giovedì 30 luglio 2009

Quando l’erudizione si fa gioco…


…il gioco, se ben congegnato, diventa un capolavoro. È questo il caso de Il nome della rosa, prima prova narrativa di Umberto Eco, pubblicata nel 1980 e immediato successo presso critica e pubblico. Si tratta di un romanzo impossibile da classificare, tra il giallo e il romanzo storico, intessuto di digressioni erudite e momenti di indiscutibile effetto narrativo. Eco ammicca ai più svariati generi letterari, e piuttosto scopertamente, con la disinvoltura tipica di chi conosce la macchina-romanzo e i suoi ingranaggi nascosti: e finisce col creare (“scrivere un romanzo è una faccenda cosmologica, come quella raccontata dal Genesi”) un universo dominato da leggi invisibili, architettonicamente inoppugnabili.
La complessità del gioco narrativo si scopre già dal prologo, che cita un fortunato espediente narrativo (il ritrovamento di uno “scartafaccio”) ma amplifica il tutto in un articolato sistema di scatole cinesi, per cui il libro che il lettore ha tra le mani risulta essere la traduzione della traduzione francese, non si sa quanto fedele, di un manoscritto autografo del monaco Adso da Melk.
Adso, che ormai vecchio sceglie di affidare ai posteri le memorie dei fatti straordinari vissuti in gioventù, è come un ponte di collegamento tra il lettore e il grande universo medievale, rappresentato dall’abbazia benedettina attorno alla quale ruota l’intero romanzo, scandito in sette giorni e secondo la scansione liturgica delle ore.
All’abbazia fanno capo le due linee principali individuabili nel romanzo: la serie di misteriosi omicidi che colpisce, uno dopo l’altro, i monaci; e l’incontro tra francescani spirituali – sostenitori della povertà di Cristo – e i teologi antagonisti della curia papale, che dovrebbe finalmente sanare gli aspri conflitti in atto all’interno della Chiesa. Le due linee si intrecciano nella figura del francescano Guglielmo da Baskerville, dotto delegato della corte imperiale incaricato dall’abate di far chiarezza sugli omicidi. Ecco un altro scoperto ammiccamento di Eco: si ripropone la tipica coppia da romanzo giallo, il geniale e orgoglioso investigatore (o qui, meglio, ex-inquisitore!) Guglielmo/Holmes, e il gregario con funzione di voce narrante Adso/Watson. Ma il gioco di riferimenti intertestuali non finisce qui: la trama si infittisce in un’architettura perfetta di citazioni di autori medievali, mistici e filosofi, ma anche di contemporanei (Wittengstein e, perché no, un po’ di semiologia). Il romanzo risulta essere quindi uno splendido ibrido, in cui le voci si mescolano e si rispondono, e diventa sempre più difficile distinguere quanto ci sia di medievale e quanto, invece, di contemporaneo. E tutto questo si conchiude, come la gemma centrale di un reliquiario, nella biblioteca, centro pulsante dell’abbazia e custode dei suoi misteri. “Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come se si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.”
La biblioteca è la grande metafora del romanzo, la sua fonte ultima di poesia e significato: un vero microcosmo, simulacro del mondo e, al contempo, segreto che va protetto o decifrato, svelato al mondo o distrutto nel fuoco. “Il bene di un libro sta nell'essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fomite di empietà.”
Si pone dunque il grande problema, tutto medievale, del sapere e della brama di sapere, ma soprattutto quello, vecchio quanto l’uomo, dell’urgenza di decifrare il mondo, cogliere una chiave in più, forse quella giusta, per schiudere il mistero. Eco dà una risposta a questo problema, ma è una risposta negativa: il mistero si svela ma la realtà è destinata a soccombere, sotto il peso degli estremismi e della volontà distruttiva, sotto il peso di un caos senza nome né causa che distrugge e tacita l’intelligenza nella polvere. Una risposta a cui Adso, ormai in fin di vita, aggiunge – ed è questo explicit che dà senso all’intero romanzo, e al suo titolo – lo splendido esametro di Bernardo Morliacense: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Nulla possediamo del mondo se non nomi nudi, puri alla radice: e, cioè, la facoltà di raccontare; di eternare nella scrittura, che è incisione di segni, un mondo che è pura illusione.

