lunedì 30 novembre 2009

Noi lo chiamavamo amore...

Chiedi alla polvere
John Fante
Torino, Einaudi, 2004

John Fante, insieme a Charles Bukowski, rappresenta per un’intera generazione un veicolo umano capace di creare una letteratura che è immortale miscela di ribellione e senso di straniamento; è chiaro che due fortezze simili possono generare epigoni di qualità nettamente inferiore oppure, nel peggiore dei casi, far sì che le loro parole vengano carpite da chiunque per farne un uso personale ed improprio. Queste, però, sono sterili lamentele del sottoscritto, che però ritiene “Chiedi alla polvere” di John Fante, abruzzese di origine ma americano d’adozione, uno dei migliori libri del secondo Novecento. Il ciclo di storie legate al personaggio di Arturo Bandini, presente già in altri romanzi di Fante (su tutti, “Aspetta primavera, Bandini”), trova in “Chiedi alla polvere” una certezza inequivocabilmente inscindibile. Arturo Bandini è la Vita, che si scontra con una Morte fatta di lampi e agguati nel vuoto. Il giovane ventenne italoamericano si innamora di una donna, Camilla Lopez (uno dei personaggi più belli degli ultimi anni), che è croce e delizia del suo stesso vivere, che lo plagia nel più incantevole dei modi possibili, con le armi dell’amore. Una relazione distorta, posticcia ed iraconda, che però li tiene uniti con un vincolo di rabbia e disgusto che grida vendetta nei confronti di tutti gli amori da operetta che dominano le letterature d’ogni tempo. L’amore di due reietti, sui quali aleggia l’odore crudo e impassibile dell’inferiorità sociale, che aiuta Bandini a superare gli ostacoli del suo triste e sopraffino dibattito interno, ma che non fa nulla per salvare Camilla, giocoforza condannata ad una crudele condanna che sa di polvere.
Sarebbe errato escludere l’ipotesi di “Chiedi alla polvere” come se si trattasse di un Bildungsroman della contemporaneità: in fondo il percorso di Bandini all’interno del romanzo è un esclusivo, contraddittorio itinerario che lo porterà ad un qualche traguardo, non per forza visibile nella pubblicazione del suo romanzo.
La prosa di Fante è geniale nella sua apparente linearità, nel suo disporre educatamente ed elegantemente parole bellissime e semplici, dicotomie non unificabili ma armoniose. Leggendo Fante ci si rende conto di essere quasi arrivati ad un’idea di perfezione letteraria contemporanea; questo però non ci astiene dalla sensuale dolorosità di questo libro. Chi non ha ancora avuto il piacere di viverlo, di annusare l’odore del rischio e del pericolo che nuota tra le sue pagine, ha decisamente perso molto.

Giuseppe Paternò Raddusa

sabato 28 novembre 2009

L’UMORISMO CHE FA RIDERE SULLE COSE SERIE




Rossana, il sogno e il ragno Calatrava
di Fabrizio Altieri
Società Editrice Fiorentina, 2008

pp. 192
€ 12,00
ISBN: 978-88-6032-081-0

Di libri ironici ce ne sono tanti, ma nella maggior parte dei casi hanno la pretesa di far ridere e ottengono solo qualche scontato sorrisino. Con il libro di Fabrizio Altieri, invece, si ride davvero, e nei primi capitoli ci si lascia trasportare in queste tante storie parallele, piene di buonumore. In mezzo ai sogni di una ragazzina-maschiaccio (la Rossana del titolo) che desidera correre in moto, troviamo le peripezie di un supplente, Maurizio, che intraprende la carriera di scrittore e casca in problemi e questioni ben più grandi della sua immaginazione. Non mancano altri personaggi goduriosi, macchiette che si stampano nella memoria e che tornano, un po’ come amici che amiamo ricordare: dai colleghi di Maurizio agli editori ex-galeotti, dagli scagnozzi mafiosi fino a Calatrava, che altro non è che il ragno domestico del professore. Per quanto bizzarra l’idea, è un gran colpo di genio: Calatrava è un animale intelligente, quasi raziocinante, a cui manca solo il dono della parola, ma è in grado di unire in una ragnatela invisibile tutti i personaggi e di tempestare di sorrisi le pagine in cui compare.

Ma (attenzione!) non si ride soltanto, e qui direi che si passa dal semplice romanzo ironico a un più interessante romanzo umoristico: come lo stesso Fabrizio ha detto in un’intervista (da cui abbiamo liberamente tratto il titolo del nostro intervento), l’umorismo permette di «ridere delle cose serie», rompendo il dramma ma non cancellandolo. E infatti, al di là dei gustosissimi equivoci, delle ambiguità e dei più originali fraintendimenti, ci sono anche momenti di commozione e di grande sensibilità, che portano Fabrizio Altieri ben oltre il desiderio di raccontare soltanto una storia.
Questo avviene anche grazie allo stile, scorrevole ma non semplicistico, di una quotidianità in cui intervengono, di tanto in tanto, toscanismi ancora in uso nella Pisa del nostro autore: dunque, un dettato personale e accattivante.

E poi c’è la trama, di cui volutamente non farò altri cenni, perché equivarrebbe a rovinare i bei colpi di scena del libro. Sappiate questo: nel momento in cui i vari fili (di storie e di ragnatela) si intersecano, si inizia a sorridere, ma stavolta di compiacimento: la struttura narrativa è davvero buona, porta il lettore a divorare le pagine, per sapere come andrà a finire. E, anche in questo, l’autore sfugge qualunque scontatezza: vuole sorprendere per freschezza e inventiva, e ce la fa.

GMG.
Presto anche l'intervista a Fabrizio Altieri!, per la nostra rubrica "Il Salotto"

mercoledì 25 novembre 2009

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi


Leggere Lolita a Teheran
di Azar Nafisi
Adelphi Edizioni, 2004

Azar Nafisi è una scrittrice iraniana che dal 1997 risiede negli Stati Uniti. Laureata in Letteratura inglese e americana all’Università dell’Oklahoma, torna nel suo paese e vi insegna letteratura per quasi diciott’anni. Nel 1995 si trova impossibilitata nel continuare le sue lezioni universitarie senza attirare dissensi da parte delle autorità, a causa della sua educazione occidentale e, per questo motivo, deve abbandonare l’insegnamento: siamo nell’Iran che ha conosciuto la rivoluzione islamica e la presa di potere dell’Ayatollah Khomeini.
Il mio breve accenno alla biografia dell’autrice ritengo sia fondamentale per addentrarsi nel suo mondo letterario che racconta di un paese di dittatura e ortodossia e delle difficoltà di essere una donna in Iran. Le pagine di questo romanzo si reggono su due fondamentali assi tematici : la passione per la letteratura e l’analisi della realtà circostante. Il binomio diventa pregnante quando è la letteratura a diventare chiave di lettura del reale, in tutte le sue forme. E lo è ancora di più quando a parlare è una donna che paga quotidianamente il prezzo di scelte che ha compiuto ma, purtroppo, anche di altre che non ha mai fatto. Si tratta di un prezzo davvero alto, considerando che ne va della propria integrità e dignità. Il romanzo prende spunto dall’esperienza realmente vissuta dall’autrice negli ultimi anni trascorsi a Teheran. Una volta allontanatasi dall’Università Tabatabai decide di organizzare un ciclo di lezioni, da tenere nel suo appartamento, per le sue sette migliori allieve. Le otto donne cominciano a incontrarsi in segretezza ogni giovedì mattina. Scelgono di non rinunciare alla letteratura nell’inferno che le circonda, di riservarsi ancora uno spazio tutto femminile di discussione, libertà, immaginazione. La letteratura come zona franca in pieno combattimento.

martedì 24 novembre 2009

Il Salotto: intervista a Maria Gangemi

Gentile Maria, la ringrazio per aver accettato di incontrarci nel Salotto virtuale di CriticaLetteraria per fare una chiacchierata sul suo romanzo, “La legge del più forte” (qui la nostra recensione).
Ringrazio Critica Letteraria per lo spazio che mi concede e ringrazio i lettori che mi seguono e che hanno dimostrato una sensibilità non comune nei confronti di tematiche impopolari, come quelle che ho esposto nel libro.

Per cominciare, ci parli un po’ di lei. Chi è Maria Gangemi?
Maria Gangemi è un’idealista che non si è mai rassegnata a come vanno le cose nel mondo. E’ una persona che come tante, ha gli interessi più svariati, ama studiare, riflettere, discutere in modo costruttivo, con calma, magari con chi non è fossilizzato in idee apparentemente aperte. Sono una che crede che conoscere e formulare molte ipotesi ci permette di formare un’idea nostra e di avvicinarci alla realtà, perché la nostra esperienza è un filtro di fronte a ciò che ci viene proposto, ed è per questo che un libro come il mio trova un’interpretazione così diversa in ogni lettore.

