mercoledì 30 dicembre 2009

Il nostro giochino di Capodanno!

Quali libri porterete nel 2010 e quali lascerete volentieri nel 2009?

e ancora...


Quale libro metteresti sotto il cuscino e quale ricicleresti al vicino rompiscatole?



Raccontateci la vostra! In totale libertà, potrete anche detronizzare i tanti classici che ci hanno costretti a leggere a scuola, tirare fuori dal cassetto qualche libro dimenticato, o proporre qualche titolo meno noto...! Insomma, a voi la parola! Fatevi sentire!

Con i nostri migliori auguri di Buon 2010,
la redazione di CriticaLetteraria

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martedì 29 dicembre 2009

Il Salotto: intervista a Roberto Saporito


Il nostro “Salotto” ospita oggi Roberto Saporito, il cui ultimo romanzo, Carenze di futuro, è stato da noi recensito di recente (clicca qui).

Innanzitutto, grazie Roberto, per essere qui con noi. Hai trattato un tema scottante, specialmente negli ultimi anni, in cui il gioco d’azzardo e le lotterie impazzano. Cosa pensa Roberto del gioco d’azzardo?
Grazie a voi per l’ospitalità. Il gioco d’azzardo (che per la cronaca non pratico) in molte occasioni è un po’ come la vita, puoi provare provare e provare ancora a vivere nel migliore dei modi possibili (giocare), ma il rischio di non riuscire è più alto di quello di farcela (leggasi di vincere). Ma nel mio romanzo il gioco d’azzardo è sullo sfondo, è uno sfumato accenno narrativo, quasi un fantasma di espediente narrativo per raccontare quello che più mi sta a cuore e cioè gli intricati rapporti tra i personaggi e le loro imprevedibili dinamiche esistenziali.

Il tuo protagonista è conscio di essersi rovinato la vita con le proprie mani, ma resta a guardare a lungo, senza cercare una vera riscossa. Almeno per la prima metà del libro. Ci sono tratti di cinismo, ma anche un pessimismo quasi menefreghista, poi paure, imprevisti,… Come è stato comunicare tutti questi elementi diversissimi?
E’ stata la vera “scommessa” del libro (e, a giudicare dalle ottime recensioni che il romanzo sta avendo, sembrerebbe vinta). Volevo che fondamentalmente il libro fosse questa somma di elementi diversissimi (ma in fondo concatenati), che il protagonista fosse sì cinico (alla Michel Houellebecq) ma anche nostalgico (i rimandi al passato sono costanti, quasi inesorabili, quasi come in una continua ricerca del tempo passato), che si lasciasse vivere ma cercasse di sfuggire, schivare, le cose della vita che non lo convincono (la vita come la vivono tutti quelli che gli stanno intorno, una vita che lui non vuole vivere), il sapere esattamente tutto quello che non vuole ma il non sapere niente di quello che vorrebbe. La sua ignoranza (di cose della vita) si trasforma quindi in una sorta di stramba saggezza. Fondamentalmente colui che racconta ha una sola certezza: è sicuro di non essere sicuro di nulla.

Come vedi il tuo romanzo: è la semplice storia di una vita o una sorta di “esempio alla rovescia” da fuggire?
E’ sicuramente la semplice storia di una vita (il tratto “esistenziale” è fondamentale per me) dato che nei miei libri non c’è mai una “morale”, non ci sono mai risposte (ma tantissime domande sì, e quasi tutte senza risposta), tanti dubbi e scarsissime certezze.

Il titolo che hai scelto è piuttosto emblematico: quando, secondo te, si arriva ad avere un futuro effimero, “carente” appunto? In quel caso è ancora possibile rialzarsi?
Sì, è nella natura umana l’istinto alla sopravvivenza sempre e comunque, che poi forse non vuol proprio dire “rialzarsi”, ma continuare a vivere, in un modo o nell’altro, sicuramente sì. In questo caso il rialzarsi si trasforma in una perenne fuga verso un oscuro futuro (carente ma, forse, possibile).

Il protagonista si muove a lungo nella Francia costiera: c’è un motivo particolare per questa scelta?
Direi proprio di sì, quella zona della Francia (ma anche, ultimamente, Parigi) è un luogo dove amo scrivere e, dato che mi piace raccontare i luoghi che conosco bene, anche ambientare le mie storie. E’ un luogo con un fascino e un’atmosfera unica, ma è anche un po’ un luogo mitico, quasi mitologico se vogliamo (un luogo dove amavano vivere molti artisti, come Picasso, Matisse, Chagall, Cocteau, Renoir, e scrittori come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway (la leggendaria “generazione perduta”), ma anche la Marsiglia di Jean-Claude Izzo o la Nizza di Patrick Raynal (scrittore e direttore per molti anni della Série Noire di Gallimard), o, ancora, il viaggio (struggente) in Costa Azzurra sulle tracce dello scrittore Frederic Prokosch di Pier Vittorio Tondelli.

Il romanzo non è la dimensione che hai più frequentato; basta dare uno sguardo alla tua bibliografia per trovare moltissimi titoli di racconti. In quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
Oggi (dopo anni di racconti scritti e pubblicati) la mia dimensione ideale è il romanzo “breve” (tutti e quattro i romanzi che ho pubblicato non superano le 120 pagine), che poi sono anche i libri che mi piace leggere (e per fortuna negli ultimi anni se ne pubblicano molti (che siano diventati di moda?), ci sono perfino case editrici (sempre di più) che hanno creato collane di narrativa breve ad hoc), e se guardo attentamente tra i miei libri (letti) fondamentali di tutti i tempi mi vengono in mente tre romanzi brevi bellissimi e geniali: “La metamorfosi” di Franz Kafka, “La morte a Venezia” di Thomas Mann e “Ieri” di Agota Kristof.

Hai qualche nuovo scritto in serbo? Vuoi farci un’anticipazione?
Un nuovo romanzo “breve” (piaciuto, e sembra molto, a Luigi Bernardi) che dovrebbe uscire a ottobre 2010, e poi un paio di cantieri di scrittura aperti (uno è un romanzo sull’editoria italiana, raccontata però a “modo mio”).

Visto che sta per iniziare il 2010, vorresti consigliarci un libro da tenere assolutamente sul comodino e uno da dimenticare?
Da tenere assolutamente sul comodino: “Indignazione” di Philip Roth (uno dei pochi libri veramente belli letti quest’anno insieme a “Senza Luce” di Luigi Bernardi, che metterei sul comodino vicino a Roth). Uno da dimenticare non saprei proprio, ai libri che vorrei dimenticare non mi avvicino neppure, e dei libri che non ho letto non do mai un giudizio.

Ti ringraziamo per la disponibilità e ti auguriamo un anno pieno di spettacolari novità!
Grazie a voi, davvero, è stato un vero piacere.

Intervista a cura di Gloria M. Ghioni

lunedì 28 dicembre 2009

Letture incrociate: la sensibilità di Virginia Woolf


Quello di Virginia Woolf è un universo letterario fortemente complesso. La scelta di affiancare più letture della stessa autrice deriva, in massima parte, dalla voglia di approfondirlo e conoscerlo intimamente. Ho scelto di confrontare alcune opere fra loro apparentemente molto lontane ma che, in modo sorprendente, alla fine si richiamano e sono costruite attorno a un unico asse portante: il rapporto letteratura–vita. La scrittura di Virginia Woolf è significativamente connessa con la vita nel senso che di essa si nutre. Scrivere diventa l’oggettivazione di un tentativo: quello di aprire uno spiraglio nel reale, di trovare un senso in esso. Il mondo primo novecentesco ha visto la perdita di molte certezze e punti fermi e pare avviarsi a una frantumazione che sarà resa in maniera emblematica anche dagli scrittori successivi. Virginia Woolf visse per la scrittura e nella scrittura e fece di essa uno specchio che riflette, non in maniera realistica e oggettiva, ma simbolica e talvolta deformante, una realtà di frammentazione. Lo strumento con cui ciò avviene è la soggettivizzazione - interiorizzazione della realtà. Gli oggetti, le persone, i fenomeni della vita quotidiana sono , in un certo senso, circondati da un alone, una luce che li rende diversi e modifica ogni percezione sensoriale.



In “To the Lighthouse” i pensieri di Mrs. Ramsay costituiscono un filo che percorre l’opera e si intrecciano con quelli degli altri personaggi. La capacità che ha l’autrice di restituirli si traduce in pagine di vero monologo interiore. Ogni elemento della narrazione ha valore simbolico e rimanda a una realtà altra rispetto a quella empirica. Il Faro è il protagonista del romanzo, luogo di contatto negato. Esso rappresenta per ognuno dei personaggi qualcosa di differente. È madre, è padre, è luce che appare e scompare permettendo solo momentanee illuminazioni. Alla fine si tradurrà anche in una sorta di “liberazione” per Mr.Ramsay e i due figli,nel ritrovamento di un punto fermo (forse!) dopo perdite così grandi come quelle della madre e dei fratelli, e dopo il “passaggio del tempo” che ha mutato ogni cosa. O comunque, in una conclusione, un approdo a lungo cercato. Fra i percorsi dei personaggi assume centrale rilevanza quello della pittrice Lily Briscoe (la donna- artista), che trova il suo traguardo nell’anelato compimento della propria opera d’arte che può dirsi conclusa con la visione finale. Le figure femminili sono continuamente poste a confronto le une con le altre e la Woolf rende protagonista indiscussa la Signora Ramsay, perfetta ricostruzione della propria madre (potrebbero, a questo proposito, approfondirsi i temi della memoria e dell’infanzia).