lunedì 27 luglio 2009

I limoni d'oro


I limoni d'oro
di Giovanni Trovato
Milano, Mondadori, 1976

pp. 286

“Un istante prima di morire si può ricominciare tutto”: l’ aforisma di Papa Giovanni XXIII è l’ epigrafe, da interpretare non solo con un senso di speranza ma quasi di sfida, dell’ autobiografia di Giovanni Trovato, Padre Bianco, missionario, poi marito e padre contro le pressioni di prelati e forze dell’ordine, della sua stessa famiglia e del paese natale, Acireale; infine “figliol prodigo” tornato alla Chiesa da teologo con una tesi su “Matrimonio e celibato” in cui, dopo aver sperimentato il duplice ruolo di sacerdote e laico, si pronuncia, da uomo felicemente sposato, (dunque destando ancora sorpresa e scandalo), in favore del secondo.
Un “uomo dalle mille metamorfosi” che fonda un impero industriale sul commercio dell’ essenza di limone partendo da una rilettura del mito edenico in cui la donna, nel giardino terrestre, non offre all’ uomo la mela come frutto della tentazione ma un limone d’oro, più rappresentativo di una terra inebriata dal fiore della zagara. Lo stesso uomo che, bistrattato da chi lo osannava ed acclamava come santo quando ancora portava l’ abito del marabutto e predicava in Siria tra i musulmani, riabilita poco alla volta la propria figura fino a diventare un “piccolo Onassis”, l’ introduttore della denominazione d’ origine per le essenze derivate dai frutti, un accorgimento non da poco se si pensa che “i grandi profumieri non possono fare come gli industriali dell’ acqua di colonia a buon mercato che cambiano fornitore con più facilità e a volte mescolano essenze di provenienza diversa. […] Chi mi perdonerebbe mai di aver compromesso la riuscita di “un’ opera d’arte” di Dior o di Chanel?”.
Il piacere della lettura è proprio in questa prospettiva da “backstage” che ci permette di osservare dall’ interno la meccanica delle trattative condotte con i grandi fornitori dell’industria profumiera mondiale. Affari intrapresi con trasparenza e con la consapevolezza di una crescente perfettibilità raggiungibile nel proprio campo, nel rispetto dei dipendenti, specie se in difficoltà (“continuo ad assumere chi ha bisogno e persino chi ha qualche difetto fisico, come Lucio, che è sordo. Naturalmente c’ è chi dice a mia moglie che andrò in rovina col mio esercito di invalidi”), ma anche col brivido del giocatore d’ azzardo che punti tutto in un’ unica mano: “Il mio socio mi accoglie con la faccia scura perché mi sono impegnato, a nome della Zagara, a consegnare ad un solo profumiere più di quanto possiamo produrre in un anno”.
Una vita sullo sfondo di un’ Italia divisa tra fascisti e comunisti, tra le accuse di collaborazionismo nei confronti dei partigiani al Nord e lo scontro con una “mentalità mafiosa” in una terra che confonde religione e superstizione, tra chi denuncia “l’ eresia” insita nel “mischiare fede e esportazione” e le maldicenze di chi grida: “il fraticello sta conquistandosi una clientela internazionale andando a dire in diciotto lingue che il suo olio è benedetto.”.
Ma ciò che tuttora sconvolge i fedeli ed esalta gli anticlericali è forse la rivelazione degli “estremi rimedi a mali estremi” che inducono alcuni alti prelati a far rinchiudere in “case d’ accoglienza”, (fuori da ogni eufemismo veri manicomi), personaggi scomodi e per nulla invasati. L’ esperienza drammatica e rocambolesca dell’ autore, (tra sonni obbligati dalle droghe somministrate ed incubi da “moralità play”), stupisce soprattutto per il fatto che la sofferenza e i patimenti, il trauma, non trovano alcuna censura da parte di un ex confessore che adesso a noi si confessa, non sfociano nell’ abiura totale, nel rigetto definitivo e fisiologico, ma, dopo il taglio cesareo che è il rifiuto dell’ ordinazione sacerdotale, la nostalgia per le missioni lo tiene ancora avvinto al passato mai passato, anzi fin troppo presente e vivo… e sarà proprio la visita ad un lebbrosario in Africa, di ritorno da un viaggio d’ affari, a salvare la vita del novello industriale permettendogli di scampare al disastro aereo che vide precipitare il mezzo su cui avrebbe dovuto far ritorno in Italia. Caso o destino che sia la famiglia è sempre presente accanto: Esther, (il nome biblico allude già ad un matrimonio illecito, “nomen omen”, come direbbero i latini) è l’ emblema della vocazione laica, dell’ amore proibito e ostacolato che richiama il “ questo matrimonio non s’ha da fare!” manzoniano.
Ancora un tema trovo attualissimo: la ricerca e la fede incrollabile nel dialogo tra le religioni monoteistiche. E nel bilancio finale della propria esperienza ritroviamo ancora quello spirito camaleontico e intraprendente che spinge “il testimone dell’ inquietudine” a chiedersi quale sarà la prossima trasformazione… forse una conversione all’ islamismo risulterebbe coerente rispetto allo status agiato che si è sostituito all’ ideale pauperistico della cristianità autentica. Ma la chiusura è ancora significativamente cristiana se “la via della salvezza passa dallo stato di abbandono più completo e tocca il fondo della disperazione solitaria”, se riecheggia cioè “l’ agonia del Golgota”: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”… e nel pronunciare l’ invocazione, l’ultimo tremendo appello, è già in atto una nuova resurrezione.

