domenica 31 maggio 2009

Evasioni letterarie


Istituto Superiore "A. Volta"
Sede Casa Circondariale di Pavia

Evasioni letterarie. Pagine nate nella notte, dentro un carcere

OMP Edizioni, Pavia 2009
€ 7.00
Codice ISBN: 978-88-95762-07-4


Quando ci si accosta alle prime pagine, qualcosa accade. Nel momento in cui le sbarre si richiudono con il loro rumore stridulo, metallico, si aprono le porte di quel mondo che sempre resta privato, inespugnabile. Questo è il primo approccio a Evasioni letterarie, antologia di poesie, prose e riflessioni che i carcerati pavesi hanno scritto sotto la guida delle professoresse Elena Roveda e Anna Zucchi.
Rinunciando alla loro ora d’aria, i detenuti hanno proposto per iscritto i loro sentimenti, secondo la spontaneità di quella nuova prospettiva che è il carcere, dove non esistono più le maschere della vita quotidiana, né le scuse per non guardare in fondo a se stessi e capirsi.

Si crea un silenzio attorno, pronto a farsi occupare da nuovi rumori, a noi sconosciuti, ma non incomprensibili. E iniziano a liberarsi le tante vite che qui scrivono di sé con la forza con cui, notte dopo notte, accettano la solitudine delle blindate. Che solitudine, poi, non è. Come potremmo credere, non è però la presenza dei compagni di cella ad alleggerire la nostalgia, ma gli affetti più antichi della famiglia d’origine, di quella madre le cui «cinque lettere [del nome hanno un] suono semplice, ma allo stesso tempo forte ed eterno», come scrive Luca Calajò. La madre che ama senza riserve il figlio, benché sia finito in carcere, ma anche la madre che non può essere raggiunta. Il dolore del figlio, dunque, è proprio quello di non poterla consolare, né soccorrere nelle piccole necessità quotidiane, come scrive G.S.:

Vola il pensiero di quel figlio
Che non c’è
E lunghe le ore sulla tua sedia, scandite da un tic-tac eterno.

Se avrai sete
Non sarò lì
A riempire il tuo bicchiere,
se avrai fame
non sarò lì
a cucinare il tuo piatto preferito.

Oggi questa cella è prigione per me
Ma ancor più segrega la tua anima,
nega la tua volontà e soffoca il tuo respiro.


A pagine commosse per l’affetto della madre, è interessante notare che non corrispondono pensieri al padre. Non serve, d’altra parte, ricorrere alle teorie freudiane (poi riprese, ad esempio, da Erich Fromm nel suo notissimo L’arte d’amare) per ricordare che l’amore di una madre per il figlio è totalmente disinteressato, viscerale e disposto a resistere anche davanti alle più cocenti delusioni. Al contrario, l’affetto del padre è un percorso in salita, qualcosa che il figlio deve meritare. E, forse inconsciamente, questi uomini credono che le sbarre del carcere abbiano segnato una separazione decisiva e irrimediabile.

Ci sono poi, come un filo rosso che lega i percorsi più diversi, gli affetti più recenti delle compagne, a cui sono indirizzate lettere piene d’amore o dedicate poesie. E, se il rapporto è stato minacciato e minato definitivamente dalla prigione, come per Vincenzo Dalia, non viene meno il sentimento, riconvertito in affetto verso la figlia nata dal matrimonio.
Le compagne e i figli dei detenuti portano luce nell’asettica stanza dei colloqui. È questo uno dei momenti di maggiore libertà, almeno emotiva. Grande è l’attesa, un’attesa che G.S. non teme di mettere a nudo con la sua efficacissima cronaca, mossa come se fosse un discorso tra sé e sé. A nulla vale riproporsi di restare calmo e fissarsi nella mente cosa raccontare al figlio e alla compagna: tutte le fantasie sono dissolte da quel nodo in gola e da quell’urgenza di parlarsi, abbracciarsi e riconoscersi che ogni volta rendono l’incontro indimenticabile, avulso dalla prigione. In una parola: libero.

Questo è proprio solo un assaggio delle svariate tematiche che attraversano la raccolta, organizzata secondo una sorta di glossarietto d’emozioni, in ordine alfabetico, che vedono succedersi parole quali ‘Amicizia’, ‘Amore’, ‘Matrimonio’, ‘Felicità’, riequilibrate dal gravoso ‘Avvocato’, dalla rimata ‘Robin Hood’, dall’inevitabile ‘Nostalgia’, ma anche dal tormento pavese delle ‘Zanzare’.