“Mrs. Dalloway” racconta della giornata di Clarissa Dalloway. Tutto si svolge dal mattino alla sera di un unico giorno che l’autrice ha la capacità di “dilatare” ampiamente. Il rapporto con il tempo è una costante della scrittura woolfiana; si tratta della ben nota dialettica fra tempo oggettivo (quello scandito dai battiti del Big Ben) e tempo soggettivo (scandito dai ricordi dei personaggi, dalle loro sensazioni e profonde insicurezze). Ovviamente l’uno entra in relazione con l’altro e le due dimensioni si fondono a tal punto che sembra un secolo intercorra fra il risveglio della Signora Dalloway e la festa che si terrà in casa sua la sera del medesimo giorno. Le fragilità dei personaggi si rispecchiano vicendevolmente sullo sfondo di una Londra postbellica un po’ caotica. Qui, come in “To the lighthouse”, il contesto e l’ambiente riflettono i percorsi interiori dei protagonisti che, in questo caso, sembrano lottare contro la finitezza dell’essere umano, destinato a un viaggio del quale non si conosce l’approdo (Clarissa e Peter, in modi diversi, rappresentano la ricerca di un senso). Il nulla e la morte sono in agguato ad ogni angolo e si incarnano specialmente nel gesto suicida di Septimus.



Infine in “Orlando” ho ritrovato una Virginia Woolf “inedita”, lontana per certi versi dalle opere precedenti. La stessa autrice lo definì un “libriccino” in uno “stile burla”. Si tratta di un’opera che sfugge alle classificazioni e che potrebbe essere letta come poema di fantasia, biografia romanzata, poema, o ancora ( e soprattutto!) come una lunga lettera d’amore indirizzata a Vita Sackville West. La Woolf intende rendere immortale la storia della famiglia della amata ripercorrendone i destini attraverso i secoli. In modo caleidoscopico e ariostesco il personaggio di Orlando vive dall’età elisabettiana fino agli anni contemporanei all’autrice. Ma, cosa straordinaria, cambia sesso nel corso dei secoli trasformandosi da perfetto gentiluomo in aggraziata dama. Il tema dell’androgino è quello portante: Orlando ha il vigore, l’intraprendenza, il coraggio di un uomo e la sensibilità e la pudicizia di una donna. Le sue percezioni degli eventi storici e dei personaggi che incontra cambiano a seconda del suo sesso, ma sostanzialmente la Woolf asserisce, in questo modo, il fatto che non sia necessario individuare un unico sesso “a scopi classificatori”, che in ogni essere umano convivano una parte femminile e una maschile da scoprire con naturalezza. Ma Orlando è anche un’autrice che cattura il pubblico inglese con il suo poema “La quercia” (simbolo dell’Inghilterra) e che si incontra - scontra con alcuni dei più noti autori della storia letteraria inglese dal Cinquecento fino all’età contemporanea. Ciò che ne deriva, quindi, è una riflessione sul ruolo della letteratura nel corso del tempo attraverso il ritratto di memorabili figure quali Green, Pope, Addison, i critici di età vittoriana, oltre che un memorabile ritratto d Vita Sackville West.


In conclusione, da tutte e tre le opere emerge il tentativo woolfiano di catturare l’essenza della vita, quel qualcosa che sfugge alle concettualizzazioni e che si raggiunge mediante i sensi; ciò che nella scrittura si riflette in momentanee epifanie (per dirla in termini joyciani) o, più correttamente, in “moments of being” (momenti dell’essere). La sua scrittura è pura sensibilità, percorsa com’è dall’inquietudine e dal dubbio (“Ho il potere di arrivare a dire la realtà vera?”). È proprio questa tensione, che percorre come un’unica trama l’opera sua, a farne una delle migliori autrici del Novecento.

Claudia Consoli

sabato 26 dicembre 2009

Cosa può insegnarci Francesco, "figlio del Dio dalle braccia larghe"

Francesco d'Assisi
figlio del Dio dalle braccia larghe
di Matteo Pugliares

Edizioni Creativa, collana Dissensi, 2009

Un invito a leggere il mondo con occhi diversi: così mi piace definire Francesco d’Assisi. Figlio del Dio dalle braccia larghe, saggio pubblicato dal frate siciliano Matteo Pugliares. Francesco è uno tra i santi che riescono a parlare con forza immutata all’uomo contemporaneo, ed è difficile non riconoscere la completezza del suo messaggio. “Del resto, chi può negare il fascino che Francesco emana anche in ambienti che religiosi non sono?”
Partendo da un profondo amore per questa figura fondamentale nella storia della fede cristiana, il saggio di Matteo Puglares enuclea diversi punti-chiave del messaggio più autenticamente francescano: ed ecco che, in brevi capitoli, ognuno dei quali è concluso da una poesia dell'autore, siamo invitati a conoscere “Francesco, uomo accogliente”, “amante della natura”, “povero tra i poveri”, “uomo della pace”, “uomo sofferente” e “fraterno”. Si tratta di linee di riflessione che si intrecciano tra loro toccando argomenti di grande attualità: l’accettazione del diverso, il rispetto della natura e l’ecologia, il problema della povertà , la ricerca di una soluzione ai conflitti.
Non si tratta di una ricostruzione filologica della vita del santo, ma di un continuo dialogo in cui, attraverso le fonti agiografiche, Francesco diventa “lente” attraverso cui riconsiderare le proprie priorità; grazie un ritratto dinamico, dolce ma non edulcorato, del “figlio del Dio dalle braccia larghe”, Matteo Pugliares ci invita a interrogarci sul nostro rapporto col mondo naturale e delle relazioni umane. Accompagnata una nota introduttiva di Franco Battiato e da una circostanziata presentazione di Concetta Spadaro, Francesco d’Assisi è un libro per tutti, e grazie alla sua agilità è (nel migliore sprito francescano) particolarmente adatto a un pubblico giovane che voglia avvicinarsi a questo santo affascinante, magnetico nella sua rivoluzionaria semplicità. Inoltre, un motivo in più per acquistare questo libro: il ricavato dalle vendite sarà devoluto all’associazione Onlus METER di don Fortunato Di Noto, impegnata da anni nella lotta alla pedofilia e nella tutela dei minori.

Per ulteriori informazioni e per acquistare il libro, clicca qui.
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giovedì 24 dicembre 2009

Da tutto lo staff di CriticaLetteraria


CriticaLetteraria
augura a tutti voi un
BUON NATALE
e un FELICE 2010!


venerdì 18 dicembre 2009

Siete pronti...?

Facciamo un gioco
di Emmanuel Carrère

trad. P. Gallo
Torino, Einaudi (collana L'Arcipelago Einaudi)
2004, 50 p., brossura, € 8,00

Tutti gli amanti desiderano ricevere una lettera come quella che Carrère scrive alla sua donna. “Facciamo un gioco” titolo originale “L’usage du monde” è una lettera che va letta come se fosse indirizzata a te, lettore, dimenticando per un attimo che il tuo partner magari odia scriverle o che sei single! Solo così possiamo dare un senso a quello che altrimenti resta un affare intimo dal quale restiamo totalmente esclusi. La lettera fu pubblicata un sabato di luglio da Le monde e insieme alla vera destinataria, ignara di tutto, avrebbero dovuto leggerla altre seicentomila persone circa. Carrère organizza tutto: fa in modo che lei proprio quel giorno prenda un treno e quel treno sarà il luogo dove si svolgerà il gioco, il punto in movimento dove l’erotismo sprigionato dalle parole dell’autore si realizza nell’istante in cui si legge, non prima, non dopo. Letteratura performativa. È questa l’affascinante idea di Carrère, qualcosa che accade nell’istante in cui si dice, come lui stesso spiega nel testo. Una performance, di cui ognuno può essere protagonista solo se è disposto a giocare, tanto che l’autore stesso invita il lettore a raccontargli come ha reagito durante la lettura e alla fine del libro sono riportate alcune delle risposte più interessanti.
Forse i più fortunati hanno ricevuto lettere più intense e virtuose ma la forza di questo testo sta nel movimento al quale l’idea dell’autore dà origine, una relazione tra lui e il lettore che immaginata mesi anni prima può realizzarsi in qualunque momento e luogo attraverso la lettura. Scritta con parole semplici che sembrano incise sul corpo della sua donna, l’uomo ha la presunzione di conoscerne bene le debolezze, è un amante attento che creando nuove metafore su un tema su cui si sono scritti fiumi di inchiostro, come quello del corpo femminile, riesce a liberare l’interesse infinito che l’amore stimola ad ogni contatto. La sete di quel corpo per ora si appaga attraverso l’immaginazione e l’orgoglio di aver indotto piacere, la consapevolezza di poterlo comandare anche a distanza, di trincerarne l’appartenenza.
Se siete curiosi di sapere ciò che accadde quel giorno poi, se quella donna prese quel treno, se non lo fece perché Carrère promette di raccontarlo un giorno. Quel giorno sembra essere arrivato perché è da poco stato pubblicato “La vita come un romanzo russo” una sorta di autobiografia in cui si dà spazio anche agli eventi legati a questa lettera.

martedì 15 dicembre 2009

"Il Salotto": intervista a Mauro Querci


Grazie mille, Mauro, per aver accettato il nostro invito a “Il Salotto” e per essere qui a parlarci della tua raccolta di immagini e parole Certe Afriche. Storie e geografie di un amore. Le immagini mi hanno portata in una dimensione sconosciuta e poetica, in cui persino i dettagli si coprono di fascino che le parole esplicitano, senza orpelli, ma con una passione tangibile.