Dalla nota biografica in retrocopertina leggiamo che è di origini calabresi, ma vive a Torino. Il suo romanzo, inoltre, è ambientato in Calabria, e questa scelta gioca un ruolo importante. La domanda, allora, sorge spontanea: cosa rappresenta per lei e nel suo romanzo la Calabria? Che rapporto ha con la sua terra d’origine?
Ho vissuto all’estero, vivo in Piemonte e lo apprezzo da cinque anni ma, ogni volta che mi sono trovata lontana dalla mia terra, mi sono sempre sentita ancora più orgogliosa delle mie origini e ho avvertito ancora più forte la mia identità. Mi addolora tantissimo sentire certe notizie, ma i calabresi sono persone forti e riusciranno a valorizzare il meglio della nostra terra, indicibilmente bella e ricchissima di cultura.
Il romanzo è ambientato in Calabria solo per via delle mie origini. Di tanto in tanto ho attinto ai miei ricordi, nei quali il medico viveva accanto al contadino, e a volte nella stessa persona convivevano tradizione e innovazione mentre spesso inconsapevolmente, le persone abitavano in luoghi dove si erano svolti tanti avvenimenti importanti.
I personaggi non sono così caratterizzati e secondo me potrebbero vivere in qualsiasi città italiana e la storia potrebbe essere ambientata ovunque. Ci sono argomenti per i quali tutti o quasi tutti concordano, anche senza conoscersi e senza sapersi spiegare perché.

Addentriamoci un po’ in “La legge del più forte”. È un romanzo nato di getto, o si tratta di un’idea covata a lungo prima di darle una forma definitiva?
Ho sempre pensato all’aborto come a qualcosa di terribile, perché una creatura inerme viene brutalmente uccisa proprio dalla persona in cui cerca rifugio e protezione. Di aborto ho sempre sentito parlare con molta superficialità e ho visto molte donne che, da Nord a Sud, vi ricorrevano ripetutamente anche per futili motivi, senza sapere di cosa si trattasse, ignorandone le conseguenze, anzi, ritenendolo una scelta progressista.
Poco dopo il mio arrivo in Piemonte, ho letto un articolo su un giornale locale che parlava di undicimila aborti in un anno, solo nella regione. Mi sembravano un po' troppi. Si diceva che quella cifra fosse gonfiata dalle donne che venivano dall'estero, ma basta discutere normalmente con le persone o recarsi negli ospedali, per rendersi conto che a interrompere la gravidanza sono le nostre adolescenti e le nostre casalinghe e che continuano a essere totalmente disinformate.
Come la mia protagonista, ho messo in discussione il pensiero convenzionale nel quale siamo immersi. Non mi è sembrato che fosse normale pensare all’interruzione di gravidanza come a qualcosa che rientra nella vita quotidiana, come a uno strumento di emancipazione o a una conquista di civiltà, perché le immagini che circolano tanto facilmente su internet, ad esempio, dimostrano che non è così. Gli strumenti di emancipazione per la donna sono altri e la civiltà risiede altrove. Mi sono chiesta perché la società sia così scioccamente votata all’individualismo da considerare un’altra vita in modo così banale come qualcosa da “tenere” o meno, e da rinunciare a quello che per natura ci rende felici per anteporvi ambizioni e valori effimeri, che celano e non ci permettono di gustare il meglio dell'esistenza. Mi sono chiesta se abbiamo veramente bisogno di tutto quello che possediamo e che consideriamo indispensabile o se invece sembra che i beni materiali non siano mai sufficienti e si riesca a trovare il denaro per tutto, tranne che per ciò che conta davvero.
Sono convinta che siamo liberi fino a quando non calpestiamo i diritti degli altri. Sì perché ripeto, non c’è nulla di civile in una pratica come l’aborto che considero invece un’ingiustizia - mascherata da progresso e da conquista di civiltà - garantita per legge, come lo sono stati molti diritti in passato. La legge ha sancito la prevaricazione dell’individuo più forte nei confronti di quello più debole. La legalizzazione dell’aborto è solo la drammatica e necessaria soluzione di una società che ha fallito nel trasmettere informazioni e consapevolezza, un argomento su cui si è dovuto legiferare per evitare danni maggiori. Certo è triste rendersi conto che, tutt’oggi, calpestare i diritti di chi è tanto facile da distruggere - a volte per affermare i propri - sia considerato da molti un diritto incontestabile. E spesso purtroppo è anche una scelta non ben ponderata.
Uno Stato civile deve dare la possibilità di vivere, e di vivere degnamente, e deve garantire le pari opportunità a tutti, alle donne così come a chi vive dentro di loro. Ma oggi si uccide, si ruba ancora, e per molti percepire debolezza negli altri è un motivo per prevaricarli e affermare se stessi. Ne deduco che intravediamo la vera civiltà, ma viviamo ancora in un mondo in cui questa è solo approssimativa.
So che è un tema di difficile soluzione perché tutti potrebbero esporre le proprie esperienze e le proprie ragioni più o meno valide. Ma io non mi considero la detentrice di una verità assoluta, le mie idee sono condivisibili o meno, ci sono questioni molto personali che oggi possono essere affrontate solo con una forte fede. Il mio vuole essere un invito energico e deciso, a tutte le donne disposte a riflettere, soprattutto a quelle che pensano che l’aborto sia un diritto, ma che, pensandoci bene avrebbero una pur remota possibilità e tanti buoni motivi per fare nascere normalmente un figlio che pensano di uccidere, proprio perché anche quello è un figlio.

Parlare dell’aborto è una scelta coraggiosa. Posso chiederle se c’è un motivo particolare che l’ha spinta ad accostarsi a questa tematica?
Come ho già detto, è un argomento che mi ha sempre toccata nel vivo. Io ritengo che la parte della vita che trascorriamo nel grembo materno, sia una fase della nostra esistenza come essere bambini o adolescenti. Tutti siamo stati embrioni e ogni essere umano è unico e irripetibile. Se qualcuno mi dimostrasse scientificamente che non è vero, io cambierei idea. Per me l’aborto rientra tra i fatti umani che vanno superati. Oggi più che mai ci sono valide alternative all’interruzione di gravidanza. È ora che la medicina, la ricerca, riguardino anche la cura e la salvaguardia dell’embrione. Il futuro è informare seriamente le donne sulla realtà dell’aborto e sulle soluzioni alternative, e sperare che i nostri figli guardino a noi e all’interruzione di gravidanza con lo stesso atteggiamento con cui noi pensiamo alla schiavitù o all’abbandono dei bambini, che pure si praticava in passato.

“Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.” (Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli 1975). Può commentare per noi questa frase?
Oriana Fallaci si è proposta di scrivere un’opera d’arte, io non sono stata così ambiziosa, volevo solo divulgare un messaggio e renderlo recepibile e fruibile da tutti, soprattutto dagli adolescenti.
Detto questo, rispondo che nessuno di noi può cambiare il mondo, ma ognuno di noi può fare qualcosa, con la propria debolezza, con quelle che pensa siano capacità scarse o inesistenti, ognuno può fare qualcosa che non deve essere necessariamente qualcosa di grandioso e senza il timore di essere deriso. Tutte le persone “normali” vengono derise e insultate, anche i grandi capi di stato, anche i geni. E qui potremmo dilungarci in esempi. Ad avere problemi, ad essere meschino e intriso di pochezza, non è chi viene deriso, ma chi deride.
E quando si incontrano delle difficoltà, io sono convinta che servano a migliorarci. Dirò anche una verità più banale, ma non meno vera. Se i nostri antenati si fossero preoccupati di tutto ciò che ha citato la grande Fallaci, ci saremmo estinti da tempo. Forse non avevano le conoscenze che abbiamo oggi, ma la tradizione orale tramanda storie di guerre ed episodi terribili. Tra l’altro tutti sapevano che il parto era una delle cause principali di decesso e che il tasso di mortalità era altissimo e qui tutti potremmo citare dei detti popolari che abbiamo sentito ricorrere spesso.
Voglio aggiungere ancora che in ciò che è vita c’è voglia di vivere. Anche le persone “normali” sono infelici per i motivi più svariati perché il senso di insoddisfazione, l’infelicità provengono soprattutto da uno stato d’animo interiore, forse ci si è sentiti rifiutati o si ha una visione sbagliata del mondo e dell’ordine delle cose, c’è confusione, i motivi possono essere i più diversi. Ma tanta gente continua a essere felice pur superando circostanze che schiaccerebbero altri. Forse basterebbe solo mettere un po’ di ordine in questa società scettica che si ostina a dire “non credo”, “non esiste” mentre la nostra conoscenza è ancora così limitata.

Adesso, una curiosità: tra tutti gli “antagonisti” di Francesca, la giovane protagonista del romanzo, chi ritiene il più biasimevole?
Sorrido a questa domanda perché credo che tutti conoscano già la risposta. Samuel potrebbe essere il personaggio più negativo, ma forse rappresenta l’indifferenza ed è un personaggio che ho costruito provando indifferenza verso di lui. La madre mi sembra la più biasimevole. È quella che teme di più il giudizio del vicino di casa, è anche quella più ignorante che pensa che le stelle cadenti siano stelle vere, ed è la maggiore sostenitrice dell’aborto, non perché sappia cosa sia, ma perché ne ha sentito parlare bene e soprattutto perché gli altri non devono vedere, né sapere. Come ha fatto notare lei, Francesca è più matura della madre e nonostante l’età è riuscita a fare qualcosa che tutti dovremmo fare, cioè rielaborare, confrontare, mettere in discussione le proprie conoscenze e le proprie idee a prescindere dai propri interessi e dalle ideologie in cui ci identifichiamo.

Questo è il suo romanzo d’esordio: com’è stato avvicinarsi al mondo dell’editoria?
Questa è la domanda più difficile. Scrivo da sempre e mi sono cimentata in problematiche che non interessavano i miei coetanei, ma non ho mai avuto il coraggio di pubblicare. Poi ho provato e devo dire che ci vuole molta pazienza e bisogna saper aspettare un editore capace e onesto.

Ha altri progetti? Se sì, può anticiparci qualcosa?
Sto lavorando a un altro romanzo più ambizioso, ma sempre ricco di riflessioni sulla vita e sulla realtà. Ho in mente anche un saggio, che però in questo momento mi sembra lontano dal concretizzarsi.

