarla, destrutturandone la pretesa di essere una tekne autonoma, e concependola come una improvvisata abilità empirica (empeiria), più affine all'adulazione che alla scienza. La retorica, infatti, é incapace di conoscere il Bene dei cittadini, ma prontamente ne compiace dannosamente e senza criterio i più mutevoli piaceri: come una folla preferisce un cuoco, che la lusinga con intingoli e manicaretti gustosi, ma rovinosi per la salute del corpo, al medico, che, possedendo saldamente la scienza di ciò che è bene per la salute fisica, ammette la necessità di poter somministrare medicine spiacevoli, di intervenire chirurgicamente procurando dolore, e cauterizzare, così i cittadini democratici, stoltamente, preferiscono la persuasione infondata della retorica alle salde e coerenti argomentazioni del filosofo, che sole possono fondare un governo della polis orientato al Bene dei cittadini.

I dialoganti (e Platone, indirettamente) mostrano una disposizione di rispetto nei confronti dell'anziano Gorgia (come sarà per Cefalo nel I Libro della Repubblica): Gorgia è certo un avversario, ma è anche un'immagine sbiadita, ad uso polemico di Platone, di un tempo perduto, nel quale la spudoratezza dei pensieri e l'aggressività delle condotte non era ancora ostentata a virtù, come avviene nella frenetica cultura attivistica della democrazia, ma fonte di severo biasimo. Ma Gorgia è soprattutto la personificazione di una comprensione ingenua dell'essenza della retorica, che crede invano che i suoi poteri possano arrestarsi sul limen dell'eticità condivisa. Mentre, dunque, Gorgia è un individuo (almeno conformisticamente) legato a valori etici condivisi, i successivi avversari, soprattutto Callicle, in un climax drammatico, sono di certo più spudorati, e svelano schiettamente le argomentazioni cui un difensore della retorica non può, secondo Platone, non giungere: una difesa aperta del bios tirannico, cioè di quella strategia di vita finalizzata al godimento del potere come strumento per la soddisfazione dei desideri, svincolata da qualsiasi criterio etico selettivo, come legittimazione del dominio dell'uomo sull'uomo. È evidente che in una tale dimensione etica qualsiasi crimine, omicidio e malefatta sia elevato a virtù, e che Platone critichi aspramente l'Atene democratica del tempo, nella quale l'esaltazione delle mire imperiali implicava la crescita dell'aggressività e della rivalità non solo nei confronti delle altre città, ma soprattutto tra gli stessi cittadini. Una tale violenza divisiva, di stasis, intrinseca all'uso politico della retorica è, allora, un pericolo mortale per la stabilità comunitaria, in una società della vergogna, in cui la compattezza e pubblicità trasparente dell'ethos condiviso è il fondamento della koinonia, della comunità della polis. Ed è proprio Callicle, nella fase finale del dialogo, il coeforo oscuro e virulento di questo livido bios turannikos. Ora lasciamo a lui la parola, sperando che non ci sommerga con le sue insidiose provocazioni:

Il discorso di Callicle

-Per quanto i filosofi si perdano nelle loro vane sottigliezze, la verità è che la Giustizia è la ragione del più forte, e che tutti gli uomini, se potessero, desidererebbero vivere al modo del tiranno, il quale dispone di un potere così grande che da esso dipende la vita di moltissimi uomini. Tutti, infatti, bramano il potere, perché è il mezzo più efficace per realizzare i desideri: maggiore è il potere posseduto e più vasta è la gamma di desideri realizzabili. Quale uomo, infatti, non vorrebbe che tutti i suoi desideri fossero realizzati? Fare tutto ciò che si vuole è la felicità (e la libertà)! E tutti gli uomini, per natura, tendono ad essa. È giusto, perciò, per natura che in questa lotta siano i più forti a godere del maggiore potere, e ne dispongano secondo i propri desideri. Così infatti prescrivono le leggi di natura: che i più forti dominino e i più deboli siano dominati. D'altronde, la natura si struttura gerarchicamente, e, mentre gli animali deboli sono dominati, i leoni, le aquile e gli sparvieri dominano in virtù della loro forza. E nei rapporti tra gli Stati, non si nota, forse, una dinamica simile? Gli Stati più potenti subordinano con i mezzi legittimi della guerra, delle alleanze, e della violenza, gli Stati più deboli. Queste sono le leggi della natura (phusis)! Le leggi dello Stato, le norme (nomoi), invece, sono leggi della massa, dei deboli, perché vincolano i più forti ad inibire i propri impulsi di potere, ed i propri desideri di dominio (legittimati dalla loro evidente superiorità in ogni campo alla mediocrità della massa). Esse li vincolano all'eguaglianza, e alla Giustizia, parole vuote, contraffatte, belle favolette che riempiono le bocche degli stolti, e nascondono ipocritamente la verità della lotta per il potere. Costringono i forti, i superiori, i valorosi, gli aristoi, a subordinarsi a questi valori vuoti, che hanno il solo scopo di indebolire e impedire lo sviluppo di quei caratteri che per natura sarebbero destinati al governo e al dominio, e che soli sono degni di valore e di bellezza. Chi si appella a queste leggi ingannatrici vuole dominare laddove dovrebbe essere solamente disposto ad essere dominato. E la tua filosofia, caro Socrate, è davvero una bella attività, se la si pratica da ragazzi, quando lo sviluppo armonioso e sano delle attività dello spirito la richiede, ma la si abbandoni nell'età adulta, se non si vuole risultare ridicoli, dannosi, e inutili alla città! Che utilità può avere un filosofo? Egli è akrestos, inutile: non conosce nemmeno la via dell'agorà, e non partecipa alle Assemblee, ma se ne sta tutto il tempo, oscuro, rincantucciato in un angolo a confabulare con i suoi discepoli, e a pervertire i giovani, quasi tramasse contro l'unità della koinonia, della comunità dei cittadini, mentre, invece, non saprebbe nemmeno difendersi pubblicamente dalle accuse di un Tribunale che volesse sbranarlo! Come può un tale cittadino essere utile alla Città?-