Prima qualche domanda di rito. Sappiamo che ogni autore ha tratti del suo carattere e della sua biografia che preferisce tenere nascosti, e altri che si diverte a raccontare. Vuoi dirci una cosa che ti piace raccontare di te e una che di solito passi sotto silenzio?

«Mah, in genere io sono sempre abbastanza critico con me stesso, non mi accontento mai di quello che faccio…. Mi dicono, però, che sono abbastanza generoso. E questo mi piace. Credo che la generosità, l’apertura agli altri, la passione e l’entusiasmo siano delle caratteristiche che rendono migliori le persone in un mondo che tende all’uniformità e che si trincera dietro la proprie paure, facendo finta che “tanto tutto annoia e tutto l’abbiamo già visto”. Mi piace trovare la passione in chi mi sta di fronte. Ogni volta è una scoperta, un po’ come fare un viaggio. Anche ora, a 46 anni, la differenza del mio giudizio verso una persona è la passione. Se ne è dotata, passo sopra anche ad altre carenze, diciamo più tecniche…».
La parte in ombra di me? Tendo, a volte, alla malinconia. Ma cerco di uscirne fuori il più velocemente possibile».

Sappiamo che sei giornalista della rivista di moda e attualità “Flair”. Come si sposa la professione con la passione per il viaggio?
«In passato ho diretto un giornale che si chiamava "Gulliver" e pubblicava reportage di viaggio…
Ma, in effetti, una certa propensione all’esplorazione, a cercare un metro più in là, ce l’ho sempre avuta. Mi ricordo, da piccolo, dei bellissimi giochi con le capanne fatte nelle pinete della Toscana, quando andavo al mare da mia nonna. Forse ora, quando vado in Africa e mi aggiro per la foresta pluviale dell’Uganda, rivivo qualcosa di quell’età. Ci vorrebbe lo psicanalista… Comunque cerco di viaggiare nei miei momenti liberi (il mio ruolo di giornalista, che è di caporedattore centrale, è abbastanza stanziale). Certo, poi, al giornale, se ci vuole qualcuno che s’intenda un po’ di geografia, ci sono io».

Vuoi raccontarci come è nato il progetto di Certe Afriche?
«È nato un paio di anni fa. Avevo questo vasto materiale (non solo fotografico ma anche emotivo) accumulato in una quindicina d’anni di viaggi in Africa. Poi è come un’ossessione a cui vuoi dare risposta. Cosa di meglio che metterlo sulla carta? Mi piaceva intrecciare vari piani, non soltanto memoriali o di semplice reportage. E allora è nata questa forma ibrida di racconto per parole e per immagini. Avevo già fatto altri due libretti, uno sulla Terra del Fuoco e la Patagonia e un alfabeto del Sahara. Rispetto a quelle esperienze credo che in “Certe Afriche” ci sia un maggiore coinvolgimento di passione e anche una forma narrativa più evoluta. Ma mi piaceva anche scompaginare le solite forme canonizzate della narrativa di viaggio, come delle didascalie fotografiche. Così mi sono messo a scrivere a volte con prose poetiche, a volte con distacco cronistico, a volte con racconti tout court. Non è forse letterariamente ortodosso, ma insomma, a me veniva così. Fondamentale, poi, per me è legare questo libro a un progetto che faccia qualcosa per questo luogo che mi ha dato così tanto. Glielo devo. E così aiuto con tutti, e sottolineo tutti, i proventi della vendita del volume a un progetto di agricoltura in una zona martoriatissima dell’Africa, il sud Sudan. Una terra dove da poco si è concluso un conflitto multidecennale e dove i profughi stanno tornando a casa.
Approfitto della vostra ospitalità per invitare tutti a comprare il libro e aiutare dunque la Onlus Cefa (www.cefa.bo.it) in questo progetto benemerito».

In Certe Afriche all’ottima qualità delle immagini si unisce una prosa intima, che abbatte l’oggettività da guida turistica e invece porta verso il diario di viaggio. Si nota un grande pathos nei brani che accompagnano le foto, e persino nelle didascalie: è difficile spiegare l’Africa a chi non l’ha mai vissuta?
«Quanto a spiegare l’Africa a chi non ci è mai stato, penso che oggi tantissime “fonti” parlino dell’Africa. Tutti i canali tematici della tv e poi le riviste. Ma, credo, che la visione diretta, l’esperienza a pelle di questa terra che ha una “forza di generazione” che altre parti del mondo hanno smarrito, sia qualcosa di irripetibile e comunque unico.
Forse pecco di presunzione. Con “Certe Afriche” (gioco molto sulla polisemicità di quell’aggettivo, che sta anche per “sicure”) cerco di far provare una sensazione forte, come quelle che provo io quando vado là. Chissà se ci sono riuscito. Ci ho comunque provato. Il mio è un invito all’Africa, che fa bene a tutti».

Qualità che si aggiunge alle variazioni cromatiche uniche dell’Africa è la scelta di soggetti diversissimi tra loro, ma diversi anche dall’immagine di Africa a cui siamo abituati. Tutti sono però accomunati da invidiabile sensibilità umana e fotografica (oserei dire quasi pittorica). Com’è stata allora l’Africa per Mauro? E com’è adesso nel ricordo?
«Io ho cercato di essere originale, non parlando di dieci paesi – tanti ne include il libro – in modo tradizionale ma attraversando la materia incandescente di questo continente, trasversalmente. Ecco perché accanto a un capitolo dedicato esclusivamente all’Etiopia (l’unico su un paese, ma talmente a sé che ne vale la pena), parlo di fiumi, ma anche di African Graffiti, cioè quell’iconografia eccezionale e allegra che si trova dal deserto alla giungla e che comunque racconta molte storie, magari in un disegno molto infantile però assolutamente vivido».

Sono rimasta molto colpita dalla pagina in cui confessi di viaggiare sempre con le stesse scarpe, di curarle e conservarle per il viaggio successivo, in attesa delle nuove rughe nella pelle, di un nuovo sole che le scolori… Pensi che il loro mutamento, di esperienza in esperienza, sia specchio di un tuo mutamento interiore?
«Credo che l’esperienza sia fondamentale nella nostra vita. Spesso ce ne liberiamo, come di un rimorso. Invece, anche solo per superare certe esperienze ed evolvere, non bisogna rifiutarle. Ecco le scarpe, eliotianamente parlando sono un “correlativo oggettivo”… Scherzo, alle mie scarpe sono affezionato. E mi piace che portino i ricordi (per loro sono i graffi) che io porto nella memoria».

C’è qualcuno che condivide con te questa passione per i viaggi o preferisci viaggiare da solo?
«Ho viaggiato da solo, ma il più delle volte vado con quella santa donna che è mia moglie, la quale, fortunatamente condivide con me l’amore per l’Africa. Quest’anno, però, dopo tre giorni di pioggia equatoriale si è ribellata e voleva tornare in Italia. Poi, quando c’è stato da scalare una montagna per vedere i gorilla, è stata molto più brava di me! Le donne sono migliori degli uomini, spesso. E lei è una grande compagna di viaggio. In molti sensi».

Ora qualche giusta informazione per i nostri lettori. Hai scelto di lasciare la tua opera estranea alla filiera editoriale, per darle la libertà di un’edizione autoprodotta. A un prezzo contenutissimo (soli 25 € per un’opera che è rifinita e curata, rilegata in un’elegante copertina cartonata, con immagini di ottima risoluzione e di grandi dimensioni, ben 24x34 cm!) si può avere una bella opera e contribuire a un progetto ONLUS: ce ne vuoi parlare?
«Credo di avere risposto sopra a questa tua domanda. Però io ho cercato di contenere i costi del libro, che per me sono tutti vivi, affinché più persone possibile potessero acquistarlo. È quello che mi auguro. E come strenna lo trovo molto carino!».