Allora, a presto! E grazie di cuore per aver risposto a queste domande, a nome di tutti i lettori di CriticaLetteraria.
Ringrazio ancora Critica Letteraria e tutti i lettori che sono riusciti a leggermi fino a qui.

domenica 22 novembre 2009

Umanità in corso

Storia di un tedesco
di Sebastian Haffner
2003, 235 p., brossura
Traduttore Groff C.
Editore Garzanti Libri (collana Saggi)


Voglio proporvi una sorta di sillogismo. Siamo coscienti che quello che è accaduto una volta può accadere di nuovo. Vogliamo evitare che il Male si ripeta. Allora dobbiamo leggere “Storia di un tedesco”.
Un’opera contro l’oblio. Un manifesto alla memoria. “Storia di un tedesco” è molto di più, è un atto d’amore verso l’umanità. Un figlio di famiglia, un prodotto medio della borghesia tedesca degli anni Trenta, come si definisce lo stesso Haffner che racconta la sua infanzia e giovinezza. Solo questo, la semplicità di una storia personale che diventa Storia. Anche se scritta alla fine degli anni Trenta, quando ormai Haffner aveva scelto l’esilio, verrà pubblicato dal figlio dopo la sua morte nel 2000. Ora è testimonianza, allora era vita. Questa è una risposta alla domanda che tormenta ancora la vecchia Europa sull’incubo collettivo che cerchiamo di esorcizzare con film, feste della Liberazione, infinite Carte dei diritti dell’uomo: com’è stato possibile?

La struttura dell’opera (Prologo, Rivoluzione, Congedo) ci aiuta a seguire le fasi dell’ascesa al potere dei nazisti e della nascita del Terzo Reich, avvenimento graduale non imprevedibile, sintesi naturale di diversi elementi che vennero sottovalutati. La cronaca di una morte annunciata usando un’idea di Marquez, tutti sapevano ma sembrava così assurdo e irreale che potesse accadere davvero che nessuno fece nulla, tutti continuarono a vivere come sempre e piano tutto si trasformò nella normalità. Qualcuno potrebbe ritenere che per comprendere gli eventi decisivi della Storia sia più utile un manuale che la lettura di un racconto sulla vita privata di un uomo ma sono gli anonimi a fare la Storia. Haffner dice “ nella genesi del Terzo Reich c’è un enigma che mi sembra ancora più interessante della questione di chi abbia incendiato il Reichstag. La domanda è questa: ma che fine hanno fatto i Tedeschi? Sono diventati tutti nazisti? Com’è potuto accadere che da parte loro sia mancata qualsiasi reazione?”. Ma quale reazione ci può essere in un duello impari tra uno stato brutale che devasta la sfera privata e anonimi cittadini che non sono eroi nati ma uomini qualunque? Si potrebbe adottare uno schema temporale che divida gli avvenimenti prima del 1933 da quelli dopo il 1933, una sorta di anno zero della Germania del Novecento. Il coraggio letterario di Haffner sta nel fatto di non aver ceduto al ripiegamento intimista della letteratura tedesca della fine degli anni Trenta ma di aver dato un’opinione sugli eventi storici di quegli anni, aver cercato di elaborarli e di non allontanarsene neanche emotivamente per quanto difficile. Così dalla sua penna e attraverso le parole degli altri Tedeschi da lui riportate, uomini di strada, uomini di potere, studenti, radio, giornali possiamo conoscere il pensiero che l’opinione pubblica aveva in quel tempo di quel tempo. Tutto ciò è emozionante, riflessioni su Hitler quando ancora non si sapeva quello che sarebbe stato, sul deprezzamento del marco, sulla fame, sulla mania sportiva (anche oggi si parla di strumenti di distrazione di massa!), sulle continue crisi di Governo dopo la prima guerra mondiale che portarono alla grande confusione politica che si trasformò in delusione, poi in qualunquismo, poi in astensionismo infine appoggio della forza politica più visibile, più prepotente cioè i nazionalsocialisti. Il concetto di forza e prepotenza allora ricomprendeva anche la violenza fisica che iniziò ad essere usata contro gli avversari, sancendo la morte del dibattito politico, del senso etico della politica ma oggi il concetto di prepotenza assume altre forme ad esempio l’abuso dei mass media, la spettacolarizzazione della politica ma elemento in comune, costante di tali anomalie è il populismo. In un clima di nevrosi generale si fuggiva da valori quali la pace, la tranquillità perché erano aspetti della noiosa vita borghese, quella borghesia che voleva mediare e burocratizzare, colpevole della sconfitta in guerra e della gestione disastrosa della pace. Haffner scrive “è pericoloso perdere l’idea di pace, l’idea di politica perché una volta persa tutto diventa giustificato e naturale”. Assuefazione e abitudine presero il sopravvento sulla realtà, questa infatti venne deformata da convinzioni assurde.
L’originalità dell’opera non sta nell’invenzione, è Storia, non sta nel finale, lo conosciamo, neanche nello stile che è del tutto lineare ma il miracolo che questo libro compie è quello di modificare la nostra percezione dei fatti storici lontani nel tempo: li immaginiamo come epocali ma in realtà epocali lo diventano solo dopo. Il 30 gennaio del 1933 non fu neanche un giorno rivoluzionario, tutto avvenne a norma del diritto costituzionale: Hitler divenne cancelliere giurando fedeltà alla Costituzione di Weimar, iniziò a concentrare il potere nelle sue mani con mezzi legali dalle ordinanze di necessità fino a delegare al Governo l’intero potere legislativo come deciso dalla maggioranza dei due terzi del Reichstag. Da questo momento nessun cittadino tedesco ebbe più una vita privata, iniziò la neutralizzazione dell’Io che porta alla non azione. L’azione presuppone qualcuno che pensa e sceglie. Quello che venne negato fu proprio una scelta. Haffner parla a nome di una generazione sopraffatta dalla potenza, dalla violenza fisica e morale che dentro si strugge per l’immobilità alla quale è costretta. Haffner e la sua generazione iniziano a disprezzare se stessi coscienti del Male, dell’orrore ma al tempo stesso immobili, nazisti senza esserlo, senz’anima pur avendone una per soffrire. Il racconto della sua permanenza in un campo nazista per l’educazione dei futuri giudici, poiché era studente di giurisprudenza, dove finirà senza protestare è emblematico dello spirito di una nazione intera. “Il cameratismo può diventare uno dei più terribili mezzi di disumanizzazione”, uniformi uguali, ritmi di vita omologati, stessa sorte che unisce emotivamente anche gli individui tra di loro più diversi. “Il cameratismo rende sopportabile l’insopportabile e cosa più grave elimina totalmente il senso della responsabilità. (…) Cantavo anch’io, del resto. Cantavamo tutti. Ciascuno la Gestapo dell’altro”. Sono stati bravi i nazisti ,“ hanno ridotto tutti i Tedeschi alla stregua di camerati”. Il racconto si fa ancora più vivo nella descrizione dei cambiamenti inaspettati che subirono i suoi amici o del senso di smarrimento del padre, anziano funzionario tedesco allibito davanti alla trasformazione della politica o ancora delle persone ebree a lui vicine.
La tensione accompagna il lettore soffocato davanti alla narrazione degli eventi che mortificano la condizione umana e ossessionato da un dubbio crudele Cosa avrei fatto al suo posto? L’unica cosa che possiamo fare è evitare di ergersi a giudici di quegli esseri umani e riflettere piuttosto sul nostro tempo facendo tesoro di quella testimonianza. Guardare sempre con spirito critico al potere in ogni sua manifestazione. Non possiamo vivere come chi ha scampato il pericolo. Lungi da ogni morale sono i fatti che parlano. Ieri la colpa era della politica borghese e degli ebrei, oggi è dei giudici, dei giornalisti e degli immigrati. Ieri viveva Sebastian Haffner, oggi viviamo noi.

lunedì 16 novembre 2009

L'ansia può uccidere


Ansia assassina
di Carlo Menzinger
Ed. Libero di scrivere

E' sufficiente leggere i primi periodi di Ansia Assassina di Carlo Menzinger per venire catturati da questo noir veloce, ritmato, notevolmente cruento, tanto da poter essere definito quasi pulp. Quasi, perchè è molto marcato l'elemento di suspance, una tensione tangibile, densa, angosciosa, che accompagna il lettore fino all'ultima pagina. Che stupisce per un finale inaspettato, minimalista a confronto di tutto il resto della storia.
Un romanzo che si divora in due ore, per stomaci forti che riescano a reggere 17 morti violente e apparentemente immotivate. O meglio, originate da cause sempre molto banali e senza collegamento tra loro, ma che fanno pensare ad un folle deus ex machina, ad un serial killer animato da un'illogico movente che nessuno riesce ad individuare.
Al di là della storia coinvolgente e ben scritta, l'autore non rinuncia ad alcuni passaggi che ne rivelano la sensibilità e la capacità di tratteggiare brevi istantanee di quotidiana poesia. come questo brano che descrive i lavavetri: "Tutti lì a togliere piccole gocce di nulla. Tutti lì a pretendere un goccio della nostra irrangiubile e vicina opulenza di gente che arranca fino al ventisette del mese".

domenica 15 novembre 2009

I volti del potere


Potere e teoria politica
di Mario Stoppino
Ed.Giuffrè, Milano 2001.