GMG

Volete saperne di più?? Allora guardare il sito della casa Editrice
Oppure venite alla presentazione del libro del Prof. Polimeni il 4 giugno!

Evasioni letterarie ha debuttato al Salone del Libro di Torino. Anche Critica Letteraria c'era! (nella foto, da sinistra: Prof. Giuseppe Polimeni, Gloria M. Ghioni)

giovedì 28 maggio 2009

Invito ai Catanesi


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lunedì 25 maggio 2009

Nessun dorma


Cormac McCarthy
Figlio di Dio
Einaudi, 2008

"Ci fossero state più buie regioni della notte, lui le avrebbe trovate”. Queste le parole con le quali McCarthy descrive all’inizio di questa storia la condizione di un uomo sbattuto nel profondo Sud rurale americano. È un’ America che spesso abbiamo visto nei film e più raramente in televisione quella che contraddice il Sogno e rimanda alla realtà di vite violente e senza nulla da perdere, sei sceriffo o serial killer. Sembrerebbe quasi la solita dialettica costruita intorno a buoni e cattivi, ma non lo è. Nemmeno McCarthy pretende di cambiare le nostre idee preconfezionate di come vanno laggiù le cose . Racconta. Così Ballard è un personaggio che suscita sentimenti e reazioni sane se pensiamo che è un uomo, un figlio di Dio, insane se pensiamo che è un assassino. Si aggira tra bestie e uomini della contea con un fucile ormai prolungamento del suo corpo, una sorta di nuovo arto informe e solo di colore più scuro, nulla di diverso dagli altri. Ballard è come gli altri: il suo vicino violenta la figlia, lui va a letto con i suoi cadaveri. Nessuno scandalo. L’ istinto del possesso prende semplicemente strade oscene e secondo le più comuni osservazioni sui meccanismi della selezione naturale colpisce i deboli. Difficile però dire chi è più debole tra quella donna morta che Ballard uccide e si porta a letto e lui stesso che con una cura estrema le adagia sul corpo le coperte, le compra vestiti nuovi per cambiarla, inventa sistemi macchinosi per spostarla delicatamente come se provasse dolore. La narrazione scorre senza alcuna complicazione o digressione di carattere esistenziale, solo descrizioni secche davanti alle quali si prova la sensazione di essere lasciati soli e la voglia di smettere di immaginare scene disgustose che cambiano velocemente però prima di diventare patetiche. I dialoghi sono esercizi di comunicazione, prove di intesa con un linguaggio diverso da quello corporeo. L’impotenza delle autorità e la sfida lanciatagli da quei fuorilegge si esprime a monosillabi, tradendo tutta lo loro sfiducia e inadeguatezza al dialogo. Solo i più ingenui penseranno che la fine che farà Ballard serve a McCarthy per far trarre ai lettori una morale. Nessuna rassicurazione, al contrario il romanzo si chiude con il volo nervoso di bestie nere.

domenica 24 maggio 2009

In memoria di due grandissimi poeti

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sabato 23 maggio 2009

Invito a tutti i pavesi!


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martedì 19 maggio 2009

L'Amore e gli uomini della città: Il Fedro.


Platone
Fedro
Milano, BUR, 2006

pp. 317
€ 9.80

Una cosa va detta subito: Il Fedro è un dialogo strano, stranissimo, (se possibile) postmoderno. Chiunque conosca Socrate, è abituato a incontrarlo nelle piazze, nelle vie, nelle botteghe di Atene. Per Il Fedro, invece, abbiamo a che fare con un Socrate extra moenia, intento a vagare e a discutere con Fedro in un rigoglioso ambiente bucolico, tra platani, rivi, ruscelletti e altari votivi. Ma anche in questa verde Natura, il chiodo fisso di Socrate è la salute della città, l'analisi dei problemi politici, di tutti quei nodi che si dipanano dal fatto ineludibile della convivenza degli uomini in una comunione e divergenza di interessi.

Così dice Socrate: “Io sono appassionato a imparare: ma la campagna e gli alberi non sono disposti ad insegnarmi alcunché, mentre imparo dagli uomini della città”.