Come fanno i nostri lettori per prenotare una o più copie di Certe Afriche (può essere anche un originale regalo natalizio)?
«È distribuito in alcune librerie, a Pavia (Il delfino, Loft 10, Libreria Cardano) e a Milano (Libreria della Natura, Azalai, Luoghi e libri). La cosa migliore è che mi scrivano alla mail mauro.querci@alice.it. Io lo spedisco e in due /tre giorni arriva. Ma bisogna affrettarsi se si vuole regalarlo per Natale!».

Hai già pensato a qualche viaggio per il 2010? Sarai ancora accompagnato dalla fidata macchina fotografica?
«Ho alcune idee, ma preferisco mantenere, scaramanticamente, l’incognito. E poi anche dalle nostre parti ci sono luoghi altamente spettacolari. Basta saperli guardare. E fotografare…».

Ti ringraziamo per la generosità che hai dimostrato nel raccontare l’Africa a chi non avrà forse l’occasione di conoscerla, ma anche a chi ha lasciato là occhi trasfigurati dalla bellezza complessa e affascinante di un continente sempre troppo poco noto. Ti ringraziamo anche per la disponibilità e speriamo che il tuo progetto possa avere la risonanza che merita!
«Grazie a voi e Buon Natale africano!».



Intervista a cura di Gloria M. Ghioni

Ricordiamo ai pavesi (e non solo) che VENERDI' 18 DICEMBRE, nella BIBLIOTECA UNIVERSITARIA di Pavia, nel SALONE TERESIANO alle ore 17.00, Mauro Querci presenterà il suo libro: vi aspettiamo numerosi!!!
Ne parleranno con l’autore
Gian Battista Parigi dell’Università degli studi di Pavia,
Giovanni Beccari della Onlus Cefa di Bologna
il fotografo Simone Casetta.
Coordinerà l’incontro Silvio Beretta dell’Università degli Studi di Pavia.

lunedì 14 dicembre 2009

La scommessa nel noir: la vittoria di Roberto Saporito


Carenze di futuro
di Roberto Saporito
Zona Editore, Arezzo 2009

€ 12.00
ISBN – 978 88 6438 026 1
pp. 110

«Il bello del gioco è che quando giochi non pensi a nient’altro, anche in questo è esattamente come la droga. Poi un giorno finisce e intorno a te non è rimasto più nulla. Tabula rasa. Nel mio caso però sono rimaste delle persone alle quali devo un sacco di soldi. E sul campo morti e feriti. E qualcuno che mi odia» (p. 14).
Quando si inizia a scommettere, è sempre un po’ per gioco, ma anche per provare qualcosa alla sorte e per sfidare sé stessi, specialmente quando si è convinti di non valere niente, come pensa il protagonista: « “Io non so fare niente” affermo candido. || Cosa che è maledettamente vera» (p. 9). È in questa situazione ormai senza via d’uscita che si apre Carenze di futuro, con un uomo (così dannatamente umano) che ha perso tutto, dalle ricchezze ereditate a Francesca, «Francesca, mia moglie, che ha finito di sopportarmi dopo di me. […] Francesca, che ha fatto bene a lasciarmi. Se potessi mi lascerei anch’io. Chi potrebbe voler stare in mia compagnia. Io no di certo. Figurati gli altri» (p. 11). È una bruciante consapevolezza di fallimento quella che avvolge il protagonista, arreso alla sua dipendenza dal gioco. Solo i debiti inestinti riescono a scuoterlo da questo empasse in cui è profondamente invischiato, convincendolo a fuggire dai creditori, su consiglio di un amico. E la meta è la Francia, un residence sperduto in una stagione non-turistica: qui l’uomo potrà disintossicarsi e ricominciare una vita, con i quindici milioni guadagnati da una svendita di mobili settecenteschi. Niente è però così semplice: varie le peripezie lungo la strada, un girovagare spesso ricco di indugi e di sguardi osservatori, tanti dettagli raccolti. E poi c’è la paura del protagonista, un uomo molto meno coraggioso della norma, disabituato alla violenza, ma costretto a fronteggiarla. Tra gli incontri, ricchi proprietari d’immobili, uomini senza scrupoli, comparse di poco conto, ma anche la bella Sophie, da cui l’uomo si sente immediatamente attratto: è la sua commistione di stranezza e di silenzio ad ammaliarlo, così come la terribile sensazione che la ragazza nasconda qualcosa di grave. I due percorreranno un tratto di strada insieme, ma non sarà che una tappa. Non per niente il romanzo è diviso in tre sezioni intitolate rispettivamente “Io – Io e gli altri – Io”: conoscere gli altri e avvicinarsi non è altro che una fase di passaggio. Un passaggio che riporterà ancora alla solitudine, questa volta vissuta però volontariamente: una scelta matura, per quanto controversa. D’altra parte, dramma, paura, lutto, fughe, inseguimenti, morte hanno cambiato violentemente il protagonista, portandolo a reagire al qualunquismo in cui era sempre vissuto.

Con una buona consapevolezza, l’autore sceglie un finale aperto per congedarsi dal suo personaggio (anche io-narrante), abbandonandolo al destino che si sta scegliendo, giorno dopo giorno. Interessante e personalissima la scelta di accompagnare al libro alcuni consigli di lettura finali (in cui si trovano titoli non scontati) e di una colonna sonora tutt’altro che commerciale (la cultura musicale, d’altra parte, emerge anche nel corso del romanzo stesso). Per quanto riguarda le scelte stilistiche, queste testimoniano l’esperienza dello scrittore(*) e la preferenza per una scrittura rapida, essenziale, quasi sempre efficace, a tratti spigolosa, piacevole, che si sposa con la cinica autocoscienza del protagonista.

GMG

(*) Citiamo qui i romanzi:
2002 "Anche i lupi mannari fanno surf", Robin Edizioni
2003 "Eccessi di realtà / Sushi Bar", Gruppo Editoriale Marche
2006 "Millenovecentosettantasette / Fantasmi armati", Besa Editrice

E tra i libri di racconti gli amatissimi:
1996 "Harley-Davidson Racconti", Stampa Alternativa Editore
1998 "H-D/Harley-Davidson", Stampa Alternativa Editore


Presto l'intervista a Roberto!!

venerdì 11 dicembre 2009

La presentazione di Debora De Lorenzi, "Maledetto libero arbitrio"


Per tutti i pavesi e milanesi, o per chi ha voglia di farsi qualche chilometro,
domani presenteremo a VIGEVANO,
presso la Libreria Convivio (Corso G. Garibaldi, 23)
alle ore 18.00

Insieme all'autrice Debora De Lorenzi
interverranno:

Andrea Borghi - collaboratore della pagina culturale de "Il Punto"
Gloria M. Ghioni - fondatrice del blog "CriticaLetteraria"

Letture a cura di Arianna Centi Pizzutilli - lettrice "Adov"


Vi aspettiamo numerosi!!!
GMG

giovedì 10 dicembre 2009

L'intervista a Gianfranco Cambosu!

“Il Salotto”, il nostro spazio dedicato agli incontri con gli scrittori, oggi intervista Gianfranco Cambosu, l'autore di Pentamerone barbaricino, un thriller di ambientazione sarda, la cui recensione è disponibile sul nostro blog (clicca qui per leggere la recensione).

Ciao Gianfranco, è un piacere poterti intervistare per il nostro blog! Vorrei innanzitutto chiederti quando e come è nata la tua passione per la scrittura: quand'eri bambino, da adulto, o un evento particolare della tua vita ha fatto nascere in te questa passione?
Ciao e grazie a te, innanzi tutto. E’ difficile dirti quando sia nata questa passione. Già da ragazzo avevo iniziato a scrivere poesie senza troppe pretese, ma alla prosa mi sono accostato che ero poco più che ventenne. Avevo dovuto interrompere gli studi universitari per il servizio militare e trascorrevo molte ore nell’ozio più totale. Il confronto con una realtà così diversa da quella universitaria (i turni di guardia, le marce, le incombenze generali) mi aveva indotto a osservare con attenzione tic, nevrosi, modi di agire e ambienti. Ne erano scaturiti dei brevi racconti, che non erano semplicemente un modo per riempire quelle ore. Avevo, piuttosto, un bisogno impellente di dare un senso a ciò che vedevo scorrermi attorno. Ripresi a scrivere qualche anno dopo, in prossimità della laurea. Forse il lavoro di tesi, coi suoi criteri di organicità e coerenza, mi spinsero a considerare la scrittura come un modo di approcciarmi alla mia età. Ma anche allora tutto procedeva senza obiettivi. Dopo la laurea, con le prime esperienze d’insegnamento e l’intensificarsi delle mie letture (Moravia, Miller, Maupassant e tanti altri), cominciai a scrivere con più regolarità. Finché, quasi dieci anni fa, acquistai il mio primo computer e diedi una sistemazione a una serie di ministorie.