Mario Stoppino (1935-2001) è stato un politologo molto importante per lo sviluppo della Scienza politica in Italia. Già docente presso l'Università di Pavia, ebbe tra i suoi meriti quello di aver contribuito alla diffusione nel nostro Paese delle idee del costruttivismo americano in Scienza politica. Il nucleo teorico di questo pensiero, che si era diffuso attraverso la cosiddetta Scuola di Chicago nel periodo tra le due guerre mondiali, era che la definizione di politica dovesse essere imperniata sul concetto di potere. Lo studio del governo o dei partiti non era più il campo esclusivo per una definizione della politica, ma si doveva analizzare l'intero contesto sociale così come esso è costantemente informato dalle relazioni di potere. Per capire la politica non si dovevano più studiare solo le istituzioni politiche, i parlamenti, i partiti, ma anche tutte quelle forme più o meno organizzate di esercizio del potere, attribuite ai sindacati, agli individui non organizzati, ai gruppi di pressione, alle Chiese, alla grande industria. Ogni forma di potere, da quella del padre sul figlio, a quella del Comitato politico sui militanti del partito, a quella della propaganda sui cittadini, è, nella definizione di Harold Lasswell, una forma di politica: dove c'è potere, c'è politica. Quella di Lasswell fu un'intuizione rivoluzionaria perché aprì nuovi continenti all'esplorazione della Scienza politica, ma fallace, secondo Stoppino, perché erroneamente onnicomprensiva, e incapace di individuare il quid di specificità del potere politico rispetto agli altri poteri rilevanti, quello economico, quello coercitivo, e quello simbolico.

Potere e teoria politica, nella sua terza edizione accresciuta, si presenta come un manuale di teoria politica. Ma esso non è una storia del pensiero politico, è piuttosto un libro di tendenza analitica. In esso i concetti fondamentali della teoria politica, il concetto di potere, di autorità, di conformità, di violenza, di simbolo, di struttura e di processo politico, i mattoni di cui ogni teorico politico moderno si serve per la sua teoria, vengono analizzati e messi al servizio di una innovativa teoria della politica incentrata sul concetto di potere. Il concetto di potere di Lasswell è troppo ampio, non distingue realmente la politica dalla società. Per Stoppino, la base dell'azione politica è l'azione rivolta alla ricerca del potere, che si ponga come fine il potere, cioè la capacità di determinare il comportamento altrui verso obiettivi desiderati (valori). Ma i fini degli attori coinvolti in un campo sociale sono necessariamente in conflitto: non c'è accordo tra gli individui su ciò che ha valore. Gli attori perciò possono porsi come fine dell'agire, non i valori, ma la conformità a comandi che abbiano per fine i valori. L'azione politica è perciò quell'azione che ha per fine la conformità stabile (nel tempo) e generale (per n individui) delle persone coinvolte. L'azione politica tende cioè ad un potere garantito, ad un potere che sia in grado di distogliere dall'incertezza della ricezione dei fini, tipica di un campo nel quale le volontà sono in conflitto.


La politica come uso legittimo della forza? Una visione critica

Come è possibile distinguere il potere politico da altri tipi di potere, quali il potere economico, o quello simbolico? In Economia e società Max Weber aveva definito il potere politico come quel potere che dispone del monopolio della violenza. In Potere e teoria politica Stoppino critica questa posizione che fonda il concetto di politica su quello di violenza. Vorrei esporre per sommi capi gli argomenti a sostegno di questa tesi, al fine di interessare alla lettura di Potere e teoria politica. Innanzitutto si dovrebbe fare una precisione: lo Stato non detiene il monopolio assoluto della violenza, ma il monopolio tendenziale della violenza. I criminali, i delinquenti, sono persone che dispongono di armi e che agiscono per mezzo della violenza. Ma è pur vero che lo Stato lotta contro di essi per avocare a sé il completo controllo della violenza, infatti esso dispone di gruppi organizzati, la polizia, l'esercito, addestrati e muniti di armi per contrastare l'uso illegittimo della violenza. Ma anche al suo interno, lo Stato permette alcune forme di violenza e le considera legittime: il potere dei padri di rimproverare i figli anche con la violenza, ad esempio. Ma è pur vero che lo Stato tende a controllare anche questo tipo di violenza tollerata al suo interno. Precisamente, allora, dovremmo dire che lo Stato ha il controllo tendenziale della violenza, e ne regola l'uso legittimo (attraverso le leggi).

Io credo che, tra i molti, l'argomento più valido a critica di questa tesi sia di questo tipo: il monopolio della violenza è una caratteristica dello Stato moderno, non dello Stato in generale (d'altronde già Weber aveva così precisato la sua definizione). Il monopolio della violenza non è un predicato dello Stato, ma un lungo processo, il risultato di secoli. La formazione degli Stati nazionali, l'omogeneizzazione del diritto (anche grazie all'universalità del diritto canonico), furono fattori che contribuirono a tale realizzazione. Gli studi storici rivelano che il tasso di violenza privata nel Medioevo era altissimo, e dobbiamo attendere la modernità perché le crisi politiche non si risolvano con avvelenamenti, lotte tra fazioni interne alla città, come nell'antichità.

Le teorie che fondano il potere politico sulla violenza tendono a vedere nella società il luogo del conflitto tra gli uomini, cui solo la politica, come minaccia, come dominio di una minoranza su una maggioranza, può porre rimedio. Queste teorie sono classicamente elitiste. Le teorie contrattualiste, invece, come quella di Locke, o di John Rawls, tendono a vedere la società come il luogo della cooperazione tra gli uomini, e la politica come l'accordo unanime (per rendere conto dell'eguaglianza) sui principi di questa impresa cooperativa. Esse fondano la politica sul consenso.
Per Stoppino, entrambe queste teorie sono parziali, astrazione. Non solo la politica si fonda su consenso e violenza allo stesso tempo, ma può avere anche basi ulteriori. E specificamente, la violenza, è non tanto il fine, quanto il mezzo specifico cui il potere politico può ricorrere. Infatti, il potere politico ricorre all'applicazione della violenza non come suo quid specifico, ma quando l'azione della politica stessa fallisce. L'applicazione della violenza non è il fondamento della politica, ma il suo fallimento. La minaccia, invece, della violenza è il mezzo con cui la politica garantisce la stabilità dell'ordine sociale. Questo è un fatto, ma è anche una proposizione sintetica quasi paradossale.

venerdì 13 novembre 2009

Il tuffo nei ricordi di Leila Mascano


Fammi ridere
di Leila Mascano Tadino
Robin Edizioni

Ho scoperto questo romanzo grazie a fortunate coincidenze. Ma sono convinta che nulla accade per caso. E che "Fammi ridere. Paesaggio napoletano con figure in dissolvenza" doveva capitare tra le mie mani, regalarmi determinate emozioni, indurmi ad alcune riflessioni scaturite non dalla storia ma da alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito. Leila Mascano Tadino con una scrittura fresca e istintiva come la protagonista, Federica, dipinge un quadro della Napoli anni '50, una famiglia alto borghese, una bambina sola e trascurata che costruisce il suo mondo attorno a Pietro il cugino più grande di undici anni: è lui in realtà che si occupa di Federica e attorno al quale la bambina intreccia le sue storie fantastiche. Ma questo rapporto quasi simbiotico tra i due, da fraterno si evolve in qualche cosa di più intimo fino ad arrivare ad un legame di amore intenso quando la ragazzina entra nell'adolescenza. Un amore così grande che i due giovani non riescono a contenerlo e ne vengono travolti. Cambierà tutta la loro vita in un lampo, saranno indotti a scelte "obbligate" che soffocheranno in parte i loro sentimenti, ma non riusciranno a troncare mai del tutto quel legame che ha vincolato i loro cuori.

Un libro sconosciuto ai più ma che merita davvero di essere letto.

giovedì 12 novembre 2009

Tra il gotico e il fantasy: il primo romanzo di Debora De Lorenzi


Maledetto libero arbitrio
di Debora De Lorenzi
Statale 11 Editore, 2009

€ 12.00
pp. 124

La prima cosa che salta all’occhio leggendo Maledetto libero arbitrio, prima opera pubblicata di Debora De Lorenzi, è che il romanzo ha interessanti caratteristiche d’internazionalità: innanzitutto, la trama rimanda al genere gotico, con punte di fantasy, senza però mai trascurare l’importanza dei sentimenti, che sono sempre il sottofondo melodico della pagina. Inoltre, la grande scorrevolezza della scrittura è accompagnata da una netta preferenza per il dialogo, che contribuisce a dare un aspetto decisamente cinematografico alle sequenze più importanti.
A questi elementi si unisce una notevole attenzione alla scoperta di sé, intesa come scavo interiore: la giovane protagonista, Vittoria, è divisa dalla profonda dicotomia tra volere e potere. Per anni ha soffocato i suoi desideri, per paura di scoprire chi fosse veramente. Se già scoprire sé stessi è sofferenza, figuriamoci se la scoperta nasce dalla sofferenza! È infatti in seguito alla morte del padre che Vittoria mette in discussione la sua storia collaudata (ma terribilmente noiosa) con Luca e, non da ultimo, anche sé stessa, per aver rifiutato di cogliere le occasioni che la vita le ha proposto. Questo è più che sufficiente, direi, per creare una profonda crisi, che investe anche il settore lavorativo: Vittoria dimostra ormai disinteresse per la galleria che il padre le aveva regalato per esporre i suoi quadri, e non le importa neanche che un acquirente sconosciuto voglia comprare la sua opera preferita per una cifra da urlo.