In queste poche righe ho tentato di rendere conto solo sinteticamente del discorso di Callicle, diabolico, oscuramente libero, che in molti aspetti si connette alla medesima assunzione di un'antropologia negativa nell'intervento di Trasimaco, “il gigante calcedone”, nel successivo II Libro (nel celebre racconto dell'anello di Gige) della Repubblica. I problemi messi in campo così apertamente da Callicle e Trasimaco richiedono una confutazione ben più ampia, radicale, che metta in discussione l'intero impianto valoriale, l'intera eticità, sia in un'ottica individuale, che politica. E sarà questo il respiro grande, la sfida gloriosa della Repubblica. Nel Gorgia, invece, Socrate, pur rispondendo, dispone di armi dalle punte smussate. Si percepisce un disagio, un silenzio, una incompiutezza, una rottura: inizia forse qui la revisione di Platone dell'ideale etico del maestro. Nella dilaniante violenza del mondo, per rinnovare la Città è necessaria ben altro che la volontà di un singolo uomo (per quanto fosse il più giusto tra gli uomini), sono necessarie istituzioni, alleanze, e un paradigma adeguato, possibile ma difficilissimo a realizzarsi, del governo.

martedì 23 marzo 2010

Ezra Pound e le "rose" della Provenza

"Rose rampicanti". Appunti di viaggio nella terra dei trovatori
Ezra Pound

a cura di Francesco Cappellini
Via del Vento edizioni, 2008

Rose rampicanti è un libro anomalo. Innanzitutto, perché non è un libro: composto di circa trenta pagine, sarebbe più appropriato definirlo una plaquette, o semplicemente un taccuino. In più, è un racconto di viaggio, organizzato per tappe (ogni capitoletto corrisponde grosso modo a una città) e impressioni; e raccontare un viaggio, lo sappiamo bene, significa raccontare molto altro, soprattutto se il viaggiatore in questione è un poeta come Ezra Pound e il suo viaggio si svolge in una terra come la Provenza.
Ezra aveva trentasette anni quando, nel 1922, intraprese un faticoso viaggio a piedi (quasi a voler ritornare viandante, per ritrovare un tempo differente) attraverso le città e i castelli della Francia Meridionale, a partire da Poitiers, “città-madre [della lirica trobadorica, n.d.A.], distesa intorno a me, stregante, confusa e commovente”. Egli aveva già al suo attivo studi universitari e saggi su Lo spirito romanzo (1910), aveva tradotto Dante e Cavalcanti (a quest’ultimo aveva anche dedicato un’opera musicale, 1933) e i suoi Cantos, pubblicati nel 1922, contenevano moltissimi riferimenti al mondo dei trovatori, sintomo di una consonanza spirituale dichiarata dallo stesso autore, quando afferma “Può darsi che una certa affinità di temperamento mi faccia parziale per quest’età” (Lo spirito romanzo).
La Provenza rappresenta dunque per Pound un’occasione di riflessione critica e poetica: la patria del canto dei trovatori per il poeta americano (e non solo) è anche il fertile luogo in cui nasce la moderna poesia occidentale. Come tale, è una terra gravida di storie e di profumi. Insomma, è impossibile essere imparziali:
“Ci sono molti cespugli di rose rampicanti sui muri. (…) E chiunque trovi da ridire sul modo & sulle forme del loro cantare, sulle loro canzoni o canzos, è uno stolto, proprio come se qualcuno trovasse da ridire sul crescere delle rose intorno a un pergolato. E nessuno potrebbe sedere qui a questa finestra e credere che vi sia qualcosa di stravagante nel modo in cui crescono quelle rose.”

Rose rampicanti è una bella lettura, che offre un continuo invito a soffermarsi, riflettere, immaginare suoni e paesaggi. La Provenza, luogo dell'anima (e della Poesia) per Pound, diventa luogo del sogno per il lettore. Unica pecca del libro, alla fin fine, è proprio la sua brevità: del diario di viaggio di Ezra (pubblicato per intero a New York, nel 1992, con il titolo A walking tour in southern France – Ezra Pound among the Troubadours) possiamo leggere soltanto alcuni estratti, e la sensazione di una lettura incompleta è proprio insopprimibile. Inoltre, la scelta editoriale ha imposto anche delle tristi limitazioni grafiche: un capitolo, scritto interamente nel vers libre poundiano, è riportato invece in una prosa quasi illeggibile per esigenze di spazio. Trascrivo proprio un passo di questo capitolo, senza risparmiare nulla (sappiamo bene che la poesia si nutre anche dei suoi vuoti). Sono le pagine più belle del libro, dove la sensibilità del poeta prende ferocemente il sopravvento sul paesaggio che osserva:

Può un uomo
angustiarsi facendo
poesia di notti
come
questa?! Pazzi, lettori di libri,
andate a Sud & vivete
là. È
tutto ciò che ho
da dire stavolta,
alla fin fine,
che la vita,
nonostante tutti
i suoi dannati
imbrogli & intrighi,
vale la candela,
andate a sud & vivete là
giorni e notti &
quel che resta, nel
corpo e nello spirito.
(…) Ma non siate
parchi né mediocri nel
desiderare. Quasi sempre, ma
non abbastanza, andavo ripetendo con Baudelaire:
siate ubriachi.

Laura Ingallinella

domenica 21 marzo 2010

Quando per crescere bisogna disubbidire.


La disubbidienza
di Alberto Moravia
Milano, Bompiani, 2003

pp. 114
€ 7,00


Quando questo romanzo moraviano è uscito nel 1948, è stato subito riconosciuto dalla critica come un ideale seguito ad Agostino. In effetti, il giovane protagonista è il quindicenne Luca, di poco più grande rispetto ad Agostino (tredicenne), e ancora la tematica principale è la scoperta della crescita e il difficile cammino dell'adolescenza. Nato in un'agiata famiglia borghese, affettuosa ma incapace di comprendere le reali esigenze del ragazzo, Luca vive con sgomento il desiderio di ribellione che lo porta a gesti incomprensibili per i genitori ma anche per sé: vuole provare il sentimento della privazione, disfandosi di giocattoli e di oggetti a lui cari; si disinteressa della scuola che prima era sempre stata al primo posto. Unita alla disubbidienza del titolo, si aggiunge poi l'intenzione di scoprire l'erotismo, e Luca sceglie la governante di casa, non più giovanissima, non particolarmente avvenente, ma così attraente per gli occhi ingenui del ragazzo. Tra ripugnanza e curiosità, Luca accetta le attenzioni della donna, che tuttavia si ammala presto. E' questa l'occasione perché Luca inizi a pensare torbidamente alla morte e al sentimento del distacco,... Una caduta in una depressione giovanile, quindi, forse insanabile, se al suo capezzale non fossero giunte le cure di un'infermiera amorevole, generosa, ora materna ora quasi seducente. Sarà con lei che Luca riuscirà a scoprire l'amore fisico, superando quel senso di disgusto iniziale, e sentendosi finalmente un uomo.