La tua professione è quella dell'insegnante: cosa pensano i ragazzi dei tuoi libri? Hai mai pensato di scrivere qualcosa che possa riguardare direttamente la loro condizione?
Insegnare lettere ti porta inevitabilmente a un confronto serrato con i ragazzi. Quando tre anni fa uscì il mio primo romanzo, Menzogna dell’arca (che due anni prima era stato finalista del Premio Deledda), i miei alunni manifestarono subito una forte curiosità. Era la prima volta che smettevo gli abiti del professore di Italiano e Latino per indossare quelli di una figura a metà tra l’istituzionale e l’irregolare. Quando poi lessero alcune sequenze del testo, con un linguaggio non sempre edificante, capirono che avevo anche una dimensione privata e mi guardarono con occhi diversi. Fu una bellissima esperienza. Tempo dopo mi è capitato di lavorare a una storia ambientata nel mondo della scuola, ma al momento è stata interrotta.

Pentamerone barbaricino, il romanzo di cui è possibile leggere la recensione sul nostro blog, è un thriller ambientato in Sardegna. In realtà, le ambizioni dell'opera, soprattutto nella sua parte conclusiva, vanno oltre quelle di un romanzo d'azione. Nel finale il lettore è disorientato perché i buoni si confondono con i cattivi, perché tutti i personaggi si levano le maschere e si mostrano quali non erano apparsi. Che cosa hai voluto indicare con questa scelta, e ci sono autori letterari, o pensatori, a cui ti sei ispirato?
Quella del romanzo d’azione è una falsa prospettiva, o semplicemente solo un piano di lettura, perlomeno nelle mie intenzioni. Sin dall’inizio avevo avuto in mente una serie di opere, la prima delle quali si evince dal titolo stesso del mio romanzo, come tu hai giustamente colto nella tua recensione, ossia il Decameron di Boccaccio. Subito mi era venuto in mente di rovesciare i ruoli, riprendendo uno schema già adottato nel romanzo precedente. Se Boccaccio aveva voluto stabilire un confronto-scontro tra la condizione di dieci giovani nobili, d’animo e di condizione, e la realtà esterna segnata dal clima deleterio della peste, nel mio romanzo il lettore scopre che quella realtà non è tanto diversa da ciò che avviene dentro la banca, luogo principale dell’azione. E i miei protagonisti di nobile non hanno proprio nulla. Forse il mio obiettivo era ridisegnare il concetto di malvagità senza per questo trovare troppe attenuanti in chi delinque.

Una domanda diretta: chi sono Tinteri e Cadena, i due rapinatori? Nel senso, qual è il tuo atteggiamento nei confronti di questi personaggi? Perché pare di leggere nel romanzo, non un tono di pietas, di compassione, ma certamente un qualcosa di simile al rispetto, il riconoscimento di una dignità, la condivisione di una comune umanità, con le parole di Bernard Williams. Sembra di riconoscere l'idea che la differenza tra uomini e caporali non sta nei diversi gradi di disponibilità di risorse di potere, ma nella disumanizzazione che il potere porta con sé.
Direi che più che rispetto verso tipacci quali Tinteri e Cadena c’è una volontà di risalire all’origine di certe inclinazioni. Entrambi sono calati in contesti difficili, dove il degrado è già implicito nelle parole di un’anziana madre che esorta il figlio ad assoldare un killer per lavare del sangue già abbondantemente versato. Se non mi sono soffermato troppo su questi aspetti non è certo per la fretta di liquidare vicende di tal genere. Piuttosto ho ritenuto che attorno al crimine non si debba creare un clima di comprensione: ogni individuo, credo, ha la possibilità di voltare pagina, certo che alcune situazioni non aiutano. E’ anche vero che se si lavorasse meglio sulla prevenzione si potrebbe mitigare lo sviluppo di determinate situazioni criminose. La Scuola, in tal senso, potrebbe fare molto, se ci fossero più coraggio e volontà sul piano politico.

Tinteri e Cadena hanno avuto, sin da bambini, una vita senza scampo, disumana, perché privata di una reale possibilità di scelta autonoma, segnata dalla violenza come normalità, dalla miseria e dall'ottusità. In che misura il tuo raccontare riflette una Sardegna del passato? Ancora oggi in Sardegna vi sono sacche di miseria che escludono le nuove generazioni dalla possibilità di una vita autonoma?

Quella della Sardegna non è una realtà tanto diversa da altre presenti in Italia. Tant’è vero che con questa storia non ho voluto fare un “discorso sardo” ma universale, cercando di riflettere su un certo tipo di natura umana. Infatti ben due racconti, riportati per bocca della dottoressa Trentin, sono ambientati nella Torino degli anni settanta, ma hanno a che fare con guasti sociali di cui ci hanno parlato le cronache anche recentemente: mi riferisco alle sette sataniche. Indubbiamente in Sardegna permangono situazioni di degrado ereditate dal passato, conseguenti anche al mancato sviluppo di alcuni settori dell’economia, ma accanto a quelle ne esistono altre di avanguardia e di grande civiltà. Non voglio, chiaramente, nascondermi dietro un dito: il problema delle faide che insanguinano alcuni paesi della Barbagia esiste almeno dagli anni sessanta e ha avuto poche battute d’arresto. Dare la colpa solo al contesto e alle mancate occasioni di crescita culturale rappresenterebbe una visione parziale, e non spiegherebbe come mai persone che coabitano con certi individui ne abbiano preso le distanze.

Che cosa hai provato ad arrivare finalista al Premio Deledda (2004) e a vincere il premio Romanzi criminali?
Estasi, euforia e responsabilità per il futuro. Desiderio di evitare le banalizzazioni e le repliche.

Quali sono i tre libri la cui lettura per te è stata una rivoluzione, un cambiamento di prospettive? Visto il periodo natalizio, che libro consiglieresti ai nostri lettori per le imminenti vacanze? E infine, ci puoi svelare qualcosa del tuo prossimo romanzo?
Avrei un elenco non breve da farti. In primis, direi Gli indifferenti di Moravia. Aggiungo senz’altro Cecità di José Saramago e Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber. Se me ne fai aggiungere un altro, Doppio sogno di Arthur Schnitzler. Per Natale suggerisco un classico della letteratura americana, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e un romanzo uscito meno di due anni fa, La strada di Cormac Mc Carty.
Del prossimo romanzo, su cui ho lavorato degli anni (terminandolo prima di scrivere Pentamerone barbaricino), posso dire che è un giallo non classico ambientato nella Genova del 2001.

Grazie Gianfranco per averci dato la possibilità di intervistarti. Noi, lettori e recensori di Criticaletteraria, aspettiamo il tuo prossimo libro!
Grazie a te e a Critica Letteraria per lo spazio e l’attenzione che mi avete concesso. E buon lavoro.

mercoledì 9 dicembre 2009

E siamo stati intervistati!!!




Cari amici lettori,

vi consigliamo di fare un salto dai colleghi di Lettere matte a leggere la bella e amichevole intervista che hanno fatto a me e a Laura, quali amministratrici e creatrici di CriticaLetteraria! Cliccate qui!

Potrete conoscere meglio i nostri obiettivi, chiarirvi qualche dubbio sul nostro lavoro e anche togliervi qualche semplice curiosità!

Per maggiori informazioni, vi ricordo sempre che potete contattarci quando volete.
Intanto, buona lettura!