Vorrei, tra l’altro, far notare che il quadro in questione s’intitola “Sensazioni”. Trovo che non sia un nome di poca importanza; al contrario, è un filo rosso che percorre l’intero libro. Rimanda, innanzitutto, all’impulsività e all’istinto, così fortemente radicati in Vittoria, che cercano di liberarsi; ma anche una sorta di rimando metanarrativo, come se l’autrice segnalasse la principale chiave di lettura, ovvero affidarsi alle sensazioni che comunica e suscita il romanzo.

Ad ogni modo, è chiaro che è difficilissimo uscire da un simile empasse, perché Vittoria deve lottare per la sua rinascita, intesa come ricostruzione, e non come abbattimento del passato. In questo cammino, la forza e il coraggio della protagonista sono fondamentali, sebbene sia ancora più forte la sua umanità, ovvero un intreccio di fragilità, dubbi e tentazioni che non fanno di Vittoria un’eroina sterile, ma un personaggio credibile, portato a scegliere in base al suo “libero arbitrio” (da qui il titolo).
Così, infatti, schiacciata da tutta la sua sofferenza che impedisce ormai di condurre una vita normale, Vittoria fugge, corre nella sua Firenze, normalmente così amata, ma ormai sfondo del suo dolore, e, come spesso succede, tutta la rabbia, l’angoscia, l’inquietudine si sfogano in un urlo liberatorio. Ma questo grido, oltre che spezzare la pesante apatia in cui era piombata Vittoria, crea qualcosa di inaspettato anche nel mondo circostante. Qui possiamo dire che termina la prima parte del romanzo, fortemente realistica, e il grido, questo “basta” evidenziato anche graficamente dal maiuscolo sulla pagina, è un vero e proprio raccordo tra ciò che Vittoria era nella realtà dolorosa di Firenze e ciò che diverrà, invece, in uno spazio trasfigurato che ha tanti elementi fantasy e altrettanti incontri misteriosi, tra cui la conoscenza dei bellissimi Gabriel e Marcus, che daranno un contributo fondamentale nella formazione e nella rinascita di Vittoria.

GMG

Con grande piacere ricordo che ieri sera a Pavia è stato veramente bello l'incontro con l'autrice. Abbiamo parlato di lei e con lei io e Andrea Borghi (collaboratore della pagina culturale de "Il Punto" e insegnante pavese), mentre Arianna Centi Pizzutilli (bravissima lettrice Adov e appassionata letterata) ha letto brani scelti dell'opera (presto vedrete le foto!).



Presto anche l'intervista a Debora!

Sabato 14 novembre alle 17.30 Debora presenterà il libro alla Rassegna della microeditoria italiana di Chiari (BS), nella Sala dei drappi.

Vuoi trovarlo? Clicca qui!

martedì 10 novembre 2009

A ritmo di rap con Alessio Pracanica


Racconti dell'età del rap di Alessio Pracanica
(Ed. Creativa)

I 22 racconti che compongono il libro di Alessio Pracanica - Racconti dell'età del Rap - possono essere intesi come una chiave per accedere gradualmente nella mente poliedrica del suo autore: si inizia il percorso con le divertenti riletture storiche dell'enigmatico sorriso della Gioconda (Mon sourire), dell'arrivo dei troiani sulle spiagge italiche (Il figlio di Troia) o le amletiche e surreali domande del protagonista di Hommes 40 chevaux 8. Si crede di essere capitati in un contesto di ironia e nonsense, ma quando ci si rilassa iniziano le emozioni forti. E non si tratta più solo di episodi storici raccontati con proprietà della materia tra il serio e il faceto, ma di storie passate, presenti e future che scavano dentro gli orrori e le nevrosi, un po' introspettive, un po' pulp, un po' fantascientifiche. Racconti ben scritti, ben circostanziati: un lavoro notevole visto che sono ambientati in epoche e luoghi diversi. Alcuni estremamente goliardici (Zia Susanna che vive sotto un tavolo), altri di grande impatto emotivo, come Grand Hotel Saigon e Il mostro di Morodia. Tutti però caratterizzati da una garbo che rende accettabili anche argomenti molto forti.
Solitamente i racconti si gustano un po' per volta, ma i Racconti dell'età del rap sono come le ciliegie, uno tira l'altro, fino alla fine del libro.

Ecco le sue risposte ad una veloce intervista.

Due parole su di te e sul tuo approccio al mondo della scrittura

Ho 40, mi chiamo Alessio Pracanica e vivo in Sicilia. Il mondo della scrittura per me è stato innanzitutto il mondo della lettura. Amando la letteratura, ho sognato di farne parte, finchè il sogno non si è avverato.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Prestissimo, intorno ai dodici anni. Il perché non saprei. Mi sembrava naturale farlo ed avevo delle cose da dire.

Cosa significa per te scrivere?
Scrivere è un atto divino. Lo scrittore è l’essere più vicino alla divinità che esista. Solo lui decide gli eventi, se un personaggio girato l’angolo vince alla lotteria o gli scoppia un tumore al cervello. Ripeto: scrivere non ha niente di umano. Scrivere bene, almeno.

Quali sono i tuoi libri del cuore?
Tanti, troppi. Il Don Chisciotte innanzitutto, poi Oblomov, I Miserabili, Dracula, tutto Saramago, ma sono solo esempi. Pasolini per la poesia, Calvino per la prosa, ma quelli bravi sono davvero troppi, per elencarli tutti.

E quelli che non leggeresti mai?
Non c’è un libro che non andrebbe letto. Anche il Mein Kampf di Hitler. Mi ha insegnato come NON bisogna scrivere e soprattutto come NON bisogna pensare.

Il libro più bello che hai letto negli ultimi tre anni?
Il Don Chisciotte, ovviamente. Lo rileggo spesso. Per me è come il Robinson Crusoe, per il maggiordomo de “ La pietra di luna”. Di recente ho letto un romanzo bellissimo “ La fossa comune” di Alessandro Bastasi.

E quello che ti è piaciuto di meno?
Ho un certo talento nella scelta dei libri. Non compro mai cose che non mi piacerebbero.

Cosa ti piace e cosa no dell’editoria italiana attuale?
Unica risposta per due domande divergenti: è un panorama di macerie, prima o poi ci toccherà rimboccarci le maniche e ricostruire.

E del panorama culturale italiano d’oggi?
Idem

Film preferito?
The Kingdom di Lars von Triers

La canzone del cuore?
Il motore del sentimento umano, Ivano Fossati.

lunedì 9 novembre 2009

Alla ricerca di nuovi ideali: La fossa comune di Alessandro Bastasi



La fossa comune di Alessandro Bastasi
Ed. 0111

In bilico tra il thriller politico e il romanzo storico, La fossa comune (0111 Edizioni) di Alessandro Bastasi racconta le vicissitudini di Vittorio Ronca, un uomo che, dopo devastanti esperienze professionali e affettive, approda nella Russia post-sovietica dei primi anni '90, dove viene coinvolto in un attentato al presidente Boris Eltzin. Pagina dopo pagina, però, quello che emerge dal romanzo è soprattutto il ritratto di una generazione, quella che aveva vent'anni nel 1968, destinata fin dall'inizio a scontrarsi con una realtà spesso irriducibile ai suoi schematismi. E sogni e ideali, stritolati in tale scontro, non possono che finire in una fossa comune.

Anche se si tratta di un romanzo, La fossa comune racchiude in sé tutto il valore documentario di un diario, poiché è il frutto delle reali esperienze dell’autore che si è trovato a vivere, per motivi di lavoro, nel periodo in cui la Russia ha subito il grande passaggio dall’URSS all’era di Eltsin.
« Nel corso della mia permanenza – spiega Alessandro Bastasi - ho assistito, giorno per giorno, al processo di dissoluzione del vecchio regime e alla nascita del nuovo e, giorno per giorno, annotavo quanto avveniva sul piano economico, sociale e politico. Non avevo ancora l'idea di scriverci sopra un romanzo, erano appunti sparsi per un utilizzo da definire. Poi nasce l'dea di mettere a confronto con questo processo il vissuto politico-culturale, ma soprattutto personale, di un ex sessantottino. Ho quindi costruito il personaggio e l'ho calato nella bolgia della Russia di quegli anni. »

Alessandro Bastasi è nato a Treviso il 21 ottobre 1949. Laureato in fisica all'università di Padova, attualmente vive a Milano e lavora come amministratore delegato di una società nel settore ICT.
Nella vita ha fatto l’attore e il cronista teatrale, ha scritto racconti vari e il romanzo, "La fossa comune". L’approccio al mondo della scrittura gli è venuto naturale, essendo forte in lui la passione per l’espressione artistica. Quando una tematica gli sta a cuore la approfondisce e il modo migliore per chiarirsi le idee è proprio scrivere una storia che attraversi quel tema in profondità.
Ha appena terminato il suo secondo romanzo, La gabbia criminale, un noir che scava nella memoria e nei chiaroscuri della vita di provincia.

domenica 8 novembre 2009

Piccolo mondo novecentesco: la Bellano di Andrea Vitali



Almeno il cappello
di Andrea Vitali
Milano, Garzanti, 2009

Pp. 408
finalista al Premio Campiello 2009

Mi hanno sempre detto di essere il più possibile oggettivi nelle recensioni, ma cosa fare per un libro che ti coinvolge totalmente e che pensi abbia toccato l’apice in piacevolezza e sapienza narrativa? Specialmente se, diciamocela tutta, la trama è quanto di più originale abbia letto negli ultimi anni: un incrocio di vite paesane, pettegolezzi ed esperienze quotidiane, vissute da personaggi ben oltre le righe. Allora mi scuso, cerco di recuperare un po’ di obiettività e chiedo perdono se da questa pagina trasparirà troppo il mio entusiasmo.