Romanzo breve densissimo, col suo centinaio di pagine riporta il lettore in quell'atmosfera di critica sociale già degli Indifferenti (1929), ma nettamente più sfumato. Più ancora di Agostino, La disubbidienza è un percorso nella psicologia del ragazzo, nelle contraddizioni adolescenziali, tra strappi violenti per staccarsi dall'infanzia e paura per l'inconoscibile mondo adulto, che sembra ancora così irraggiungibile. Per quanto riguarda lo stile, siamo in presenza della semplicità formale di Moravia, dietro cui si cela una forte complessità contenutistica, che si poggia spesso (quasi sempre, oserei dire) su accurate letture psicologiche e psicanalitiche. Segnalo ad esempio l'"iniziazione sessuale" di Luca come una tra le pagine più delicate e sapienti dell'intera Opera moraviana.

GMG

venerdì 19 marzo 2010

L’epico scontro tra uomo e natura nell’ultimo libro di Erri De Luca “Il peso della farfalla”

Il peso della farfalla
di Erri De Luca
Feltrinelli 2009
pp. 70
Euro 7.50

Un acrobata delle vette, l’animale di montagna più perfetto, il re dei camosci ormai alla fine della supremazia sul suo branco e l’uomo, il bracconiere, il ladro di bestiame. Un incontro, un duello, l’ultimo, il destino che si incrocia in un abbraccio mortale; un albero e i suoi rami sospesi nell’aria, la visita dell’uomo, e i racconti dei fulmini. Delicato, commovente e intenso è il nuovo libro di Erri De Luca, “Il peso della farfalla” (ed. Feltrinelli), due storie montane, attraverso le quali viene raccontato il rapporto uomo-natura, fatto di rispetto, di amicizia e di sfida. Un vecchio bracconiere-alpinista solitario, l’uomo, e il vecchio re dei camosci, «le cui corna presto si sarebbero arrese a quelle di un suo figlio più deciso», si incontrano e si sfidano. Entrambi stanchi, ma di quella stanchezza sazia, di chi ha dato e sa di non volerne più, entrambi coscienti della imminente fine che va affrontata con fierezza. Una farfalla, simbolo di regalità, il cui peso, come quello di una corona, fa crollare l’uomo. La morte sopraggiungerà per entrambi su quella montagna testimone di avventure, lotte per la sopravvivenza in «un giorno perfetto, di nitido confine tra un tempo scaduto e uno sconosciuto». Sono due solitudini che si incontrano, due vite selvagge e fuori dagli schemi, «in ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva, dietro di loro la traccia aperta si richiude». Erri De Luca, in questo racconto, entra nelle vite dei due personaggi senza nomi, con la delicatezza e la sensibilità proprie di una farfalla, così vicino al mondo animale quanto a quello umano, concentrando in poche pagine l’essenza della vita e della morte, con un linguaggio ricercato ma non manieristico. Le descrizioni dei luoghi naturali sono sensoriali, tanto che sembra di sentire l’odore della terra umida di novembre, di germogli di mugo e ginepro, o di avere sotto gli scarponi la nerboruta radice di un cirmolo. È quasi una poesia romantica anche la seconda, breve, storia “Visita a un albero”, che racconta la bellezza pura e forte di un cirmolo («Esistono in montagna alberi eroi, piantati sopra il vuoto, medaglie sopra il petto di strapiombi»), un albero solitario, che si sporge dalla roccia su un abisso, appoggiato all’aria. Lo scrittore alpinista gli fa visita e «tra un albero e un uomo la conversazione corre ai fulmini».

Luisa Roberto

giovedì 18 marzo 2010

La via sbagliata per la felicità


Le vie della città. Documenti di vita americana
di Emilio Cecchi
a cura di Giovanni Turra,
con una riproduzione delle opere di Luigi Gardenal
Mestre, Amos Edizioni, 2004

pp. 88
€ 10.00


Irene Shrader è una donna che vuole uscire dalla mediocrità della sua esistenza: lo vuole per suo figlio, per il suo uomo Glenn Dague, e anche per sé. Una vita sregolata, quella di Irene, come sregolata è la relazione che la unisce a Glenn: una "miscela" che "prende fuoco". E così l'acquisto di un revolver da pochi dollari è solo l'inizio di una folle corsa in macchina per l'America, tra rapine, auto rubate. Il tutto cercando di non ammazzare, con una ingenuità e una superficialità che annichiliscono, ma che non sono bastate a salvare Irene e Glenn dalla sedia elettrica.

In una quarantina di pagine si dipana questo racconto, tratto da un fatto di cronaca (la prima condanna alla sedia elettrica di una donna, tale Irene Schroeder, di cui lo scrittore ha volutamente storpiato il cognome) che aveva colpito Cecchi durante i suoi primi viaggi americani nel 1930. A lungo rimasta sepolta tra le carte che Cecchi preparava in vista di un'opera sull'America (in realtà mai completata), il racconto è uscito sulla prestigiosa rivista «Omnibus» di Longanesi nel 1937. E solo ora viene riproposto!

Tuttavia non si pensi che questo racconto voglia essere solo una testimonianza - non sarebbe da Cecchi! Infatti, se l'autore sceglie di celarsi dietro un narratore esterno, troviamo tutto il suo stile personalissimo e controverso che porta con sé dall'esperienza sulla «Ronda». In particolar modo, segnalo la punteggiatura (e l'uso del punto e virgola, talvolta alogico ma sempre originale), l'attenzione a uno stile di parlato altamente mimetico (specialmente nella sintassi). Il tutto, mantenendo sempre un grande rispetto per la narrazione, senza interventi né moralismi o giudizi non richiesti.

Segnalo infine l'utilissima introduzione di Giovanni Turra, che traccia la storia filologica del racconto e ne analizza le vicissitudini editoriali, i contenuti e la forma, con un'attenzione assolutamente da premiare. E da premiare è anche l'editore che, con questa scelta, testimonia il suo compito di dar voce anche ai dimenticati. In questo caso, ai Grandi dimenticati.

GMG

mercoledì 17 marzo 2010

La Regina e la sua corte ritrovata

Primo incontro per la rassegna Il verso presente (16 marzo 2010)
La corte dispersa della regina: Il presente della poesia
Lagrime da offrire al Silenzio. Perchè tu mi dici: poeta? (S. Corazzini)

“Se ne fotte se non la chiamano più regina. Lei lo è, anche se il trono è finito chissà dove, e la corte è dispersa. La voce è forse un poco arrochita. Ma quando si propaga nelle stanze, per i corridoi pericolanti e per le scale che da tempo quasi nessuno percorre, ridiventa la sua voce di ragazza.”