venerdì 24 luglio 2009

L'educazione sentimentale di una ragazza nel Duemila


Rodesia Vichi
Mio re dagli occhi belli
Roma, Robin Edizioni, 2008

pp. 363
€ 15.00

Quanto è doloroso crescere? E quanto è eccitante, intenso e pieno di scoperte affacciarsi all’adolescenza? Il libro di Rodesia Vichi è una miscela ben architettata di erotismo, romanzo di formazione, romanzo sentimentale e, qui e là, tocchi di dramma.

La sua lunga trama si dipana attorno alla protagonista Maria Vittoria (Mavi): la si conosce tredicenne, affamata di esperienze che non si sa spiegare, colma di impulsi che condivide con la sua migliore amica Marilena, nella sua camera chiusa a chiave. Ma quel che avviene in quella stanza non è che confusione dei sensi o, meglio, sono le prove all’amore che Mavi vuole invece condividere con Valerio, bellissimo gemello di Marilena, quasi inafferrabile, misterioso e per questo campione di attrazione. La disinibita Mavi sembra voler oltrepassare prima possibile la soglia della sua innocenza, per catapultarsi letteralmente nell’adultità. Ma non è tutto come sembra: la sua ‘educazione sentimentale’ resta completamente bloccata da un fatto drammatico che Mavi vive e poi rimuove completamente dalla memoria. Ma le conseguenze ci sono, e la scrittrice accompagna con sensibilità ma senza veli la sua protagonista diciassettenne, poi ventenne. Non si ritrovano quasi tracce della Mavi tredicenne su cui si sono spese tante pagine, né della sua impulsività o della cieca fiducia con cui si abbandonava - sfrenata - agli eventi. Persino la sua amicizia con Marilena sembra essersi raffreddata, e le prese di distanza non mancano. Intanto, nell’ultima densa parte del libro, Mavi incontra di nuovo Valerio, ormai diventato calciatore professionista: solo con lui riscopre cosa significhi desiderare un uomo, e non averlo; rincorrerlo, e non raggiungerlo. Si apre un vero e proprio tira-e-molla emozionale, giocato a colpi di telefonate, di pedinamenti, di provocazioni e successive ritrosie. Fino a un finale decisamente appagante per il lettore.

Non è un romanzo banale, e questo va detto: benché l’autrice scelga di avvicinarsi alla sua protagonista a blocchi narrativi nettamente distinti, non ci sono salti temporali troppo forti perché si perda la continuità della storia. Al contrario, si ottiene così una buona focalizzazione sui fatti principali, senza la fretta di correre a capofitto: attorno alle vicende fondamentali, si innestano esperienze in minore, ma non per questo sottotono. Come si usa dire, tutto è ben calibrato, e vorrei sottolineare quanto sia difficile non cadere nel banale o nel già detto in questo genere. Lo stile non riflette la stessa spregiudicata modernità: purtroppo a stralci di discorso diretto molto verosimili si accosta una prosa da svecchiare, sicuramente, da una serie di termini aulici e desueti che talvolta stridono col contesto. Ma certamente questo non basta a minare una trama scattante, godibile e non per questo naif.

GMG

Presto la recensione a Esibizionista a pagamento di Rodesia Vichi e l'intervista!!!

lunedì 20 luglio 2009

Oceano mare


OceanoMare
di Alessandro Baricco
Milano, BUR, 1993


“- Questo è il problema: dove inizia il mare?
Bartleboom tacque.
[…]
Silenzio.
Silenzio per minuti.
Poi Plasson si girò verso Bartleboom e disse tutto d’ un fiato:
- E voi? Voi cosa studiate con tutti quei buffi strumenti?
Bartleboom sorrise.
- Dove finisce il mare.”