Il cosiddetto ‘pretesto letterario’ viene dalla formazione di un Corpo Musicale come si deve a Bellano, paesino sul Lago di Como, nei primi decenni del Novecento. E qui si inizia a far conoscenza coi vari personaggi, tutti con un loro carattere particolare, secondo il quale rispondono (e reagiscono) sempre con coerenza, di pagina in pagina. Per quanto siano caratterizzati e riconoscibili per loro qualità o difetti specifici, le macchiette e i personaggi un po’ picareschi non scadono mai in caricature grottesche. Al contrario, ci si affeziona subito, anche grazie alle vicende che l’autore sapientemente interrompe nei momenti di suspense, per poi riprenderle al momento giusto.

Ora, potrebbe venire un dubbio: non si rischia di perdersi, in mezzo a tanti nomi, un po’ come nei classici russi? Assolutamente no. E ve lo dico così, ancora sbalordita da questa insolita scoperta: i vari personaggi agiscono in modo così autonomo e credibile da essere tutti protagonisti, e tutti memorabili per qualche loro peculiarità. Ma non sono, attenzione!, storie distinte: le loro vite corrono sulla carta (e, si badi, uso “correre” proprio perché sono svelte, dinamiche), tutte in contemporanea, verso la costituzione di un corpo musicale degno di nota. Il bello è che, a parte questa breve suggestione, la trama non è affatto riassumibile, perché tante (mai troppe) sono le vicende intrecciate. Ne ricorderò solo un paio per farvi assaggiare cosa sia questo romanzo. Al ragioniere Geminazzi, futuro direttore del corpo bandistico, e alla sua numerosissima famiglia accadono imprevisti gustosi, tutti dominati dall’equivoco. L’ubriaco suonatore Nasazzi, talentuoso primo clarino e da poco vedovo, contrae (proprio come una malattia) il secondo matrimonio con una virago,la Noemi, che cercherà di redimerlo dai suoi peccatucci alcolici a suon di ceffoni. La formosa Armellina rifugge la corte degli uomini del paese, perché vuole trovare un marito che non badi solo alla sua procace scollatura. Un podestà ambiguo, il Parpaiola, un po’ come tutti gli uomini politici d’ogni tempo, cerca di avvallare le spese per il corpo bandistico, ma ogni volta resta compromesso dalle sue parole o dalle situazioni più disparate,… Tradimenti, morti, amori, amicizie, invidie, maldicenze, chiacchiere,…

Non manca neanche un consapevole e giocoso, per quanto rispettoso, rimando alla tradizione letteraria: così, per esempio, a tutti verrà in mente come la pettegola Scudiscia (si noti il nome parlante!) ricordi la Perpetua di Don Abbondio, e alcune scene rimandino addirittura alla notte "degli inganni e dei sotterfugi" di manzoniana memoria. O ancora, gli stessi nomi e cognomi nascono da una scelta attenta a consapevole, sempre originale, molto spesso divertente perché rispondente al carattere del personaggio. Su tutto, domina l’artificio antichissimo dell’equivoco: i diversi punti di vista e i fraintendimenti sono tra le parti più gustose del libro, perché il lettore è sempre reso partecipe delle diverse prospettive, così verosimili da portare a una risata di gusto per le loro conseguenze strampalate, da commedia classica.

Sapientemente, Vitali sa come interrompere e riprendere le vicende: sebbene il narratore sia esterno e non commenti quanto accade, più volte si ha comunque l’impressione di una strizzatina d’occhio. Viene preferito il capitolo brevissimo, di qualche pagina al massimo, e molto spesso l’inizio di uno fa da raccordo col precedente, in una sorta di struttura prosastica “capfinida”. Altre volte, si commenta una vicenda dal punto di vista di un altro personaggio, creando così una polifonia piacevolissima, sempre saggiamente intarsiata con gli eventi. Tutta questa splendida riproduzione di vita quotidiana non sarebbe possibile se non fosse accompagnata da uno stile sciolto e capace, sempre appropriato al contesto. Vitali è un vero affabulatore, un po’ come un cantastorie del Duemila, la cui fantasia non si accontenta di una sola storia, ma è generosa, e sceglie un paese.

(Infine, visto che ho travolto i canoni di una onesta recensione, vorrei per una volta lodare il risvolto di copertina: sintetico ma sufficiente a minacciare il lettore che troverà davanti a sé un libro come se ne leggono pochi oggigiorno, dominato dal piacere del racconto, senza paura di uscire dal già detto).


GMG

mercoledì 4 novembre 2009

Il letto di formiche


Il letto di formiche
di Donato Dallavalle
Milano, Excelsior 1881, 2009

€ 12,50
pp. 147


Avere un protagonista fuori dagli schemi è impegnativo, e portarlo avanti con coerenza di pagina in pagina, ancora di più. Se addirittura si assume il suo punto di vista per narrare una storia cruda, violenta, insolita ma così disperatamente verosimile, ci si trova davanti a una vera e propria impresa. Questa via viene intrapresa coraggiosamente da Donato Dallavalle, giovane scrittore piacentino, con il suo primo romanzo, Il letto di formiche. E Donato traccia la storia con un lapis pesante che scava nel foglio, e lascia un solco che non si cancella nel tempo. La vicenda è terribile e, al tempo stesso, struggente: il protagonista Emilio, ex terrorista, torna dal carcere e ad accoglierlo c’è la casa diroccata e fatiscente del fratello defunto. Dentro, nessuna traccia dell’amata nipote Lucia, ma solo la presenza enigmatica di Anna, compagna del fratello, ma invaghita dello stesso Emilio. Fuori, l’intrico degli alberi, l’inquietudine di terra smossa di recente, l’instillarsi continuo di dubbi che non permettono mai a Emilio di fidarsi di chi resta.

Ma non sono questi gli unici spazi degni di nota. Fuori, Emilio si mostra determinato a indagare sulla sparizione di Lucia, un po’ come pronto a restaurare la propria vita sulle macerie. Dentro, invece, un passato che rimorde in flashback fulminei: ogni oggetto, in casa, scatena un ricordo feroce, perché ormai forzatamente andato. Resta solo una speranza fragile, che è forse l’unica nota che alleggerisce il clima altrimenti sempre mortifero e decadente.

Pronta a oltrepassare tutti i limiti, Anna è un personaggio interessante, tutto da indagare. Il suo sentimento per Emilio (o siamo davanti a un’ossessione?) è tale da portarla a perdere addirittura la propria identità, a stringere il suo corpo sformato nei vestiti della nipote, pur di rassomigliarle: «Perché se anche divento ridicola, quando sono lei, io mi sento bella, magnifica… perché allora il mio amore per te è appagato totalmente» (p.114). Patetica rincorsa d’amore, la sua, e patetico il tentativo di Emilio di illudersi, nonostante lo squallore.

D’altra parte, l’autore non ha affatto paura di raccontare un mondo desolato, né di indugiare sull’orroroso. Al contrario, va a riscoprire con un certo compiacimento il gusto barocco per la distruzione, il disfacimento di ciò che è stato e di ciò che è, a costo di rasentare il macabro, e affondarci le mani e la penna. Sangue raggrumato e sangue ancora a scorrere, sulle sue pagine.

Ad accompagnare il tutto, una vera e propria invasione di formiche (da qui il titolo), simbolo di disgregazione e animali necrofagi per eccellenza. Tant’arte contemporanea ha eletto le formiche a sintomo di decomposizione, anche allegorica: si pensi anche solo alle opere di Dalì, in cui le formiche rappresentavano la corruzione dei valori tradizionali e la precarietà dell’uomo contemporaneo. Basta anche solo una scena per riproporre l’intreccio di incubo e di immaginazione, in una apparizione quasi surrealistica: «Per poco non urlò. L’interno era tappezzato di formiche che, spaventate dal rumore e dalla luce, correvano al riparo. Davanti a lui si crearono strani e colossali disegni animati, come dovuti a un fitto tratteggio di china. Ed Emilio le guardava scappare e seguiva i mutamenti di quello che gli era sembrato un fiore e che divenne una sorta di tentacolo retrattile. Sentì il rumore delle loro zampette, distinse le urla della formiche impazzite. Salvate la regina, salvate la regina!» (pp. 118-119).

Infine, non posso non soffermarmi sullo stile scrittorio: rapido, personalissimo, originale; tanto scorrevole da calamitare, facendo passare in secondo piano alcuni piccoli problemi di editing che senza dubbio scompariranno in una seconda edizione che speriamo possa arrivare presto. Il pregio dell’opera è tutto qua, nella sua struttura così ben calibrata in capitoli sapientemente divisi; l’attenzione alla prosa e alla suspense; e soprattutto la capacità dell’autore di straniarsi e non commentare l’operato di Emilio, rischiando di far cadere il romanzo in una banale opera moraleggiante. Perché, in fondo, anche Emilio, personaggio altamente discutibile, non solo non viene giudicato, ma non risulta neanche giudicabile in tutto il libro: crudamente umano, senza orpelli né abbellimenti, Emilio è logico nella sua tormentata esistenza, a tratti incantatore per coerenza e perseveranza, a tratti odioso per il martellare ossessivo di certe idee, ma sempre credibile e ben focalizzato.

