mercoledì 16 giugno 2010

Invito alla lettura: Il bell'Antonio

Il bell’Antonio
di Vitaliano Brancati
Milano, Oscar Mondadori, 2001 [1^ edizione: 1949]
con una nota di Leonardo Sciascia

pp. 269
€ 8,40


Capita spesso che le scelte politiche di un autore condizionino il suo futuro successo o che, al contrario, lo inabissino. Questo è accaduto a Vitaliano Brancati, mai perdonato per la sua (solo) iniziale militanza fascista, e a lungo affossato dalla critica più schierata, che ha offuscato la portata innovativa, talvolta eversiva, dei suoi romanzi. Oggetto di censura per i contenuti erotici disinibiti, le opere di Brancati sono state spesso interpretate riduttivamente, senza riflettere sulla disincantata visione del mondo dello scrittore siciliano.

Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale
nella riduzione cinematografica di Bolognini (1960)

A una prima lettura, infatti, si potrebbe pensare che il Bell’Antonio sia un romanzo incentrato sul protagonista e sulla sua sconvolgente impotenza sessuale. In realtà, il fatto è filtrato e ingigantito dagli occhi della Catania fascista degli anni ’30, omologata e ferocemente dominata dal potere del sesso. Così, Antonio, dapprima considerato un grande amante, ammirato da tutte le donne e invidiato dagli uomini, perde agli occhi della gente la sua dignità sociale, e l’intera famiglia subisce scherni e cattiverie. La stessa moglie di Antonio, Barbara Puglisi, sposatasi quando ancora ignorava le regole dell’erotismo, rifiuta la situazione e ripudia il marito, chiedendo l’annullamento. Annullamento che è una vera e propria ammissione pubblica di inettitudine, dal momento che il potere degli uomini veniva valutato sulla scorta della loro prestanza sessuale. Una potente vena satirica si spande su tutti i dialoghi dei paesani, ora caratterizzati da stralci di siciliano (tradotti a piè di pagina) ora riportati senza formule di passaggio, in botta-e-risposta spietati che colpiscono e feriscono a morte (si legga in particolare il capitolo X, che riassume i fatti attraverso il racconto colorito e crudele dei concittadini). Dunque, siamo di fronte a una società pettegola e primitiva, maligna e totalmente incurante della sensibilità altrui: ad Antonio non resta che chiudersi in una depressione acuta, dalla quale è difficile rialzarsi, perché non ci sono aiuti reali.

La famiglia, infatti, è tutt’altro che un sostegno: la madre, Rosaria, si ritira in un contrito dolore, colmo di angoscia e di sensi di colpa per aver domandato al Signore, anni prima, che Antonio non attirasse tanti sguardi femminili; il padre, Alfio, incredulo e aggressivo, considera un’onta la disgrazia del figlio, e non vuole accettare la verità. Violente liti, imprecazioni e blasfemie caratterizzano la difesa strenua (e ignorante, spesso quasi caricaturale) di Alfio, che arriva a disconoscere Antonio e a rifiutarne lo stato, battendosi contro i compaesani e insultando persino i religiosi che cercavano di farlo ragionare. Personaggio diametralmente opposto ad Alfio e unico supporto ad Antonio, lo zio Ermenegildo dimostra una comprensione senza limite, per quanto fatichi a comprendere la gravità della situazione. Più defilata e impenetrabile è la figura di Barbara: dapprima innamoratissima e timidamente attratta dal marito, in un secondo tempo esempio di freddezza e di determinazione, non esita a risposarsi con un barone locale.

Dunque, un’impietosa satira sociale accompagna e pungola continuamente il protagonista, affondando senza remore gli spilli nella sua carne indebolita dal disonore, fino a dissanguare ogni minima speranza di rifarsi una vita. Siamo di fronte a un romanzo di disperazione, quindi, e disperazione per una problematica che nel ’49 era ancora definita tabù. Non sorprende quindi che Il bell’Antonio sia stato considerato a lungo una lettura peccaminosa e disdicevole, come per ogni libro che sa abbassare dagli occhi il velo del più gretto conformismo, e che resta drammaticamente attuale anche a distanza di oltre sessant'anni.

Gloria M. Ghioni



7 commenti:

Laura Ingallinella

Carissima, un'ottima recensione. Di Brancati ho amato quei tratti, amari nella loro carnale solarità, che me lo fanno sentire davvero come conterraneo. D'altronde, il tema del gallismo che gli era tanto caro non poteva non calzare a pennello all'età del fascismo - si potrebbe citare il gaddiano "Eros e Priapo", con l'ossessiva analisi del fallocentrismo come elemento chiave della dittatura.

Gloria M. Ghioni [Anathea]

Grazie. Questo libro ha decisamente lasciato un solco in me, come da tanto tempo non accadeva. Incide.

Irene Pazzaglia

Recensione splendida!Complimenti!
Ho sempre amato questo romanzo proprio perchè descrive le dinamiche dell'esclusione e della discriminazione di una persona. Il personaggio di Barbara, poi, mi ha colpito molto. Angelica nella sua innocenza totale e poi così fredda e spietata con il povero Antonio.

paolodal

ottima recensione

Gege Dai

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