Inizio questa cronaca così come è iniziato l’incontro, con le parole di Davide Rondoni, sebbene la lettura di una pagina web non possa rendere che per difetto l’esperienza d’ascolto che ci hanno offerto gli allievi della Scuola d'Arte drammatica “Umberto Spadaro” del Teatro Stabile di Catania. Una degna apertura, quasi profetica, perché il primo incontro con Il verso presente ha dimostrato proprio questo: la poesia, regina esiliata da questa contemporaneità fatta di bombardamenti e mordi-e-fuggi, è un dono che si può ancora fare e ricevere. Un oggetto magico che fa di tutto per farsi ritrovare, per farsi accogliere, o meglio: che s’impone al cospetto dell’uomo – grande, vittoriosa regina – per un patto: l’immortalità dell’emozione in cambio della sua voce.
Accompagnate dalle introduzioni del prof. Roberto Galaverni, durante questo primo incontro tre voci si sono susseguite disegnando orizzonti diversi e complementari, rintracciando punti di tangenza e fili rossi del panorama poetico italiano degli ultimi decenni.
Interessantissimo l’incontro con Umberto Piersanti, il poeta delle Cesane, cha ci ha parlato vivacemente di sé e delle sue leggende personali. Non soltanto occasioni poetiche, i suoi “Luoghi persi” sono fatti di colline, stradine dimenticate, di un “tempo differente” senza retorica ma colmo d’amore per ciò che è stato ed è, infine, perduto. “Un amore per i luoghi non leghista”, sottolinea il poeta urbinate, “Io amo le mie radici perché le mie radici mi aiutano a comprendere il mondo”. In un gioco di ombre antiche e gente nuova (La tempesta), la campagna prende vita coi suoi fossi, le piante dai nomi esatti (come lo scotano, “L’albero delle nebbie”); una madre immaginata prima della nascita del poeta allunga lo sguardo sull’Adriatico, in cerca del padre partito in guerra (Il lavatoio); e, in ultimo, ma non per ultimo, un pensiero dedicato al figlio (Al cinema con Jacopo).
Memoria nel paesaggio, ma con altri spunti e diversi approdi, anche per Loretto Rafanelli, che nel suo “Il tempo dell’attesa” dedica esplicitamente alla “memoria” un poemetto che riecheggia la riflessione sul tema arendtiano della banalità del male, dell’olocausto ebraico. Ancora ricordo, che stavolta è anche ricerca dell’altro-da-sé, ancora paesaggio: questa volta, la riviera romagnola d’inverno, “torma di brunite / scaglie di mare”.
Infine, Davide Rondoni. Leggere è facile, ma scrivere è una fatica perché “toccare il mistero del mondo con i nomi” equivale a compiere un salto nel buio, un atto d'amore per le cose e per la parola. Questo il senso della prima poesia che Rondoni ha voluto leggerci: una composizione non sua, ma di un amico poeta prematuramente scomparso, Antonio Santori: "Per questo mentre / vivo tutto mi sembra / innominato."
Rondoni legge per noi molte poesie tratte dalla sua ultima raccolta, “Apocalisse amore”. Un libro di viaggi, in cui le luci elettriche della raffineria appaiono come segrete costellazioni. In questo continuo vagare in un mondo ricco di storie, dopo aver attraversato, quasi in volo, il paesaggio di Freetown è possibile ritrovarsi in un’osteria bolognese in cui viene nominato, casualmente?, un nome, Gesù. E la notte, spettacolo intimo, “è piena di fuochi” e di realtà da indovinare nel buio.

Ritrovare la magia del verso, nella solitudine della lettura personale, è facile. Coraggioso e degno di lode è riuscire a ricongiungere proficuamente questa magia all’entusiasmo del fare. Il verso presente, nato dall’impegno di ragazzi e docenti, ha dimostrato il successo raggiunto già al primo incontro. Guardando l’Aula Santo Mazzarino colma di uditori, giovani e adulti insieme, non sono riuscita a non pensare: eccola, la corte dispersa della regina, ritrovata in un pomeriggio catanese.


Laura Ingallinella

nota: le foto, scattate da Giuseppe Torrisi (webmaster e fotografo per il sito studentesco Marforio) ritraggono 1. Umberto Piersanti, 2. Loretto Rafanelli, 3. Davide Rondoni, 4. l'Aula "Santo Mazzarino" affollata di studenti e spettatori.

martedì 16 marzo 2010

Zuckerman: trilogia ed epilogo

Zuckerman

di Philip Roth
Einaudi, Torino, 2009

Traduzione di Vincenzo Mantovani

pp. 645
euro 19.50


Nathan Zuckerman fa la sua prima apparizione in My life as a man come alter ego del protagonista, lo scrittore Peter Tampod. Ben presto, però, guadagnerà il centro della scena comparendo in sette romanzi di Philip Roth, quattro come protagonista e tre come narratore.
Zuckerman, corposo volume pubblicato nel 2009 dalla Einaudi, racchiude i primi tre episodi più un epilogo (tutti pubblicati prima singolarmente) della saga a lui dedicata. Un personaggio costruito ad arte, strutturato con sapiente perizia letteraria ma umanamente riconoscibile, perfetto alter ego del suo creatore. Roth, attraverso la sua storia, affronta un’analisi approfondita e dettagliata del problema dell’identità ebraica nel dopoguerra in America e dello sviluppo di una personalità artistica non conforme alle prescrizioni, ai divieti e alle regole della sua appartenenza religiosa, familiare e territoriale. Una disamina attenta e precisa, priva di pedanteria e psicologismo, che prende in considerazione il risvolto umano e sociale della questione, con lo stile arguto, ironico e dissacrante a cui il grande scrittore americano ha abituato il lettore.

La trilogia si apre con Lo scrittore fantasma (1979), il racconto della notte in cui Nathan Zuckerman, giovane scrittore di belle speranze e grandi ambizioni, si trova ospite nell’isolata casa di colui che ritiene essere il sommo narratore della sua epoca, E.I. Lonoff, un’esperienza che segnerà le sue sorti letterarie. Nathan in persona narra il suo incontro con Lonoff, stoica personalità che ha dedicato la sua esistenza alla scrittura, caposaldo di tutta una vita, punto di partenza e di arrivo; parla della difficoltà e della paura di trovarsi di fronte a tale genio, della voglia di fare un’ impressione positiva e dell’amore filiale che sente per lo scrittore, sentimento puro ma non adeguato ad un ragazzo che tanto deve alla sua famiglia. Racconta di Hope, la moglie di Lonoff, compagna paziente di vita, docile e remissiva, ormai sull’orlo della follia. C’è anche Amy Bellette, ambigua e sensuale profuga che Lonoff ha salvato dalle tragedie della guerra. Il finale è sospeso, uno strattone alla decennale e immobile tranquillità di casa Lonoff, preludio di ciò che Roth ha in mente per il suo personaggio. Un primo romanzo che anticipa, come una lunga introduzione, le vicende future del protagonista.