GMG

martedì 3 novembre 2009

I bizantini e Istanbul

Istanbul
di Orhan Pamuk
Torino, Einaudi, 2006
pp. 388

I bizantini
di Averil Cameron
Bologna, Il Mulino, 2009
pp. 323


Il lavoro che mi accingo a proporre è frutto di una lettura incrociata di due testi egualmente noti e stimolanti nell' ambito degli studi degli orientalisti e di coloro che, seppure dilettanti, desiderano accostarsi alla civiltà bizantina con quella curiosità propria di chi ha in mente le cupole delle moschee, riproduzioni di quella prima grandiosa e ineguagliabile di S. Sofia; le tessere vitree fissate a mano su strati di doppia malta secondo microangolature che riflettono i raggi del sole in migliaia di microdirezioni... gli stessi mosaici che in età tardo comnena furono superbo vanto dell' impero. La Istanbul di chi mentalmente vede souq e bazar e venditori ambulanti e commercianti di tappeti e shisha e samovar fumanti, emananti aromi di tè alla mela, cannella e chiodi di garofano.
Chi anche per poco, fermandosi davanti alla vecchia locomotiva dell' Orient Express, non ha sognato di viaggiare in carrozza al fianco di W. Churchill, Agatha Christie o, perchè no?, del suo personaggio Ercule Poirot, quando, attraversando mezza Europa, giungevano nella terra dell' esotismo per antonomasia? Cosa avrà significato per tante generazioni navigare sul Bosforo dopo aver attraversato lo stretto dei Dardanelli sulle antiche rotte di Ilion, la leggendaria Troia? E quante stirpi si sono avvicendate in conflitto tra loro o crecando un' integrazione pacifica tra greci, ebrei, rus' e avari, slavi, arabi, peceneghi, mongoli e latini ( più tardi italiani veneziani e genovesi), ottomani?


Questa disamina vuol forse essere l'analisi di una città e la psicanalisi del suo passato, dei suoi traumi, delle sue esaltazioni più che la critica testuale de "I bizantini" di A. Cameron, docente oxoniense, e di "Istanbul" di O. Pamuk, premio Nobel per una letteratura che è anche storia enciclopedica di una nazione e più popoli; storia comune che scorre e trascorre parallelamente a quella autobiografica dell' autore e a quella di un altro mondo, occidentale e remoto; storie che però, spesso e volentieri, intersecano i rispettivi percorsi.
Le vicende dell' odierna Istanbul, battezzata Costantinopoli da Costantino il Grande, attraversano di fatto un arco che va dalla tarda antichità al Medioevo e al primo Rinascimento (reso possibile in Italia grazie alla rivalutazione del greco riscoperto in seguito alla fuga verso la nostra penisola degli intellettuali bizantini scampati al sacco del 1453 e recanti seco manoscritti sottratti alla distruzione o all' oblio).
L' Istanbul contemporanea è poi l' emblema del moderno tema del doppio, la città eternamente scissa tra Asia e Europa, almeno nella prospettiva metodologica alla base della tradizione storiografica occidentale. La separazione di Oriente e Occidente infatti è più un' ideologia e una sovrastruttura che un dato oggettivo: un filo sottile lega autori come Flaubert e Maupassant a certi scenari permeati da un' aura malinconica: le "spolia" di antichi monumenti e palazzi nobiliari, le case fatiscenti, i passanti soffocati nel grigiore dell' atmosfera ( la stessa riproposta dagli scatti di Pamuk e dal capitolo "Bianco e nero"). Questo leit motiv è una "tristezza" che, volendo rendere il termine con un equivalnte nell' ambito del linguaggio decadente, si potrebbe rendere con "spleen", e che l' autore riferisce a "quattro autori tristi" attratti dal canone occidentale, ad esso ispiratisi senza mai riuscire a riprodurlo, sospesi in un limbo di solitudine in un' esperienza di scrittura troppo atipica per essere erede della tradizione bizantina, eccessivamente gravitante attorno a quel sole, al nucleo atomico, che è Istanbul per essere un sistema europeo.
Gli autori di Pamuk sono Koçu, Hisar, Kemal e Tanpinar, assidui lettori di Mallarmé, Gide, Valèry, Proust. E' Hisar a parlare di "civiltà del Bosforo" e ad affermare, immedesimandosi in questo malessere cronico legato a un' inarrestabile declino, che "tutte le civiltà, come gli uomini nelle tombe, sono transitorie. E noi sappiamo che le civiltà scomparse non torneranno più, come i nostri morti."
Di civiltà morte Istanbul ne ha conosciute molte restando sempre città viva e vissuta nonostante sia stata segnata da riforme fiscali e militari come l' istituzione dei themata ( terreni concessi dallo stato ai soldati in luogo del solidus inflazionato perchè questi li proteggessero per il proprio interesse particolare e a titolo gratuito) ; dalle guerre persiane, concluse da Eraclio con il recupero della Vera croce restituita alla città di Gerusalemme; dai concili e dallo scisma della Chiesa ortodossa; dal sacco del 1204 in cui il Mandylion, trafugato, fu portato in Europa dai crociati; dagli attacchi e dalle incursioni che Bisanzio respinse sotto la protezione della Vergine Theotokos, la guerriera madre di Dio, patrona di Costantinopoli; dall'assedio che segnò la caduta dell' Impero Romano d' Oriente o, come la chiamarono gli ottomani, "la Conquista" e la "turchizzazione"; dalla Repubblica e dall' avvento di Ataturk; dalle epurazioni razziali.
Oggi gli scavi, le suppellettili, i monili, l' abbigliamento, ciò che concerne la cultura materiale in genere ma anche gli archivi, i documenti e le agiografie ritrovati negli antichi monasteri (come quello di S. Caterina sul Sinai), le arti visive e il "Libro delle cerimonie" redatto da Costantino VII Porfirogenito e riguardante il protocollo e l' etichetta di corte, le icone ( i cui realizzatori si ritennero ispirati da Dio al pari degli autori delle Sacre Scritture e tra i quali si colloca D. Theotokopulos), ci restituiscono l' immagine di una cultura ricca a tal punto da costituire un universo a sè stante e caotico, affollato e malinconico come la polverosa soffitta di un collezionista di pezzi d' antiquariato tanto preziosi quanto negletti...

lunedì 2 novembre 2009

Il Salotto: intervista a Renzo di Renzo


Ballammo un'estate soltanto è una raccolta poetica che resta, senza dubbio, nel cuore e nella memoria (leggi la nostra recensione). Per questo non potevamo non contattare l'autore, invitarlo al nostro Salotto. Detto fatto: ancora ringrazio Renzo per la gentilezza, la disponibilità e l'attenzione con cui ha risposto alle nostre curiosità. Come promesso, ecco le nostre parole.

Ballammo un’estate soltanto: titolo evocativo e bellissimo, racchiuso tra un passato remoto così definitivo, ribattuto da quel “soltanto” che sembrerebbe limitare l’esperienza a un singolo periodo. Leggendo, ci accorgiamo invece che non è così, ovvero che quell’estate si prolunga e accoglie più emozioni possibili. Puoi raccontarci come è nata l’idea del titolo? Folgorazione o risultato di un rovello poetico?
Né l'una, nell'altra. Piuttosto il caso o il destino. C'è un film di un regista svedese, Arne Mattsson, che si intitola "Ha ballato una sola estate". E' la storia di un amore che nasce durante una vacanza estiva e finisce tragicamente. Ha vinto anche l'Orso d'Oro a Berlino nel 1952. In realtà non mi ricordavo di quel film, ma come spesso accade la memoria accumula dati quasi senza volerlo: evidentemente quel titolo mi aveva colpito. Io avevo questa idea in testa, di una sola stagione che in realtà, come hai inteso bene, dura e ti cambia la vita per sempre. Ho scritto la poesia che dà il titolo alla raccolta e come spesso succede l'ho registrata senza "salvare con nome" il file. Così automaticamente si è salvato il primo verso: mi è sembrato un buon titolo per l'intera raccolta.

“Ballammo”: già nel titolo è presente una delle metafore ricorrenti, il ballo. Anche presso le tribù, il movimento è metafora di vita, di amore, di sensualità, ma è anche fatica, costanza, passione (in senso etimologico). Com’è il ballo nei tuoi versi?
Quasi inconsapevolmente mi sono accorto che l'idea del ballo circolava in molte poesie. E sì, certo, ha a che fare con l'espressione di sé, la sensualità, la fatica. Tutte quelle cose che hai scritto. Ma ha anche decisamente a che fare con la musica e il ritmo, proprio come la poesia. Mi offriva anche una cornice a tre diversi momenti della vita: il ballo di gruppo dell'impegno sociale, il passo a due dell'amore, la solitudine e il virtuosismo dell'assolo. Non solo, il ballo è anche metafora dell'atteggiamento con cui affrontiamo le cose: possiamo stare in disparte, semplicemente a guardare gli altri ballare con lo sguardo lucido dell'osservatore, o possiamo partecipare al rito fino a perdere coscienza di noi stessi.

Una curiosità un po’ insolente: un’estate soltanto. Questa raccolta è davvero frutto di una folgorazione estiva, o hai raggruppato poesie che coprono un periodo più lungo?
Ci sono poesie scritte molto tempo fa ed altre più recenti. Però fanno tutte parte di una stagione e mi sembra ci sia una certa coerenza, come se si fosse trattato di una lunga estate intermittente, che ha attraversato gli anni.