E’ tra l’ uomo di scienza e l’ artista che inizia la querelle sul mare paesaggio, il mare forza della natura, il mare ricettacolo di vita come nella notte dei tempi in cui la Pangea era tutta un’enorme isola circondata da Panthalassa.
Un pittore quasi cieco che dipinge tele bianche e che, come in “Gita al faro” di Virginia Woolf, non porta mai a termine la sua opera; un’adultera pronta a guarire dal desiderio trasformando ogni brama in memoria; il marinaio- giardiniere- giramondo, conoscitore delle bellezze di Timbuktu, la città chimerica dalle storie inenarrabili; lo studioso dedito alla stesura dell’Enciclopedia dei limiti riscontrabili in natura, libro sui confini, paradossalmente, senza fine possibile; una ragazzina che ha paura di vivere, che ha paura degli uomini ma che vuole, oltre ogni rischio, provare a salvarsi… Cercare ciò che la guarirà da quell’emozione che è annichilimento di sé; il religioso che ha non poche crisi di fede ma che pure continua ad invocare Dio in preghiere che sarebbero più inni se non fossero tanto poco solenni, che sarebbero più canzoni se non fossero così poco popolari, che sarebbero poesia se solo padre Pluche avesse qualche pretesa letteraria…questi e un altro ignoto ospite, l’inquilino della stanza numero 7, sono gli emblemi di un’umanità varia che ruota intorno al mare facendo perno intorno a una locanda popolata di angeli “in stile preraffaellita”, tra l’ evanescenza del realismo magico e la sensazione di claustrofobico confinamento in un luogo aperto ma tentacolare dal quale non si può fuggire se prima non si è guariti. Ma in definitiva la sensazione amara che mi è rimasta è stata quella che la guarigione ci sia ma che non serva… e già nelle parole di Thomas si evince quella rassegnazione che, pur non essendo resa alla vita, è per sempre resa al mare, al ventre dell’ oceano mare, (come si intitola la seconda sezione del libro), fagocitatore di vite, antropofago disumano, transumano, quasi divino:

Questo mi ha insegnato il ventre del mare. Che chi ha visto la verità rimarrà per sempre inconsolabile. E davvero salvato è solo colui che non è mai stato in pericolo. […] E quel che abbiamo visto nei nostri occhi, quel che abbiamo fatto rimarrà nelle nostre mani, quel che abbiamo sentito rimarrà nella nostra anima. E per sempre, noi che abbiamo conosciuto le cose vere, per sempre, noi figli dell’ orrore, per sempre, noi reduci dal ventre del mare, per sempre, noi saggi e sapienti, per sempre- saremo inconsolabili.
Inconsolabili.
Inconsolabili.


La guarigione è possibile ma la volontà non regge il peso dei ricordi… E così nei “canti del ritorno” ognuno chiude il cerchio tornando al punto da cui è partito, traguardo che coincide con la partenza, onda che raggiunge il massimo slancio nella sua cresta per ricadere su sé stessa in un perpetuo moto ondulatorio. Una sconfitta forse per i personaggi che nel mare avevano cercato la via per la salvezza ma presentata dall’autore come una vittoria: una volta esisteva gente capace di benedire il mare ma se oggi non c’è chi sia in grado di rinnovare il miracolo noi possiamo ancora dire il mare. E in questo dire, raccontare per esorcizzare. E in questo dire narrare per non morire, come Elisewin che confinata nel bianco castello di Carewell, comincia a vivere attraverso le storie di Thomas. Storie non dette, storie che “scivolano” da una mente all’ altra si direbbe quasi per distrazione, storie che attraversano i corpi come fluidi in soluzioni a diverso gradiente, per un principio osmotico, scientifico, esatto.
Dire per credere:

- Voi credete davvero che Dio esista ?
- Be’, adesso esistere mi sembra un termine un po’ eccessivo, ma credo che ci sia, ecco, in un modo tutto suo ci sia.
- E che differenza fa?
[…]
- Prendete per esempio questa storia della settima stanza… sì, la storia di quell’ uomo, alla locanda, che non esce mai dalla sua camera. […]. Nessuno l’ ha mai visto. Mangia, a quanto pare. Ma potrebbe benissimo essere un trucco. Un’ invenzione di Dira. Ma per noi, comunque, ci sarebbe. La sera si accende la luce, in quella stanza, ogni tanto si sentono rumori, voi stesso, vi ho visto, quando ci passate davanti rallentate, cercate di guardare, di sentire qualcosa… Per noi quell’ uomo c’è.