Passano più di dieci anni e il Nathan di Zuckerman scatenato (1981) ha finalmente ottenuto il successo, è divenuto un grande scrittore, ha guadagnato un milione di dollari e ha anche lasciato la sua quarta moglie. Ma non tutti amano il suo scandaloso capolavoro Carnovsky: la famiglia, i critici, l’establishment costituito e anche qualche pazzo che minaccia di rapirgli la madre. Forse non piace più neanche a lui. La sciocca identificazione dei più tra lo scellerato Gilbert Carnovsky (futuro Alexander Portnoy) e il suo autore, il riservato e schivo Zuckerman, gli causa molte più grane di quanto si aspettasse, neanche la sua nuova vita da ricco e ambito scapolo riesce a alleviare il suo disagio, anzi, contribuisce solo ad aumentare il senso di inadeguatezza e di triste trionfo. L’uomo Zuckerman è schiacciato dal peso del suo genio e mentre assiste impotente alla morte di suo padre, si rende conto di aver perso se stesso, la sua identità di uomo e la sua dignità di ebreo.
Nel passaggio tra i due romanzi la narrazione passa dalla prima alla terza persona, l’autore taglia il cordone ombelicale e prende fermamente le distanze dal suo personaggio: il risultato è un dipinto a tinte forti, impietoso e tragicomico, di un uomo di mezza età, frustrato e infelice, adesso come prima rinchiuso nella torre d’avorio del suo talento. La vocazione letteraria lo ha costretto lontano dalle sue appartenenze, dalla sua terra, dalla sua famiglia e incapace di dedicarsi a qualcosa di serio che non sia la scrittura. L’isolamento necessario ad alimentare il sacro fuoco dell’arte sta minando alla base la fonte della sua ispirazione. Il suo capolavoro lo ha prosciugato all’interno e la cruda realtà al di fuori porta a compimento l’opera.

Perderà poi anche sua madre, il colpo di grazia ad un uomo già abbondantemente distrutto dalla nuova forma che hanno preso i suoi demoni: nel terzo episodio, La lezione di anatomia (1983), è affetto da una strana algia che gli paralizza dolorosamente collo, spalle e braccia e che nessuno è riuscito a curare. Neanche la sua personale terapia a base di vodka, Percodan, marijuana e quattro sostitute mogli funziona. Lui non funziona più. Il dolore è centro nevralgico della sua esistenza, mezzo di comunicazione del senso di colpa, della frustrazione, dell’inadeguatezza. Il dolore è la ribellione dello spirito allo schema impostosi dallo scrittore – l’artista, non l’uomo - che non lo accetta ma di cui non riesce a liberarsi. Forse assomiglia a Carnovsky più di quanto sia disposto ad ammettere. Il dolore diviene espiazione e riscatto morale dopo che il suo capolavoro ha ucciso suo padre, sua madre, il suo matrimonio e che adesso sta distruggendo anche il suo talento.
E ora che non riesce più a scrivere, tutto viene alla luce con sconcertante chiarezza. Unica soluzione è voltare pagina e iniziare una nuova vita.

Il volume si conclude con un breve racconto, L’orgia di Praga (1985). Nathan si trova nella Repubblica Ceca per tentare il recupero di un manoscritto, un’altra occasione per ritrovare e glorificare le sue origini e per un riscatto morale. Gli appunti di viaggio di Zuckerman sono l’occasione per una profonda e realistica riflessione sulle contraddittorie possibilità artistiche e umane sotto il regime comunista, in una città in cui tutto è concesso ma niente è permesso.
Un volume importante e complesso, una lettura impegnativa che chiede tanto al suo lettore ma che rende più di quel che pretende: la meraviglia dell’architettura narrativa e psicologica del protagonista, un uomo che tenta di barcamenarsi tra fatue vittorie e blande sconfitte, guardando alla sua storia con distacco e giudicandosi senza clemenza.
Il tutto ovviamente raccontato con grande stile dal maestro della narrativa contemporanea.