Sono rimasta molto colpita da quel distico essenziale: «Sto imparando/ la lentezza», scandito da un ritmo che ben si adatta al contenuto: cos’è questa lentezza, e cosa rappresenta per te?
Sono contento che ti abbia colpito, e vuol dire anche che hai colto appieno il senso generale del libro. E' un verso che ho scritto molto tempo fa, quando ho fatto il giro della Sardegna in bicicletta, da solo. Passavo le giornate spostandomi - lentamente - da un posto all'altro e la sera scrivevo cartoline a me stesso, che avrei trovato al ritorno. Su una di queste c'era scritto appunto "sto imparando la lentezza". Penso che rappresenti bene l'idea della "durata" che sottende tutto il libro. E' un verso brevissimo eppure è esattamente il contrario della velocità. Non solo per quello che esprime, ma anche per come lo esprime: quel verbo, “imparare” - usato per di più al gerundio – implica appunto un processo che necessariamente non avrà fine, che dura per sempre. “Ballammo un’estate soltanto”, in fondo, racconta proprio questo. Racconta la persistenza di alcune stagioni, alcuni momenti della nostra vita – “nostra” perché alla fine per tutti c’è o c’’è stato il tempo dell’impegno sociale, della solitudine, dell’amore – in modo semplice ed essenziale.

La raccolta è divisa in tre tempi (e anche qui l’attenzione alla sonorità e al ritmo): Balli di gruppo, Passo a due e la finale Assolo. È corretto parlare di un cammino verso la solitudine nel ricordo?
Non so, non è un percorso lineare. Viviamo contemporaneamente sentimenti diversi. Anche qui la metafora del ballo ci può aiutare: in fondo se si potessero allineare i passi fatti durante il ballo in un'unica direzione, probabilmente avremmo già fatto il giro del mondo. Invece continuiamo a ballare in tondo, ci muoviamo nello stesso luogo, siamo tristi e felici, nello stesso istante.

Ho personalmente molto apprezzato la scelta dell’impaginazione, così ariosa e anche coraggiosa. Cosa hai pensato trovando i tuoi versi in tutto quel bianco?
Credo che anche il vuoto, insieme alla lentezza, sia un valore in questo momento. Gillo Dorfles - un artista e un critico - parla di "horror pleni" come caratteristica della nostra epoca, in cui siamo sommersi da cose, segni, rumori - che in fondo non è altro che una reazione all' "horror vacui" primitivo. Io credo sia importante fermarsi, recuperare la lentezza e il vuoto per apprezzare le poche cose che davvero contano nella nostra vita. E soprattutto non avrei fatto un libro di poesie così, se non avessi trovato un editore come Michele Toniolo, di Amos, che fa ancora i libri per passione, con una cura e un'attenzione straordinaria anche al libro come oggetto. E' stata sua l'idea anche di affiancare dei disegni alle poesie.

Mi sono soffermata più volte sulla tua capacità di fondere una brevità incisiva a bellezza artistica. Come vedi la poesia di oggi?
La poesia non è oggi. La poesia è sempre. E' un "oggetto" così fuori dal mercato che non segue le tendenze. Esistono quindi diverse forme, diverse possibilità di poesia, tutte egualmente plausibili. Io posso parlare della mia che è sostanzialmente una notazione a margine della vita, è fatta di frammenti, particolari, dettagli, in cui comunque si intravede una storia, che ogni lettore può ricostruire a sua immagine. E riguardo alla brevità, per restare sul terreno musicale, potremmo ricordare ciò che Giuseppe Verdi ripeteva ai suoi librettisti: “sono sempre lunghi quei versi che si potevano risparmiare: un concetto espresso in due versi è lungo qualora si poteva esprimere con uno solo”.

Come potresti definire il connubio tra i tuoi versi e i disegni di Isotta Dardilli?
L'idea di affiancare dei disegni alle poesie, come detto, mi è stata suggerita dall'editore. Io ho pensato subito ad Isotta Dardilli, perché credo che anche lei sappia esprimere con pochi segni - in questo caso - un concetto o meglio un sentimento. Le ho fatto leggere le poesie e lei ha creato quelle immagini. In fondo anche quella tra immagini e parole è una danza.

Essendo anche autore di raccolte di racconti (Brevi incontri lunghi addii, Theoria, 2000; Un motivo privato, Marsilio, 2007) e di un romanzo per bambini (Nero, Einaudi, 2008), vuoi dirci quale posto occupa la poesia nella tua scrittura? È momento privilegiato, elitario, ritaglio di riflessione, o…?
C'è una poesia nella raccolta che in fondo sintetizza questa situazione: "Per scrivere devo vivere/e se vivo, non scrivo". Io faccio un altro mestiere, mi occupo di arte e comunicazione e purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare alla scrittura. Sto cercando di scrivere un romanzo, ma un romanzo ha bisogno di cure costanti, attenzione, disciplina, di un ambiente protetto. La poesia invece ha il pregio di poter nascere in ogni momento. E' come quei fiori che in montagna, non si sa come, attecchiscono anche sulla roccia. Difficilmente uno si siede alla scrivania e pensa: adesso scrivo una poesia. La poesia non implica premeditazione, semplicemente accade.

Leggeremo presto altre poesie? Vuoi anticiparci qualcosa?
Non lo so, per quanto ho detto prima. Sicuramente la poesia è anche più pericolosa. E' come un indumento troppo piccolo, che non copre abbastanza e ti costringe a farti vedere nudo. Di sicuro ne scriverò, ma non se se avrò voglia di farle leggere ancora.

Noi speriamo senza dubbio di sì! Per il momento, grazie ancora e buona lettura a tutti.

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domenica 1 novembre 2009

Ascoltare un libro...



Radiohead. A Kid. Testi commentati.
di Gianfranco Franchi

Arcana Edizioni (2009)
pp. 437

Non mi dilungherò nel raccontarvi di cosa parla - fin troppo palese - o dello stile di scrittura di questo giovane autore o di chi siano i Radiohead. Potete facilmente leggerlo in qualsiasi pagina web. Voglio più semplicemente raccontarvi perché provo ancora entusiasmo nel guardare questo volume azzurro appoggiato sul mio comodino.

Chiunque ami leggere sa che la lettura richiede concentrazione, silenzio, qualche volta un sottofondo che, a seconda delle stagioni e delle atmosfere che si ricercano, può essere la pioggia, lo scoppiettio del fuoco, le onde del mare, il vento. Di certo la lettura è “disturbata” dalle parole, dai rumori e, ahimé, anche dalla musica. La musica, invece, può provocare un diverso abbandono, portare al movimento, invita a cantare, a chiudere gli occhi e a volare con la fantasia. Chi, come me, ama entrambe, nel tempo libero si trova spesso costretto a scegliere: libro o cd? Non questa volta: libro e cd!
Così ho sperimentato un nuovo tipo di lettura, esperienza per me diversa e appassionante.

Di certo i Radiohead sono uno dei miei gruppi preferiti, ma non sono mai stata né un’esperta né una fan accanita. Rimane il fatto che se una musica mi prende, sento la necessità di andare a scoprire che cosa c’è dentro al testo e, soprattutto, cosa c’è dietro al testo. I ritmi dei Radiohead trascinano, travolgono, alcuni brani entrano nel cuore e ne tirano fuori emozioni, spesso lacrime. Così quando ho saputo dell’uscita del libro, non ho potuto fare a meno di acquistarlo.

Cosa c’è di magnifico in questo saggio? Prima di tutto il modo di leggerlo: non è necessario iniziarlo, non è necessario finirlo, non bisogna seguire le pagine una per una, dalla prima all’ultima. Questo è un libro da portare con sé, da avere a portata di mano, in borsa, in macchina. Da tirare fuori quando alla radio passa un brano di Thom Yorke, quando ci si sveglia con il ritmo di Idioteque in testa o si sorride pensando alla genialità del video di Paranoid Android. E’ un libro da tenere, non solo da leggere. Si può iniziare dall’ultima canzone come dalla prima, aprirlo a caso o scoprirlo pagina dopo pagina accompagnati dal filo cronologico della discografia. Quando compro un nuovo cd, di solito, lo ascolto in ordine, dalla track1 in avanti… Poi, però, inserisco la riproduzione casuale. Ecco, questo è un libro che si può leggere “random”!

Lettura divertente. Mi riferisco proprio al gesto di leggere. Per la prima volta ho letto anche in piedi. Spesso ballando. Cuffiette alle orecchie o stereo ad alto volume, passeggiando per casa o in giardino, seduta sul treno o in metro. Cantando. Ascoltando il brano e seguendone la traduzione, andando a scoprire il significato della singola parola, leggendo ipotesi o certezze sulla genesi del testo.
Il libro è ancora sul mio comodino. Perché? Perché quando ascolto i Radiohead, ormai, mi piace rileggere qualche pagina qua e là.

A chi lo consiglio? A chiunque ami la musica. A chi conosce i Radiohead o ha semplicemente canticchiato i brani più famosi e ora è curioso di sapere un po’ meglio chi sono quei ragazzi di Oxford che, diciamocelo, sembrano anche un pochino strani. A chi, magari, leggendo questa pseudo recensione, ha voglia di utilizzare contemporaneamente il lettore mp3 e un libro!

In cosa mi ha stupito? Questo libro mi ha raccontato che i Radiohead sono una band anomala. Che i testi di Thom Yorke suggeriscono altra musica e altre letture. Che brani che facevano nascere in me determinati sentimenti, in realtà parlano di tutt’altro (ma questa è colpa mia e del mio pessimo inglese!). Mi ha regalato la voglia di andare a un loro concerto e la consapevolezza di sapere che cosa sto cantando, oltre la semplice traduzione.
Da ultimo, ma per me molto importante, mi ha permesso di non arrabbiarmi troppo quando alla radio ho ascoltato per la prima volta la indecente versione italiana della magnifica Creep... Perché? Leggete il libro!

Silvia Surano