Dire per capire il mare, per dare una motivazione al cataclisma, per accettare le atrocità della “natura matrigna”:

-Le navi sono gli occhi del mare.
[…]
- Ma ce n’è a centinaia di navi…
- Ha centinaia di occhi, lui. […]
- E i naufragi? Le tempeste, i tifoni, tutte quelle cose lì… Perché mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi se sono i suoi occhi?
[…]
- Ma voi… voi non li chiudete mai gli occhi?


Da uno di questi naufragi, quello di un vascello francese al largo delle coste del Senegal, il quale ispirò, nel pieno Romanticismo, la Zattera della Medusa di Théodore Gericault, trae spunto la vicenda centrale di questo romanzo di tono a volte lirico- fiabesco, a tratti troppo crudo, reale, volto al disinganno, allo smascheramento dei sogni di fronte al capriccio del destino (oltre agli incontri “fatali” tra amanti e rivali, è sufficiente pensare al processo di disillusione di Burtleboom nel suo inesausto e alterno amore per le due gemelle o ai casi eclatanti che legano per sempre padre Pluche alla vita ecclesiastica, interpretati come segni di una volontà superiore contraria al suo nuovo desiderio di allontanamento dal sacerdozio).
Lo stile dello scrittore in effetti porta con sé qualcosa della pittura romantica e ritrae schegge della vita dei personaggi a volte con colori foschi, altre con non colori (il bianco è la tinta dominante) che annullano nell’ immateriale il carattere sanguigno di certe descrizioni. Parlo di schegge perché l’immagine risultante è parziale e deformante e tale deformazione emerge tanto dalla sintassi spezzata, ellittica, nominale, quanto dai repentini cambi di soggetto all’ interno del periodo e dal rivolgersi del narratore, (supplente e amico di Burtleboom, dunque non coincidente con l’autore), direttamente ai suoi lettori. Trovo altresì caratterizzante l’uso di una grafia che, a tratti, riproduce quella del verso poetico e la vera e propria “drammatizzazione” di dialoghi in cui vengono riportate le affermazioni di uno solo dei personaggi, lasciando al lettore il compito di dedurre e ricostruire le risposte o le domande mancanti tenendo forse conto di quella “teoria della ricezione” per la quale il testo è completo solo se alla sua formazione contribuisce in maniera attiva il destinatario.
In ultima analisi se il romanzo coinvolge tanto lo si deve probabilmente alla sensazione che esso trasmette di voler far partecipare a tutti i costi il lettore della sua verità (non importa se mettendolo dolcemente a parte di un segreto o travolgendolo nell’onda dell’oceano mare), una “verità disumana” forse, ma che non può in alcun modo lasciare indifferenti…

domenica 19 luglio 2009

Autori in esilio - Una cosa del genere nessuno se la aspettava nell'Europa liberale di oggi


Simone Berni
Il caso Imprimatur. Storia di un romanzo italiano – bestseller internazionale – bandito in Italia
Biblohaus, 2008

€ 15.00
pp. 131 e un’interessante appendice (pp. 133-152)

CHE COS’È IMPRIMATUR - Ho intitolato questo pezzo con le parole prese in prestito dall’incredulità di Dirk Schümer sul Frankfurter Allgemeine Zeitung (9 agosto 2007): riassumono lo sdegno davanti al tiro mancino tirato a Monaldi & Sorti, autori di Imprimatur.
Il romanzo, costruito su fatti reali che gli autori hanno avuto modo di scoprire tra i segretissimi documenti Vaticani, riesce a travalicare il semplice genere di romanzo storico, per far proprie le strategie del giallo, ma non mancano anche allusioni al polit-thriller, e addirittura la vicenda ricade nel romanzo di formazione. A partire dal classico stratagemma del ritrovamento di un manoscritto antico, viene riproposta la vita di Atto Melani, ex-cantore evirato, poi al servizio del Re Sole, deciso a scoprire cosa si nasconde dietro la misteriosa morte di un viaggiatore in una locanda romana nel 1683. Sullo sfondo di una Roma barocca, mentre i principi cattolici stanno affrontando l’ennesima sanguinosa battaglia antiturca, Atto affronta le reticenze degli altri avventori della locanda, e si inserisce nel meccanismo contorto di un mistero che si infittisce sempre più, andando a toccare la chiave d’interpretazione di più eventi storici.