Valeria Medori

sabato 13 marzo 2010

La fine è il mio inizio


L’ ultimo romanzo di Tiziano Terzani si inscrive in una serie di prove orientate a creare un corpus composito, una summa della lunga carriera giornalistica che vide i suoi esordi tra la Normale di Pisa e la Columbia University di NY e che lo portò successivamente ad affermarsi con la collaborazione a “L’ Espresso”, “Il Corriere della Sera” e “Der Spiegel”. A proposito della sua attività presso la nota testata tedesca, così si esprime l’ autore: “scrivi una cosa invece di un’ altra e sposti l’ opinione pubblica- questa mi pareva una grande missione”. Il giornalismo inteso come vocazione e potere, (l’ idea del “quarto potere” trasposta dalla cinematografia di Orson Welles), è legata a quella dell’ avventura fuori da ogni schema o ordine sociale; è “viaggiare per il mondo alla ricerca della verità” perché “quella verità che andavo cercando era dietro ai fatti, era dietro al dietro dei fatti”. La verità senza pretese. Senza la finzione di un’ obiettività che all’ uomo, neppure al più imparziale, è dato conquistare… l’ idea di un giornalismo “di posizione” perché “se tu da un episodio tiri fuori delle emozioni, delle rabbie, e spieghi, allora credo che puoi aprire gli occhi a tanta gente e aiutarla a capire”.
Spostando l’ obiettivo dal Vietnam alla Cina, al Giappone e all’ India, indagando la realtà asiatica e poi quella sovietica e scrutando il sogno socialista, il nostro fiorentino cosmopolita passa in rassegna gli eventi in cui furono coinvolte le grandi potenze mondiali nel secolo appena trascorso in un intenso dialogo col figlio. Dialogo a tratti serrato, a tratti incline al monologo o con concessioni alla forma intima e privata della lettera, quasi una confessione, un testamento spirituale in cui il “tu” dell’ interlocutore è marginalmente chiamato ad intervenire pur essendone destinatario privilegiato. E in questo “tu” non si incarna solo il figlio Folco, (erede del padre come di quella vita che continua a pulsare, che prosegue nonostante la morte dell’ individuo), ma ogni lettore che si sforzi di capire il senso e la necessità della storia stessa. “Se non capisci la storia non capisci l’ oggi. Se fai la cronaca racconti delle balle, racconti quello che vedi al microscopio quando invece ci vuole il cannocchiale. La formazione di un giornalista non è certo facile ed è per questo che sono contro tutte le scuole di giornalismo. […] Ci vuole una preparazione eclettica e quella te la devi fare da solo con una cultura che viene dalla storia, dall’ economia e che non impari dalla facoltà di giornalismo. E’ assurdo andarci, è come andare a scuola di poesia. Che impari? Chi ti insegna a fare il poeta?”
A Terzani invece il giornalismo lo insegnarono il soggiorno alle isole Curili, la guerra in Vietnam, la liberazione di Saigon, il crollo dell’ URSS e la Cina post- maoista, il credo di chi affermava “aiutate l’ India a conservare la sua innocenza e l’ India vi aiuterà a sopravvivere”, il senso d’ alienazione sui treni ad alta velocità di una megalopoli come Tokyo e la convinzione che per essere utili e dare voce a chi non può permettersi di parlare sia indispensabile essere provocatori verso il “Potere”. Perché il tentativo paradossale del potere è quello di creare un “uomo nuovo” con esigenze asservite ai propri scopi piuttosto che rendere le esigenze del potere funzionali ai traguardi dell’ uomo nuovo. “Ma c’ è una natura umana che è individualista, che è egoista e che non accetta questa limitazione dei propri diritti, della propria libertà d’ espressione.” Come d’ altra parte “c’ è qualcosa di sacrilego nell’ idea di voler creare l’ uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari.” Non per questo Terzani va considerato un “restauratore” ma piuttosto un “super partes”, distante da fanatismi che tentano di rendere l’ uomo ciò che non è, sia volendolo abbrutire sia cercando di trasfigurarlo idealmente. “L’ uomo è quello che è, è il frutto di un’ evoluzione e non puoi fermare l’ evoluzione, come non puoi fermare l’ acqua che scorre nel fiume”.
La rilettura della propria esperienza con la consapevolezza di essere a un passo dalla fine, la morte per cancro, è tanto più sconvolgente quanto più è serena la contemplazione del tempo che resta… i discorsi di Terzani sono intrisi di quell’ annichilimento del desiderio proprio della dottrina tibetana e delle leggi di Buddha. Si ha paura della morte, sostiene lo scrittore, perché si ha paura di perdere tutto ciò che si desidera. Ma quando hai vissuto una vita intensa, vedendo cose che a pochi è concesso vedere, e sei sopravvissuto, dopo aver sfiorato morti atroci, e hai ricevuto il dono di restare per raccontarlo, per scriverlo, per farne storia, sembra di non poter desiderare più niente. E non si teme più di perdere niente. Il cerchio si chiude. E un cerchio è il disegno tracciato nella penombra di una cella da un monaco zen in meditazione su quell’ Himalaya dove Terzani ha appreso, dopo tanto parlare e scrivere e urlare per dare voce a chi non l’ aveva, il valore del silenzio e del distacco; lì dove si impara a congedarsi dalla vita. “La fine è il mio inizio”: la vita d’ un uomo come un circolo, un eterno ritorno, una figura in cui si confondono l’ alfa e l’ omega.

venerdì 12 marzo 2010

"Scrittori in ascolto" - Tiziano Scarpa



Tiziano Scarpa è stato a Pavia (Università degli Studi, Aula Volta)
il 9 marzo 2010, alle 17.30.
L'ha presentato Mauro Bignamini, Ricercatore di Letteratura italiana

La conversazione è stata introdotta dal liuto di Massimo Leonardi ed è stata chiusa dal Coro femminile dell'Istituto Musicale Vittadini, diretto da Giuseppe Guglielminotti Valetta.




Una grande serata: una bufera di neve fuori dalle finestre e il fascino sempre vivo della bella Aula Volta hanno fatto da sfondo all'incontro tanto aspettato dai pavesi (e non solo) con Tiziano Scarpa.
Dopo la musica del liuto di Massimo Leonardi, Mauro Bignamini ha brevemente introdotto il conosciutissimo scrittore che, ricordiamo, ha vinto tra gli altri il Premio Strega nel 2009 con il suo Stabat mater (clicca qui per rileggere la nostra recensione).
Senza mai una minima incertezza, Scarpa ha iniziato con una riflessione sul fascino della musica antica: la gestualità di Massimo Leonardi ha offerto l'occasione per parlare di quando la musica era un rito.
Passando poi alla sua ultima pubblicazione, Scarpa spiega per quale motivo abbia scelto di parlare dal punto di vista di una ragazza del Settecento, quale è la sua protagonista Cecilia. Dal momento che è difficile parlare di temi forti ed esistenziali quali la morte e il dolore, ma anche un amore rifiutato, Scarpa ha affidato alla sua giovane protagonista tutto il coraggio per parlare della disperazione. Il tutto, con un continuo riferimento a Vivaldi personaggio storico e compositore.
Anche l'ambientazione non è casuale: l'orfanotrofio della Pietà a Venezia ha sempre affascinato Scarpa, fin da quando, bambino, sua madre gli raccontava di averlo partorito in una di quelle stanze. Benché il piccolo Tiziano avesse una madre e un padre, lo iniziò a sentire una sorta di legame immaginario con quei "fratellini e sorelline" orfani, centinaia d'anni prima. Nello scrittore si è quindi poi radicata questa immaginazione, poi confluita in Stabat mater.



Come Bignamini ha acutamente notato, nella narrativa di Scarpa è sempre presente un personaggio che scrive, quasi sempre parlando di sé, a un destinatario assente o lontano. Scarpa conferma: la comunicazione negata è un tema forte nella sua produzione, che - ci anticipa - in qualche modo tornerà nel romanzo che sarà pubblicato tra poco.

Dopo altre interessanti disquisizioni, Scarpa dà lettura dell'incipit del romanzo: con ottime capacità attoriali, interpreta i suoi testi dando "lettura nel migliore dei modi", come ha detto dopo, sebbene questo testo (come ogni prosa narrativa) sia nato per restare sulla carta, e non per essere letto ad alta voce. Al contrario, spiega che alcune trame sono nate nella sua fantasia come opere fortemente visive e ricche di azione e, per questo, destinate al teatro anziché alla pagina.
Purtroppo, vista l'ora tarda non è stato possibile soffermarsi sulla produzione poetica di Scarpa, che ricordiamo ospita degli esperimenti interessanti (clicca qui per fartene un'idea).