martedì 8 dicembre 2009

Un "Decamerone notturno" tra verità e menzogna

Le menzogne della notte
di Gesualdo Bufalino
Bompiani, 2001

Il termine inglese che designa la narrativa, fiction, è forse il più onesto e comprensivo tra tutte le sue traduzioni. La sua etimologia, infatti (dal latino fingo, plasmare e poi fingere nel suo significato attuale), comprende tutto: dall’idea di atto creativo insito nella scrittura, fino a un’altra, profondissima verità su qualsiasi narrazione. E cioè il fatto che questa sia intrinsecamente, inequivocabilmente falsa.
Anche Gesualdo Bufalino, uno tra gli autori con la più nitida coscienza di sé e dei suoi orizzonti, sa bene che raccontare e mentire sono, in fondo, azioni non dissimili l’una dall’altra. Perché raccontare è sempre un atto di memoria, e la memoria è quanto mai ingannevole; perché, in fin dei conti, la verità è coperta da un pesantissimo sipario di teatro, un damascato velo di Maia impossibile da sollevare.
Sono premesse, queste, che pur raccogliendo l’eredità di un fil rouge che comincia almeno nell’età moderna (l’inesausta riflessione sulla dicotomia essere-apparire: pensiamo a Shakespeare, a Calderòn de la Barca) sono essenzialmente intrise di contemporaneità (Pirandello, Borges). Bufalino è un autore novecentesco a pieno titolo: nonostante quella nostalgica tentazione di "inattualismo", che lo spinge a pennellare le sue pagine di una patina anticante, con “parole in costume d’epoca, intrecciate per svago e passione da un malato d’insonnia che aspetta, insieme ai suoi personaggi, il mattino”.
Ed ecco, dunque, Le menzogne della notte (Premio Strega 1988): un “Decamerone notturno”, un romanzo a cornice che consiglierei senza dubbio per una lettura autunnale, di sera, nel momento dell’anno e della giornata in cui tutto si fa più fatuo.
L’argomento? Ci troviamo in un carcere, su un’isola che non è un’isola, intorno alla metà di un Ottocento apertamente “stravolto”, come in un melodramma verdiano, rievocato più attraverso lo stile della scrittura (calcato sui memoriali e i corricoli dell’epoca) che attraverso i fatti storici. Quattro condannati a morte, rei di aver attentato alla vita del sovrano guidati da un misterioso capo, chiamato Padreterno, scelgono di trascorrere la loro ultima notte raccogliendo le fila della loro vita. Ognuno di questi personaggi porta su di sé la colpa “di non avere (…) una solida identità, un roccioso, imperturbabile, responsabile IO. (…) Uguali tutti, io e voi, a spaiati lacerti d’un cartolario disperso; comparse, io e voi, d’una messinscena che non finisce, maschere d’un eccentrico ed esoso quiproquò”.
Sono il barone Corrado Ingafù, il più pirandelliano dei personaggi; il soldato Agesilao degl’Incerti, il più freudiano; lo studente Narciso Lucifora, giovane emblema di un vivace, scapigliato romanticismo; e il poeta Saglimbeni, artista della satira e della menzogna. Al centro di questo quadrato, sta il “doppio” di Bufalino, il governatore Consalvo De Ritis: che cercherà di estorcere ai condannati l’ultima verità, l’identità del capo della loro setta massonica, il Padreterno.
L’indagine condotta dal governatore è un “giallo metafisico”, svelata da un finale coup de théâtre degno del miglior dramma in musica. Ma la tentazione “inattuale” di ricreare un romanzo “all’antica” (quello ottocentesco, per intenderci, in cui l’autore era flaubertianamente “come Dio nella creazione”, demiurgo di una materia ordinata e coerente a sé stessa) per Bufalino non può che fallire.
Eccoci tornare, circolarmente, al concetto con cui avevo aperto questa pagina. Il giallo è “metafisico” perché svela la chiave ultima del reale (se davvero di chiave si può parlare): il fatto, cioè, che tutto è finzione, artificio, un arabesco di “menzogne della notte”. Lo scacco finale dell’uomo è inevitabile, lo si può aggirare soltanto immergendosi nell’assoluta cecità della morte (forse).
La metafisica di Bufalino, tutt’altro che “inattuale”, è un pungolo che spinge il lettore contemporaneo a riflettere e riflettersi, in un gioco di specchi d’antiquariato. D’altronde, forse è proprio questo il senso della citazione balzachiana posta in epigrafe, “A noi due”: una “affettuosa intimidazione al lettore”, la proposta di una sfida a scacchi in cui non c’è vincitore se non la parola. Parola ricamata, preziosa: e nella cui rivelata falsità ci si riconosce con sgomento e, in fondo, dolcissimo piacere.

Laura Ingallinella

lunedì 7 dicembre 2009

Questo nuovo (strano?) Baricco


Emmaus
di Alessandro Baricco
Feltrinelli, Milano 2009

€ 13.00
pp. 139

Molti dubbi si sono espressi su questo romanzo, a cominciare dal suo stesso aspetto esteriore: copertina bianca (e noi diremmo biondastra) e risvolto di copertina bianco (operazione snobistica, dicono tanti; e se il libro semplicemente non fosse riducibile al solito trafiletto commerciale?). Soprattutto, ha sconvolto il contenuto: per la prima volta, la storia è perfettamente ancorata alla realtà, senza voli pindarici pieni di quella bella inconsistenza che ci hanno reso Baricco eroe della prosa immaginosa. Come lo stesso autore ha raccontato a Fazio in una recente puntata di Che tempo che fa, in questo libro la storia è pescata (e romanzata) direttamente da quegli anni settanta in cui l’autore ha vissuto l’adolescenza. Non bisogna mai sovrapporre l’io narrante all’autore, - sempre meglio ribadirlo – ma Baricco stesso ci autorizza a pensare che, se le vicende sono inventate, le emozioni vengono esattamente da quel periodo di passi incerti e di valori da sperimentare, soppesare, valicare. A costo di farsi male, come questi piccoli protagonisti, che inizialmente sono tutti uniti dalla bontà cristiana – un po’ ipocrita – con cui sono cresciuti, e solo la scoperta dei drammi quotidiani può far crescere:
«Per la prima volta qualcuno di noi si è spinto al di là dei confini ereditati, nel sospetto che non ci siano confini, in realtà, né una casa madre, nostra, intaccata. A passi timidi, si è messo a camminare una terra di nessuno dove le parole dolore e morte hanno un significato preciso». (p. 37)

Per crescere è necessario mettere in dubbio ciò che si sapeva, ma anche affidare la propria felicità alle mani esperte di una ragazza disperata, disinteressata alla vita e alla propria salute. Andre – questo è il suo nome – impersona con la sua sensualità disinibita ma anche indifferente tutte le pulsioni e i desideri di trasgressione dei ragazzi e li accompagna (dolorosamente) verso il proprio cammino. Il gruppo, all’inizio così unito, degli amici arriverà a rompersi, a riunirsi e a sfracellarsi letteralmente, quasi a dire che la crescita è, proprio come nella parabola di Emmaus, la scoperta di qualcosa di latente, prima ignorato. Leggiamo in proposito il commento dell’io narrante alla parabola:
«Ci piace la linearità – quanto è semplice la storia. E come tutto è reale, senza fronzoli. Non fanno che gesti elementari, necessari, tanto che alla fine il disparire del Cristo sembra un fare scontato, quasi una consuetudine. Ci piace la linearità, ma non basterebbe a farci amare così tanto quella storia, che invece amiamo così tanto, ma per un’altra ragione ancora, questa: in tutta la storia, ognuno non sa. All’inizio Gesù stesso sembra non sapere di sé, e della sua morte. Poi loro non sanno di lui, e della sua resurrezione. Alla fine si chiedono: come abbiamo potuto?
Noi conosciamo quella domanda».
(pp. 61-62)

Dunque, dopo aver aperto gli occhi, non si può più tornare a fare quello che si faceva prima: basta con l’ingenuo egoismo che portava i ragazzi ad aiutare in corsia i malati, basta con le illusioni infantili di amicizie eterne, basta anche con la sensazione di pienezza che lasciava la messa, ogni domenica. Provare a ricominciare con le vecchie abitudini non serve: un equilibrio s’è spezzato. E si è cresciuti.
Se ne leggono ancora tanti di romanzi di formazione (o di mancata formazione): è sintomatico che Baricco torni agli anni Settanta? Cosa penserà del percorso di crescita, oggi? Sono interrogativi che il libro suscita più volte: sono passati quasi quarant’anni da allora, e davvero sembra ormai un mondo lontanissimo, ancora chimerico rispetto al cinismo del duemila. Eppure le emozioni sono le stesse…

Due parole, infine, sullo stile. S’è parlato su molti quotidiani e riviste di cambiamenti epocali, di un punto di non ritorno e di una perdita di verve stilistica. Sicuramente è esagerato: non si pensi infatti di essere davanti a una colata unica di prosa, né a periodi con un’ipotassi asfissiante. Possiamo solo dire che Baricco ha ammorbidito la paratassi, levigato quella segmentazione a volte discutibile (e discussa). Le punte di maggiormente espressive – quelle che da sempre hanno fatto la differenza tra la sua prosa e quella degli americani – non sono sparite, ma solo scivolate in forme parentetiche e incidentali, molto novecentesche, sempre intriganti.

GMG

domenica 6 dicembre 2009

Il gorgo della Sardegna. Il thriller e i racconti di Gianfranco Cambosu

Pentamerone barbaricino
di Gianfranco Cambosu
Fratelli Frilli Editori,
306 pg., 12.50 euro

Che cos'è l'Assurdo in una Sardegna fredda, bigia, e petrosa, quasi lombarda per il clima di neve?
Il thriller di Gianfranco Cambosu, Pentamerone barbaricino, risponde a questa domanda raccontando una storia che contiene tante storie, tanti racconti personali, quasi dolorose e aspre confessioni, nel clima inesplorato ai più di una Sardegna interna, oscura e notturna.

Una banca da rapinare in un paesino sardo arroccato sulle montagne. Una banda di rapinatori che sono pastori, contadini, gente disperata. Una rapina che va storta. La sparatoria nella banca. I rapinatori che restano intrappolati nell'edificio. Hanno due ostaggi: un impiegato magro e ferito, una donna, giovane e medico. E qui comincia la vera storia.

Per quanto tempo potranno restare in quell'atrio freddo e in quegli uffici? Per quanti giorni, braccati dalla polizia che li sorveglia? Quando la promiscuità indesiderata con gli ostaggi e la stanchezza, e l'incertezza, si muteranno in sfinimento, fastidio e nevrosi? E in quel momento che cosa succederà?