LA “CENSURA” DI IMPRIMATUR - Dieci capitoli che, a quanto pare, non potevano più leggersi. Il testo, uscito per Mondadori nel 2002, viene poco dopo ritirato, nonostante le vendite straordinarie e il successo dei due autori, considerati alla stregua di Umberto Eco e di altri grandissimi romanzieri. Nessuno spiega realmente per quale motivo Imprimatur sia stato boicottato, ma un totale silenzio avvolge la critica letteraria italiana, al pari dell’editoria. Anche i giornalisti sono stati messi a tacere, e perfino il Forum dei fans ‘imprimaturiani’ è stato per un certo periodo oscurato. Intanto, il caso viene presentato alla Fiera internazionale del libro di Francoforte, nel 2006, ma senza ottenere spiegazioni da parte di Mondadori. All’estero il romanzo occupa ancora un’ottima posizione nelle vendite, per un certo periodo ha persino oltrepassato quel bestseller assoluto che sembrava essere Il Codice Da Vinci. Anzi, all’estero Monaldi & Sorti sono ormai inseriti nei cataloghi dei classici contemporanei, nonché rappresentano oggetto di studio e vengono chiamati a partecipare a molti workshops storici.
Bene. Il caso si fa interessante, specialmente se a questi dati aggiungiamo che all’estero la saga aperta da Imprimatur ha un’ovazione di pubblico assicurata, e si sono già pubblicati altri capitoli: dopo Imprimatur, Secretum, Veritas, Mysterium, Unicum (e si noti come letti di seguito, i titoli celino un significato che sarà concluso dagli ultimi due volumi, ancora inediti). Quel che si sa, di certo, è che il vero scopo della saga, al di là delle singole tematiche affrontate, è occuparsi del «significato della ricerca della verità».

IL LIBRO-INCHIESTA DI SIMONE BERNI - È dunque problematico parlare di Imprimatur in Italia, senza subire le conseguenze. Il compito che si è assunto Simone Berni, appassionato studioso a caccia di libri rari o scomparsi, è quindi delicato e richiede cautela. Dopo aver conosciuto gli autori, decide comunque di affrontare questa vera e propria missione di denuncia e di indagine, appoggiato da un editore moderno e coraggioso, Biblohaus.
Si comincia con un’utilissima introduzione, in cui Simone Berni riassume efficacemente i fatti che l’hanno spinto ad occuparsi di Imprimatur, senza mai cadere nella retorica. Al contrario, oltre a spiegare, propone anche spunti di riflessione e riprende le domande che deve essersi posto prima di iniziare questa crociata.
Tutto il saggio è poi strutturato in capitoli e sottocapitoli brevi, sempre votati all’incisività: si direbbe che l’obiettivo primario di Simone Berni fosse sviscerare il caso, suscitando nel lettore bibliofilo una profonda sete. Più che proporre stralci del romanzo, che in parte rovinerebbero l’entusiasmo di un possibile futuro lettore, Berni gira intorno alla trama, la becchetta quando serve, senza mai darla in pasto completamente, quel tanto che basta per capire i motivi della censura. Perché di censura si parla, e senza mezzi termini, né Berni è in qualche modo intimorito dalla presa di distanza che molti studiosi hanno preso prima di lui. Al contrario, a gran voce denuncia la difficoltà di reperire il libro, le assurde scuse accampate da tanti editori italiani e da altrettanti giornalisti e studiosi che, interessati in un primo tempo, si sono fatti ritrosi senza fornire spiegazioni. Il tutto è prontamente documentato (in stile giornalistico) da brani di interviste agli autori, recensioni e stralci di articoli, ma non mancano brani aneddotici che intervallano l’atmosfera persecutoria da Inquisizione. Per dirla con le parole di Simone Berni, «non traggo conclusioni, non tiro le fila, non mi avventuro in sentenze. I fatti sono stati scritti, il lettore può pienamente attingere alla propria facoltà di giudizio».

COME TROVARE IMPRIMATUR – In tiratura limitata, l’editore olandese De Bezige Bij ha pubblicato nel 2006 una serie di copie acquistabili attraverso il suo sito internet.
Oppure, direttamente dal Forum, è possibile prenotare una copia sulla libreria online Proxis: clicca qui.

GMG.

PRESTO L'INTERVISTA A SIMONE BERNI!!!!

giovedì 9 luglio 2009

Invito alla lettura - Raffaello Baldini: La nàiva, Furistìr, Ciacri


La nàiva Furistìr Ciacri
di Raffaello Baldini
Torino, Einaudi, 2000

pp. 355
€ 18.00

La raccolta riunisce nel 2000 opere einaudiane del sorprendente Raffaello Baldini: La nàiva (nell’edizione del 1982 era già stato incluso il precedente E’ solitèri), Furistìr (1988) e la nuova Ciacri, comparsa per la prima volta in questo volume.