Con lo stesso rapimento, il pubblico ha poi ascoltato la bellissima esecuzione di alcuni brani scelti ad opera del coro femminile dell'Istituto musicale Vittadini.
Tutta la serata s'è conclusa con uno scroscio di applausi, un'interminabile coda per gli autografi (anch'io ne ho ottenuto uno speciale!) e calde strette di mano.

GMG

Foto 1 e 2 - da sinistra: Mauro Bignamini e Tiziano Scarpa all'inizio dell'appassionata lettura.
Foto 3 - coro femminile dell'Istituto musicale Vittadini e il direttore Guglielminotti.

giovedì 11 marzo 2010

Il "salotto": intervista ad Alberto Mossino

Grazie Alberto per aver accettato la nostra intervista. Innanzitutto ti rinnoviamo, a nome di tutto lo staff, i complimenti per il traguardo raggiunto con un libro davvero interessante (Clicca qui per leggere la recensione). Essere finalisti al premio Calvino non credo sia da tutti. Cominciamo subito...

In che misura ha inficiato la tua esperienza personale sulla stesura del libro? Ossia quanto di Alberto Mossino è possibile ritrovare nel personaggio di Franco?
Il personaggio di Franco è molto meno autobiografico di quanto si possa pensare. Sicuramente ci sono dei riferimenti a situazioni vissute direttamente (che però non svelerò mai...). Va da sé che occupandomi di immigrazione, tratta e prostituzione da più di 10 anni, molti episodi del romanzo sono ispirati a fatti veramente accaduti, fatti che ho potuto documentare con quella che si potrebbe definire “osservazione partecipata”. Nella vita faccio l'operatore sociale, coordino l'attività di PIAM onlus, un'associazione laica di Asti che offre protezione ed inserimento sociale alle donne che si sottraggono al racket della prostituzione. Franco, il protagonista del romanzo, invece è un allegro puttaniere che tira a campare in modo “leggero”, cioè senza farsi troppe domande e cercando sempre la soluzione più conveniente all'occorrenza.

Sappiamo che la tua compagna, come tu stesso riferisci, è "una bellissima nigeriana". L'idea del libro in che modo è legata a lei? Qual è stato il tuo primo approccio alla "Nigeria italiana"?
Sono sposato da 5 anni con Princess, una bella nigeriana che fa la mediatrice culturale ad Asti. E' stata lei, più di 10 anni fa, ad introdurmi nella comunità dei nigeriani in Italia, a svelarmene i segreti, i luoghi e la cultura. Poi quando ci siamo sposati siamo stati anche più volte in Nigeria, dove ho incontrato un'altra realtà ancora, veramente difficile da descrivere, per certi versi quasi inimmaginabile. Per quanto riguarda l'approccio alla Nigeria italiana, è stato difficoltoso, ho dovuto gradualmente demolire tutte le mie certezze e iniziare a comprendere che esistono altre culture, lontane da nostro eurocentrismo, culture che hanno codifiche e riferimenti completamente diversi dai nostri. Per dirla come Franco: “Mi accorgevo, di racconto in racconto, di confrontarmi con qualcosa che mi era ignoto fino a quel momento… Internet, la televisione, i magazine ed i libri letti non erano serviti a niente, solo ora, che mi trovavo a tu per tu con questa bella ragazza africana, iniziavo a capire che nel mondo esistevano altri mondi che avevano tradizioni, culture, cucine, sapori, gusti e quant’altro, completamente diversi da quelli occidentali.”

La tua scrittura appare frammentata, spontanea e stesa di getto, senza troppi fronzoli e praticamente sempre in discorso indiretto libero. Prima che io inizi a blaterare di modelli joyciani, salingeriani, sveviani o chissàqualealtroautorenovecenteschiani, hai tratto un qualche spunto da autori del passato? Qual è la tua posizione nei confronti di chi ti ha preceduto? Hai qualche preferenza di lettura in particolare?
Quando ho inviato il manoscritto al Premio Calvino, nella lettera di presentazione ho scritto questa frase: “Ho cercato di scrivere questa storia in modo semplice, così come si raccontano le storie al bar o alle cene fra amici.” Ho puntato su uno stile che si avvicinasse il più possibile alla parlata quotidiana fra amici, al modo in cui si pensa e si ragiona fra sé e sé, senza voler imbarcarmi in funanbolismi letterari, cosa che, ammesso ne fossi stato capace, avrebbe rallentato il ritmo della storia. Fra gli scrittori che amo e in qualche modo hanno condizionato il mio modo di scrivere, ci sono sicuramente Simenon, per la limpidezza nella costruzione della frase e Sciascia, per la capacità di raccontare storie serie ed impegnate con una semplicità esemplare. Rimane anche la passione per alcuni autori africani come Emmanuel Dongala, Ken Saro Wiwa, Ahmadou Kourouma e su tutti l'angolano Pepetela autore di “Jaime Bunda, agente segreto”, un autentico capolavoro.

"Quell'africana che non parla neanche bene l'italiano" dà nettamente l'impressione di essere una resina spontanea sgorgata da un albero di tante esperienze. In quanto tempo hai concepito e partorito questo libro?
L'idea di scrivere una storia è di circa 3 o 4 anni fa. Lavorando con gli stranieri, spesso clandestini, incrociavo sovente storie e situazioni paradossali, divertenti, spiazzanti. Mi dispiaceva che tutto questo bagaglio di vissuti ed esperienze andasse perso, così in una sorta di “operazione memoria” ho iniziato a fissarle su carta un po' alla volta. Alla fine mi sono accorto di aver raccolto una bella quantità di materiale interessante, che poteva essere l'ossatura di una storia vera e propria, bastava solo inventarsi un canovaccio e qualche personaggio che surfasse su queste storie. Così ho iniziato a documentarmi, a cercare tutti i riferimenti per rendere il romanzo credibile e sono partito. La stesura definitiva mi ha impegnato per circa 5 mesi.

Come mai hai deciso di terminare il libro privandolo di una "happy end" nel senso tradizionale del termine, cioè con un bel matrimonio e "tutti vissero felici e contenti", come poi sembra essere accaduto nella tua vita personale? Prevedi un seguito per la tua narrazione?
Uno dei miei motti è: “il lieto fine esiste solo nei film americani, nella vita reale quasi sempre le cose non vanno come uno vuole”. In “Quell'africana...” ho tenuto fede questa convinzione, d'altronde nella vita di tutti i giorni, di storie di stranieri e clandestini con l'happy end ne ho viste davvero poche. Alcuni editor di case editrici importanti mi hanno fatto proprio pressioni in questo senso, volevano un bel lieto fine o l'introduzione di un detective che arrestasse tutti. Comunque a me non sembra che manchi il lieto fine, forse non è proprio in linea con la morale comune, però tutti i protagonisti del romanzo alla fine ne escono bene, ognuno a modo suo ha dato una sferzata importante alla propria vita. Per il resto non ci sarà un sequel, questa storia è nata così ed ognuno a modo suo può fantasticare sul proseguo.