Non si può stare per molto tempo in promiscuità forzata. Non si può stare per molto tempo nella tensione nervosa, nell'incertezza. Bisogna trovare un rimedio per sciogliere i nervi, per sopportare la vita. Allora bisogna raccontare. Ogni sera un personaggio del libro racconta una storia, in un rituale del racconto che presto si cristallizza e si fa liberazione, l'unica, vera e attesa, per Cadena e Tinteri, i due rapinatori.

Le storie narrate in cinque giorni.
E così scopriamo racconti che sono confessioni, che sono fili dispiegati, scioglimenti di pianti a lungo trattenuti, occlusi nelle viscere più profonde, e infine liberati nella tensione, nell'onestà del comunicare. Come i personaggi del Decameron (qui infatti è un Pentameron), anche i protagonisti del romanzo di Cambosu tentano di sopravvivere ad una qualche peste, ma è una peste più geniale, che uccide per tutta la vita, giorno per giorno, è la peste di chi è costretto dalla miseria a non poter essere uomo, a diventare miserabile, ad essere sempre sottomesso. É la peste di chi, nell'ultimo giorno della vita scopre di essere sempre stato pedina, e di non essersene mai accorto. È la peste di quel lupo che scopre di essere sempre stato divorato dagli agnelli. È il potere che è più macchinoso e più sottile della criminalità, che non si espone e si serve della criminalità come materia, e dei miserabili come carne da macello. Fino a che l'Assurdo non si dispieghi.

Un thriller che è più di un thriller. Un pentamerone sardo, di una Sardegna inesplorata, livida, senza scampo. Un libro da leggere.

L'autore
Gianfranco Cambosu è professore in un liceo della provincia di Nuoro. È stato finalista al premio Deledda (2004), ha vinto il premio Racconti criminali con il racconto “Sas Ruches”. Pentamerone barbaricino è il suo terzo romanzo, dopo “Menzogna dell'arca” (2006), e “Assassinio di carta”. Si occupa di teatro: nel 2008 ha partecipato alla realizzazione dello spettacolo “La Rivolta”, scrivendone alcuni testi.

venerdì 4 dicembre 2009

Retablo

Retablo
di Vincenzo Consolo
Sellerio Editore Palermo, 2009


Un nome segna sin dal principio il racconto di Vincenzo Consolo imprimendo, attraverso una litania nel migliore stile barocco, (“scialo di aggettivi”, icasticità delle immagini, un ritmo dalla musicalità più lirica che prosastica), il suggello della patrona palermitana sull’opera dell’autore siciliano. E per chi non avesse mai sentito parlare del Monte Pellegrino, della sua grotta, della teca di vetro dentro la grotta, del corpo candido dentro la teca, insomma per chi non lo sapesse, questo nome è Rosalia. O, come dice l’ autore tramite l’ io narrante, è: “Rosa e Lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello s’è mangiato. […] Lia che m’ ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’ inferno che credei divino”.
Come dice Sciascia in un suo commento, solo il titolo di Retablo poteva addirsi ad un’opera di tale complessità, quasi una miniatura cui fosse applicato un estenuante lavoro di cesello: “Per quel che vi si svolge e per come è scritto, questo racconto è come un miracolo […] i retablos in pittura rappresentando sequenze di fatti miracolosi”.
La struttura è organizzata tramite piani narrativi a incastro che si intersecano verticalmente ( il narratore, che è sempre uno dei personaggi principali, parla tramite una prima persona differente da quella dell’ autore) e orizzontale. Riguardo quest’ultimo punto, è utile rilevare che la storia si dipana attraverso i diari personali di due personaggi fittizi (un monaco spretatosi e la giovane Rosalia che lo ha “indotto in tentazione” ma che è anche, per paradosso, immagine della santa cui il poveretto si rivolge nelle sue preghiere), e un personaggio storico: il pittore settecentesco Fabrizio Clerici, giunto in Sicilia per effettuare schizzi di “monumenta” e anticaglie. Altri personaggi realmente esistiti appaiono nel narrato col ruolo di comparse, direi quasi “tangenzialmente”, basti citare Beccaria o il Serpotta. Ma le vicende, il cui svolgimento è spesso interrotto da pause descrittive che sembrano dipingere davvero sulla pagina paesaggi campestri e marini o scenari urbani, sono frutto dell’ invenzione di Consolo: la storia non è che il pretesto per creare tabloids vividi di palazzi e cappelle nobiliari colme di statue e stucchi, templi fatiscenti e cimiteri fenici dimenticati e divorati dalla vegetazione, capanne di pastori, botteghe di venditori di corallo, covi di briganti saraceni, feudi minacciati da terremoti…
Da alcuni aneddoti risalta tristemente un differente atteggiamento nei confronti dei beni storico-artistici che traccia una linea di demarcazione tra meridionali e settentrionali: il Clerici, alla ricerca di opere di valore, si scontra con l’ignoranza e la miopia, ma anche l’atteggiamento derisorio, dei contadini del sud, con ben altre esigenze e urgenze rispetto alla conservazione e preservazione delle ricchezze storiche della propria terra: “-Ecco, ecco l’antichitate- ci dissero i villani. -Le volete? Pigliatele, così ci liberate…- e risero, risero con gran divertimento.”
E ad arricchire il plot con una nota sentimentale subentra il coupe de théatre finale che svela le intenzioni della tanto bramata Rosalia nel capitoletto indicativamente intitolato “Veritas” con cui tra l’ altro si conclude il viaggio dei protagonisti. Il pellegrinaggio siciliano dell’ex frate e del pittore, le cui avventure si erano snodate attraverso brevissimi capitoli ognuno con una titolazione legata a una specifica località, sembra infine, simbolicamente, approdare all’alètheia. Ma ogni arrivo può essere check point per una nuova partenza e così il racconto più che concludersi riparte regalando al lettore un finale “in levare”.

giovedì 3 dicembre 2009

Quel bellissimo "Pasticciaccio" di Carlo Emilio Gadda

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
di Carlo Emilio Gadda
Garzanti, 2007

Il Pasticciaccio è forse l’opera più nota di Carlo Emilio Gadda: un autore catalogato come “difficile”, spesso noto ai soli cultori della letteratura novecentesca. Eppure, alla sua pubblicazione (era il 1957), Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana divenne, dopo qualche diffidenza, un vero bestseller, la consacrazione finale del “caso Gadda”.
“Sono diventato una specie di Lollobrigido, di Sofio Loren, senza avere i doni delle due impareggiabili campionesse”
, disse lo scrittore ad un amico. Questa frase mostra tutto il disagio che un nevrotico come Gadda dovette provare di fronte al successo. Eppure, il successo del Pasticciaccio fu meritatissimo. Nessuno meglio di Gadda, infatti, avrebbe potuto rinchiudere l’universo in un romanzo: meglio ancora, in un romanzo giallo. Nelle pagine del Pasticciaccio ritroviamo tutta la sofferta materialità di un mondo che è “nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Tutto, nel mondo gaddiano, è corpo che grida di dolore: un grido che spesso scivola in un borbottio risentito, un violento ringhiare, oppure ancora in un falsetto, una risata a denti stretti, o nel più lirico dei canti. E tutto questo nel giro di poche righe, nello stesso paragrafo: leggere Gadda significa essere risucchiati in un vortice irrefrenabile, dove tutto assume una sostanza materica, vivida fino all’orrore (da parte dell’autore, s’intende): dalla porchetta del mercato, “la porca d’oro, la porca!”, all’inattingibile mistero della vita, da un escremento di gallina “intorcolato alla Borromini” a quelll’irrisolvibile, odiosamato caos che è l’unica vera essenza del reale. E lo specchio perfetto del caos è, soprattutto, nel linguaggio: il “pasticciaccio” è anche linguistico, sia nei dialoghi che nella voce del narratore si mescolano romanesco, napoletano, molisano, ma anche francese, tedesco, inglese, greco, latino… una cifra prettamente gaddiana, questa, che giunge qui alla sua più studiata elaborazione.
Il giallo, di per sé, non ha una trama complessa: un furto in una casa nel “Palazzo degli ori” di Via Merulana, seguito dall’omicidio della malinconica Liliana Balducci, padrona dell’appartamento vicino e esemplare della donna-angelo, tutta utero, che non avendo avuto figli si circonda di avvenenti ragazze sottratte alla povertà delle periferie. Ma il segreto della bellezza del Pasticciaccio sta tutto in questo terribile carnevale di morte e vita, contemplato da un protagonista che è insieme commissario e filosofo: Ciccio Ingravallo, che porta sulla testa un “riccioluto parruccone”, aggrovigliato come il mondo che i suoi occhi osservano con un misto di freddezza e risentimento. Una figura autobiografica quel tanto da permettere a Gadda di dargli il suo punto di vista sul mondo:
“Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia.”
Chi ha rubato i gioielli della svampita signora Menegazzi? E chi ha ucciso la bella Liliana Balducci? Le indagini si svolgono nella Roma del Ventennio (frequenti le violente invettive contro il “Mascellone Autarchico”, il “buce”), dagli appartamenti della borghesia arricchita fino alla misera periferia delle campagne romane: una ricerca “che non conclude”, visto che il romanzo è incompiuto, ma che termina con una domanda, e lo sguardo di chi crede di aver svelato il mistero. Come avrebbe potuto concludersi, d’altronde, un romanzo per chi sa che il mondo è il regno del caos?
Le “causali” si rincorrono, si intrecciano, si completano a vicenda (e c’è sempre quel “quanto di erotia” a complicare le cose). Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana incanta proprio per questo: è l’istantanea, più materica che mai, che racconta di universo esploso, nella titanica impresa di raccogliere tutto, l’essere e il non essere, l’oscena energia della vita e la grottesca immobilità della morte, nel sottile confine della pagina scritta.