I CONTENUTI - Raffaello Baldini (1924-2005) è il più innovativo dei poeti santarcangiolesi, soprattutto per tematica. Nelle sue poesie in dialetto entra sempre più il mondo della contemporaneità, osservato da un occhio critico e quasi veggente, amaro quando è ironico, grottesco e disincantato nella sua essenzialità. Fin dalle prime prove di E’ solitèri, a brevissimi quadri descrittivi, sentimentali, nostalgici, si alternano composizioni più lunghe, che preparano alla forma del poemetto narrativo, vero e proprio capolavoro baldiniano (nella raccolta Furistìr, arriverà con l’immaginosa e surreale Aqua a ben 435 versi!). Ecco un esempio del Baldini sentimentale, in una delle prove più amate dalla critica. Con 1938 siamo in presenza di quella vena nostalgica che molto spesso accompagna il tema d’amore in Baldini, un sentimento mai vissuto felicemente o in modo spensierato, ma sempre frustrato, passato, finito, amaro:

1938
La mèstra ad Sant’Armàid
Dal vólti, e’ dopmezdè.
La s céud tla cambra e la zénd una Giubek.
La n fómma.
Stuglèda sòura e’ lèt
La guèrda ch’la s cumsómma.
U i pis l’udòur.
Dal vólti u i vén da pianz.


(La maestra di Sant’Ermete | delle volte, il pomeriggio, | si chiude in camera e accende una Giubek. | Non fuma. | Sdraiata sul letto | la guarda consumarsi. | Le piace l’odore. | Delle volte le viene da piangere.)

Narrazione in versi (soprattutto endecasillabi, settenari e quinari, mai rimati), dunque, e quasi sempre narrazione polifonica: molte sono le voci che si succedono, talvolta disordinatamente, attraverso spezzoni di dialogo, punti di vista che s’alternano, senza la prudenza di avvertire il lettore. Perché? Perché il narratore è nella maggioranza dei casi un io-lirico monologante (diverso dall’autore), di solito piccolo borghese e di scarsa cultura, pronto a dar voce alla propria esperienza disordinatamente o a storie di altri personaggi del paese. Molto spesso, emerge con straordinaria mimesi la mentalità del paese, pieno di benpensanti, di frasi fatte, di ipocrisie, di chiacchiere senza senso (da qui forse il titolo Ciacri, anche se Dante Isella vi ravvisava una possibile allusione alla poesia in minore dei primi anni del Novecento). Il paradosso è frequentemente smentito dall’explicit delle poesie, talvolta nell’ultimissimo verso, disorientando il lettore, lasciando un potente e duraturo turbamento, come nella tagliente Agli analisi, in cui si elencano i vari esami clinici sostenuti dal personaggio, morto poi all’improvviso: «léu l’è mórt sèn cmè un pèss», si legge nell’ultimo verso.

Altre volte, da situazioni inizialmente verosimili si giunge a brani surreali, immaginosi e ambigui, come il fantasioso I lèdar, in cui il protagonista, dopo aver scoperto di avere i ladri in casa, si interroga ossessivamente su cosa abbiano rubato e, non trovando risposta, pensa di chiederlo direttamente ai ladri, scrivendo loro una lettera. O ancora nel Solitèri, il testo eponimo vede un giocatore di carte che fa ogni giorno il solitario senza mai riuscire a vincere, e solo alla fine il protagonista sostiene che i proprietari del bar, per dispetto, hanno sottratto al mazzo una carta: resta quindi in dubbio quale sia la verità e, se davvero manca la carta, per quale ragione il personaggio si ostini a riprovare il solitario. O ancora, nella già citata Aqua, il protagonista partecipa con alcuni amici a uno spettacolo di illusionismo, convinto di restare insensibile ai poteri del mago: inizia invece una surreale inondazione, che vede il protagonista (chiaramente ipnotizzato) alle prese con una fuga affannosa per i luoghi del paese, ormai confusi, invasi tutti dall’acqua del titolo.
Con Ciacri, al bisogno compulsivo di parlare (spesso senza che si realizzi una vera comunicazione), si aggiunge un tema sempre più presente nel tardo Baldini, ovvero il sentimento della morte. Così la stessa poesia incipitaria, che è tra l’altro stata scelta per la copertina del volume, tradisce questo malinconico senso di solitudine, accresciuto anche dalla recente scomparsa della moglie del poeta (1):

Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva.
A sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.


(Ma così, delle volte, quando torno a casa, | la sera, prima d’infilare la chiave, | suono, drin, drin – non risponde mai nessuno.)