Che cosa pensi dello stato attuale dell'integrazione in Italia, anche alla luce dei fatti di Rosarno? Le istituzioni intervengono adeguatamente?
In Italia non esiste un processo di integrazione pianificato e supportato dalle istituzioni politiche. Dal 2003 abbiamo la Bossi-Fini, una legge che limita fortemente i diritti dei migranti, peggiorata ulteriormente dal delirio leghista del pacchetto sicurezza nel 2009. Queste leggi sono l'espressione dell'ignoranza della politica sul fenomeno migratorio e della volontà di controllo ed esclusione su chiunque non sia italiano. Viviamo in un Paese che disciplina i diritti ed i doveri dei cittadini su base etnica, un po' come il Sudafrica ai tempi dell'Aparteid. Se le cose continuano così non ci resta che sperare in un Mandela italiano. Comunque per documentarsi approfonditamente sulle condizioni dei migranti in Italia, consiglio di leggere il libro “Gli africani salveranno l'Italia” di Antonello Mangano, che tra l'altro è anche il mio editore.

A giudicare anche dal tuo precedente libro, nato dall'incontro con il subcomandante Marcos, e che mi auguro di leggere e recensire prossimamente, la tua è essenzialmente una letteratura impegnata. Concordi? I due concetti di letteratura ed impegno sono inscindibili o ammetti eccezioni, con uno sguardo anche al trash-trash quotidiano?
A mio giudizio l'importante è avere una storia che valga la pena di essere raccontata e non scrivere tanto per farlo o per assecondare un editore. Le storie devono essere interessanti, comunicative ma non necessariamente impegnate. Non penso basti essere impegnati per raggiungere un buon risultato, anzi talvolta ci sono autori che si sforzano di essere “profondi” anche se poi alla fine non hanno nulla di interessante da dire. Mi piace la letteratura che prende spunti dal tessuto sociale, ma non disdegno la narrativa pura, quella di evasione e altri generi ancora. Il limite sta proprio nel raccontare qualcosa che alla fine resti nella mente del lettore, magari arricchendolo un pò, in questo senso vedo la differenza fra il trash-trash quotidiano, come lo definisci tu, che insegue le mode del momento ed i conseguenti profitti e la buona letteratura, che non ha bisogno di finire in classifica per essere ritenuta tale. Spero di essere stato esaustivo.

Ci mancherebbe! Grazie per la tua disponibilità, è stato un piacere ospitarti, seppur virtualmente. Arrivederci a presto!

intervista a cura di Adriano Morea


martedì 9 marzo 2010

OUR PYRAMIDS

Palace of the end
di Judith Thompson

Neo Edizioni, 2009

“Oh, popolo iracheno … Per Dio vi spoglierò come corteccia, vi legherò come un mucchio di rami, vi colpirò come cammelli smarriti …” Questo è ciò che disse al – Hadjadj, il governatore che arrivò in Iraq nell’anno 694. Questo è ciò che disse Saddam. Questo è ciò che dissero Bush e Tony Blair.

Palace of the end sembra l’Iraq destinato ad essere un luogo di abusi e infinita violenza, Palace of the end è il cuore quando si accorge di aver vissuto al buio. Si apre uno spazio di riflessione su se stessi e cresce l’urgenza di raccontare nella disperata ricerca di un consenso, di un conforto, di una liberazione. L’esperienza di questa terra insanguinata è ciò che lega Lynndie England, soldatessa americana famosa per gli abusi compiuti ad Abu Ghraib, David Kelly, biologo americano chiamato a testimoniare l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq e Nehrjas Al Saffarh attivista irachena contro il regime ai tempi di Saddam. Il loro destino è stato quello di essere protagonisti di una tragedia e i loro monologhi sembrano essere tutto ciò che resta alla fine di questo viaggio, alla fine del mondo, quando l’uomo ha vinto nella gara indetta contro se stesso di dimostrare la crudeltà e il sadismo di cui è capace.

Il testo che nasce come pièce teatrale potrebbe ben essere l’epilogo di una consumata tragedia greca. I tre personaggi entrano in scena come attraverso uno specchio e prendono posto. Sembra riemergano dal mondo reale a quello della coscienza dove a nulla valgono fama, prestigio, amore. Quello della coscienza è un mondo spietato.

Judith Thompson parte da fatti di cronaca per costruire questi monologhi attraversati dalla tristezza di chi è consapevole di essere solo una pedina mossa dal potere (non a caso la scenografia presenta una scacchiera). I personaggi raccontano la loro vita come se la vedessero dall’esterno, come se stessero commentando quelle dannate immagini che non abbandonano mai le loro notti. Ogni monologo sembra una condanna dell’umanità ad un infinito ripetersi di giochi di potere e soprusi che alimentano scontri tra popoli e barbarie. Iconologia della barbarie sono le piramidi di uomini costruite nelle prigioni di Abu Ghraib, il suicidio (omicidio?) dell’ispettore per aver mentito al mondo e a se stesso, una madre violentata davanti agli occhi del figlio. Contro Saddam o contro l’America non fa differenza: si è deboli e soli contro il potere e per quest’affronto si paga. Così come si paga quando si è servi del potere. Mentre si legge Palace of the end si delinea piano una visione antropomorfa del potere che si diverte fingendo mille identità indossando ora una maschera ora un’altra.

I personaggi sono molto diversi tra di loro ed emerge anche dal linguaggio e dai toni di ogni monologo: rozzo e scurrile quello della soldatessa che cerca di reinventarsi un’identità, dolce e materno quello di Nehrjas che ci parla da morta, composto e a tratti isterico David Kelly. La scelta di usare monologhi conferma la vocazione teatrale dell’autrice e la sensazione è che il testo sia attraversato dalla necessità di prendere vita nella recitazione. Si avverte infatti qualcosa di incompleto che durante la lettura rende i personaggi a metà, è come se avessero bisogno di un corpo, una sorta di veicolo dell’autolesionismo che anche i nostri occhi hanno bisogno di vedere per scaricarvi le atrocità da loro compiute o subite.

Prima di uscire di scena i tre personaggi si incontrano, comunicano tra di loro mentre la musica copre le voci.

Maria Teresa Rovitto