Laura Ingallinella

mercoledì 2 dicembre 2009

Un romanzo che colpisce, stordisce, rapisce e...


Quando verrai
di Laura Pugno
Roma, Minimum fax, 2009

€ 12.00
ISBN: 978-88-7521-223-0

Disamore, la decadenza di una roulotte, la sporcizia esteriore e interiore di un patrigno, la felicità-chimera di un vestitino nuovo e sandali in plastica rosa, calzati da mani ingorde. Poi un rapimento, insolita fuga da una realtà scomoda e poverissima, in cui gli accostamenti dei vestiti sono strampalati quanto i rapporti sociali, retti su basi di provvisorietà e di opportunismo.
Eva ha undici anni, una madre egoista che non la capisce, una madre che chiude gli occhi davanti alle attenzioni del compagno per la bambina, una madre che non tocca sua figlia, perché schifata e impaurita dalla strana psoriasi delle sue braccia. Se già a undici anni è difficile accettare malattie e difetti, per Eva è un tormento che porta all’autoemarginazione, piena di sofferenza e masochismo, in cui l’autrice scava con grande verosimiglianza. Anzi, credo di non esagerare a dire che scava con dolore nel dolore, fino a sperimentare l’irriverenza della totale condivisione emozionale con il suo personaggio. Allo stesso modo, il lettore non può non rabbrividire per la cieca sorte che sembra abbattersi su Eva, senza vie d’uscita: abusi fisici e prigionie mentali, mai un affetto sincero, il desiderio di sfidare la propria resistenza, di affliggersi e di infliggersi dolore. Almeno fino al suo rapimento.
Ma attenzione: non siamo in presenza di un romanzucolo rosa travestito, tutt’altro!

Questa trama è incisa a fuoco, resta con tutto il suo profilo stridente, acuminato di spigoli che paradossalmente lo stile, spigliato ma estremamente sorvegliato, rileva ancor di più. Sembra impossibile, infatti, che in queste frasi disinvolte passi l’acredine di rapporti falsi, di maschere strappate come vestiti prima di uno stupro, di illusioni continuamente spezzate dalla realtà tagliente. E invece è proprio così: la narratrice, tanto essenziale quanto precisa, nemica degli orpelli, conduce senza paura per strade crudeli, fino a evadere in imprevedibili risvolti fantastici. Ma non è fiaba, non lo è mai: ancora ci sono sensazioni brucianti, altre braccia macchiate di psoriasi, altri rischi e…
Sulla scia delle belle emozioni lasciate dal libro, non posso che fare una predizione: Laura Pugno, già autrice dell’einaudiano Sirene (2007), di racconti (1), di raccolte poetiche (2) e di testi teatrali, sì, farà ancora parlare di sé. Questo, il mio augurio, la mia sensazione e la mia speranza. Per quanto sia un’affermazione grave (e greve), lasciatemelo dire: abbiamo bisogno di narratori così, in Italia.

GMG

(1) Sleepwalking (2002)
(2) Il colore oro e Tennis, rispettivamente nel 2007 e nel 2002

martedì 1 dicembre 2009

Il "Salotto": intervista a Debora De Lorenzi


Cara Debora,
benvenuta qui al nostro “Salotto” e grazie per aver accettato di chiacchierare un po’ sul tuo libro e sulla scrittura. Per chi non si ricordasse o per chi viene solo oggi a trovarci, ecco la nostra recensione (clicca qui). Per gli habitué, sappiate che il 12 dicembre presenteremo il libro di Debora anche a Vigevano (presto tutti i dettagli)!
Grazie a Voi per l’interesse e l’attenzione che mi state riservando, per me è un onore rispondere alle Vostre curiosità.

Vorrei innanzitutto chiederti: da cosa è nata l’idea di scrivere Maledetto libero arbitrio?
L’idea di scrivere questo romanzo, è nata quasi per gioco: una mia cugina, che come me ha l’hobby della lettura, e che come me predilige il fantasy, si è lamentata del fatto che non ci siano scrittori Italiani a trattare il genere Fantasy, per lo meno non nello stesso stile in cui scrivono gli americani. Così le ho risposto beh, ci penso io! Detto fatto. Il libro le è piaciuto così tanto da avermi convinta a spedirlo ad un editore… ed è piaciuto anche a quest’ultimo…. E a voi…

E il titolo è stato frutto di una lunga riflessione o ti è venuto d’impulso?
E’ nato prima il titolo del libro. Era già lì da qualche parte nella mia mente, e aspettava solo di essere tirato fuori… suonava sufficientemente misterioso… ed ha ispirato anche tutto il resto. Devo ricordarmi di ringraziarlo! Ah ah ah.

Quale è stata la prima emozione, vedendo la copertina del tuo libro e le prime copie?
Quando ho aperto lo scatolone che conteneva il libro, ho pensato “ ma allora è vero! Ho davvero pubblicato un libro”, e la copertina è davvero splendida… ma l’emozione più grande è stato vedere l’orgoglio che traboccava dagli occhi di mio figlio Manuel. Ha solo sette anni, ma anche lui apprezza la lettura, possiede già centinaia di libri, ed è così fiero di me da commuovermi.

Una piccola raccolta di fiabe molto interessanti aspetta di venire alla luce in una prossima pubblicazione. Maledetto libero arbitrio è invece un libro di evasione, tra il fantasy e il gotico. Come si sposano questi generi diversi? In cosa ti trovi più a tuo agio?
In effetti, prima di scrivere un romanzo, su richiesta di un mio piccolo- grande amico e dei miei figli, ho messo per iscritto una raccolta di fiabe che mi dilettavo raccontare loro. Nonostante le proposte editoriali ricevute, non le ho ancora pubblicate, forse perché sono giunte in contemporanea a quelle del romanzo… però conto di farlo presto. Ho un animo duttile e bizzarro, nonché una fantasia sfrenata: non ho alcuna difficoltà ad adattarmi alle richieste di un bimbo, anche se devo ammettere che personalmente preferisco dedicarmi ad un pubblico adulto. Infatti è già pronto un nuovo romanzo “L’Imbroglio dell’Anima”, e sto lavorando al terzo…

Quando ti piace scrivere, in quali momenti della giornata e perché?
Adoro scrivere, tanto quanto leggere. Forse troppo. Cerco di liberarmi presto delle faccende di casa per potermi mettere davanti al foglio bianco, dando libero sfogo a quelle storie rinchiuse nel mio animo…
Il momento migliore comunque è la notte. I bambini dormono, il telefono tace, ed io sono libera d’immergermi fino ai gomiti nelle mie sensazioni.

Da qualche mese ti sei affacciata (con grande successo!) al mondo degli autori emergenti: cosa ne pensi?
Ah ah! Troppo buona! L’editoria è un settore eccessivamente chiuso, non c’è spazio per le novità, per quelli come me che non sono “nessuno”. Le case editrici più grandi ci rispediscono i lavori ancora sigillati, senza nemmeno prenderli in considerazione, e quelle più piccole che ci danno credito, non hanno mezzi sufficienti da investire in un corretto editing, in pubblicità, ne alcun potere diffusionale. Così, i nostri lavori rimangono pressoché sconosciuti e coprono una piccolissima fetta del mercato nazionale. Io posso ritenermi fortunata, perché nonostante ciò il mio libro sta vendendo parecchio, anche se sono ben lontana dai sogni di gloria…

Vuoi raccontarci qualcosa dei tuoi progetti futuri?
L’unica cosa che so per certo, è che continuerò a scrivere, per il resto sia quel che sia.

Visto che ci avviciniamo al Natale, ti va di lasciare ai nostri lettori tre consigli di libri adatti al camino acceso e alle giornate più fredde?
Hai detto solo tre, eh? Beh fammi pensare: “Maledetto Libero Arbitrio” è decisamente un buon libro, soprattutto per questo periodo, (contiene il giusto equilibrio di riflessione, emozione e passione.) Poi consiglierei “Sette giorni per l’eternità” di Marc Levy , un libro pulito, sorprendente e rassicurante. Intrigante e terribilmente coinvolgente è ”L’ora delle Streghe” di Anne Rice… ce ne sarebbero molti altri, ad esempio io adoro le storie di vampiri, in alternativa alla Meyers, io amo Colleen Gleason; ma hai detto tre…

Grazie ancora per essere stata con noi con tutta la tua simpatia!
Mille grazie a Voi, sinceramente!

GMG