LA RISATA – Spesso con Baldini si ride, e si rideva quando era la sua voce a recitare trafelata i suoi monologhi poetici (o i monologhi teatrali). Non è mai una risata fine a sé stessa, ma è una risata dal retrogusto amaro, sfogo per quella realtà asprigna che non sappiamo facilmente accettare.

LA SCELTA LINGUISTICA - Dialetto santarcangiolese, abbiamo detto. La scelta è per Baldini obbligata, non solo per una fuga dall’omologazione dell’italiano (o, almeno, non solo), ma soprattutto «uno s’accorge che quel che vuoi raccontare succede in dialetto e che tradurlo significa in fondo raccontarlo non come è realmente successo», che «l’italiano è sull’attenti, il dialetto è in posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita» e «in italiano puoi dire tutto, in dialetto no, non puoi dire tutto, ma alcune cose puoi dirle meglio che in italiano». (2)

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(1) per un approfondimento sulla poesia di Baldini consigliamo l’incisivo ed esauriente monografia di Clelia Martignoni, Per non finire. Sulla poesia di Raffaello Baldini, Udine, Campanotto Editore, 2004

(2) dall’intervista di Manuela Ricci a Raffaello Baldini, “Prima le cose delle parole”, in «IBC», IV, n. 4, luglio-settembre 1996, pp. 68-71

martedì 7 luglio 2009

Andar per fiabe: una struttura composita per il lettore diffidente



Andar per fiabe
di Silvana Sonno
Perugia, Graphe.it Edizioni, 2009
con un intervento di Rosella De Leonibus e con le immagini di Luigi Fosca

€ 10.00
pp. 101

Come è possibile immaginare la fiaba in un mondo in cui tutto sembra già scritto? Silvana Sonno si interroga nella prefazione su questo interrogativo, e definisce «un’operazione temeraria» scrivere fiabe, oggi: innanzitutto, per l’assillo onnipresente della tradizione, così ben codificata, e poi per la perdita del pubblico di riferimento. Eppure la fiaba resta «cura dell’anima», in ogni tempo e spazio: si richiede solo di adattare il genere alla società contemporanea. Non è quindi possibile affrontare quest’impresa in chiave tradizionale: l’unica chance è sfidare il mondo moderno con un testo che buca la cosiddetta ‘quarta parete’, al fine di interagire coi lettori. E Silvana Sonno sceglie per la sua opera una struttura composita, che nella prefazione fa risalire al “teatro di parola”, ma che possiamo ricondurre a tanta letteratura postmoderna.

Le otto brevissime fiabe sono provocatoriamente ricche di citazioni letterarie, talvolta calchi scoperti della tradizione, a cominciare dall’incipit che richiama Collodi, fino alla fiaba La bambina, vera e propria copia di Cappuccetto rosso. Di per sé scabre oltre l’essenziale, le fiabe risultano volutamente prive di spessore, se strappate alla struttura sperimentale dell’opera. Non vanno quindi lette a sé, né in un ordine casuale, ma sono sempre risultato di una ricerca calibrata in progress.

Ma il lettore ideale, immaginato dalla Sonno, non è affatto passivo, coglie le allusioni e si ribella all’autore. Nasce così la parte più innovativa del testo, una sorta di dialogo-diatriba tra il Lettore e l’Autore (Vero Autore di fiabe, come precisa l’autrice). Il Lettore è disincantato, dotato di un buon bagaglio culturale e letterario, ma soprattutto è disilluso, guarda all’Autore con una sorta di diffidenza molto attuale e scalpita per smascherare gli artifici dello scrittore. Non è quindi facile per l’Autore continuare, e non mancano infatti le interruzioni, le richieste (numerose) di fiducia e di pazienza (che spesso il Lettore gli nega). E’ dunque inevitabile che il lettore ideale non sia un bambino, né un ingenuo, pronto ad affidarsi alla volontà dello scrittore. Con le critiche del Lettore si rompe così il famoso “patto col lettore” di cui parlava Coleridge: questo lettore non trattiene il giudizio, ma lo riversa con un’irruenza quasi violenta, anche se verso la fine dell’opera sarà in qualche modo portato a ricredersi.
Ai testi seguono poi le Mappe di Luigi Fosca, in un’interessante e curiosa appendice finale, da osservare fino alla riflessione soggettiva. Si conclude con il bell’intervento di Rosella De Leonibus, in cui la fiaba, personificata, racconta in un saggio accattivante le sue caratteristiche, semplificando (ma non banalizzando) le leggi rintracciate da Vladimir J. Propp.

GMG