Questa scissione tra riflessione e Natura, tra mondo sociale e mondo naturale, che è la cifra caratteristica della razionalità occidentale (vengono in mente certe frasi di Hegel, o la divisione kantiana, di ascendenza platonica, tra legge di natura e legge morale), è, essendo del tutto estranea alla mentalità di un greco, uno dei tanti tasselli di quell'inizio di dissoluzione dell'antichità che Socrate ha rappresentato, e che il cristianesimo ha portato a compimento.

In secondo luogo il dialogo è strano perché parla di tante cose disparate, di Amore, della scrittura, dell'immortalità dell'anima, della retorica. Su queste questioni la letteratura critica si è davvero prodigata da tempi lontani in ipotesi alternative ( cfr. Taylor, Platone, l'uomo e l'opera). E davvero non si riesce a capire, ad una prima lettura, quale sia il nucleo centrale che Platone intenda trattare. Già gli antichi commentatori si domandavano se il tema del dialogo fosse Amore o la possibilità di una buona retorica.


Tema del dialogo:
Fedro, il secondo oratore del Simposio, non è più un giovinetto, e ormai ha le sue idee: ha appena imparato a memoria un discorso assurdo del suo oratore e maestro di riferimento, Lisia, ed è bramoso di raccontarlo a chi gli capiti di incontrare lungo la sua passeggiata oltre le mura di Atene. E chi incontra? Socrate, il più ostinato critico della retorica. Incontra l'uomo giusto, e il più saggio e il più pignolo, che gli farà capire che non è strutturalmente possibile alcuna retorica senza conoscenza della giustizia e degli oggetti di cui i discorsi si occupano. Socrate mostrerà a Fedro che, non solo il discorso di Lisia è mal articolato, e che sia importante, anche dal punto di vista stilistico organizzare lo scritto in maniera precisa, ma che anche per quel che concerne il contenuto l'autore ha ben poco capito che cosa sia realmente l'oggetto del suo discorso, Amore, e quale sia la sua divina potenza. Infatti, mentre per Lisia, Amore è un delirio che pone l'amante e l'amato in uno stato di irrazionalità e di incapacità di autocontrollo, per Socrate, invece, l'amore, il vero amore, non quello turpe e abietto che mira all'esclusiva soddisfazione del piacere, è amore del bello, è capacità di elevarsi al di sopra del fluire contingente delle cose, per poter ritornare a vedere quelle realtà iperuranie, oltre-celesti, la Bellezza, la Temperanza, la Giustizia in sé, che un tempo vedemmo, quando seguimmo, come in una processione festiva, il carro del nostro dio di riferimento. Chi possa elevarsi e vedere le idee nella Pianura della realtà, è davvero simile al dio. Per questo Eros è certo un delirio, ma è anche un dio, il più divino e sconvolgente di tutti.

mercoledì 13 maggio 2009

Una lettura indimenticabile: i "Dialoghi con Leucò"


Dialoghi con Leucò
di Cesare Pavese
Einaudi, I ed. 1947


“Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c’è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quant’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un attimo di credere che i suoi totem e tabù (…) fossero inutili bizzarrie. (…) E ne sono nati questi Dialoghi.”

Con queste parole, Pavese stesso presentava la prima edizione dei Dialoghi con Leucò. Era il 1947. Ed è pressoché ovvio che, in anni del genere (anni in cui trionfava l’ideale dell’intellettuale engagé, progressista, in ideale comunione d’intenti col PCI), un’opera come questa non potesse essere presentata in altro modo che come un “capriccio”, un “quarto di luna”. Questo elegantissimo capriccio ha tuttavia una tale, rara intensità poetica, una potenza talmente disarmante che è impossibile spiegare la sua genesi in una semplice prova di abilità.
I Dialoghi con Leucò sembrano attingere direttamente alla fonte primigenia d’ispirazione dell’uomo-intellettuale Cesare Pavese, svelare la sua terribile “musa nascosta” che nei suoi altri romanzi è coperta da uno strato di riferimenti allegorici.
Il terreno dello svelamento è, significativamente, il mito. Esplorando il repertorio della mitologia greca – con un gusto, direi, euripideo – Pavese infonde alito vitale a personaggi come Edipo, Endimione, Saffo, Orfeo, Odisseo, Dioniso, Teseo, Eracle, Esiodo. Dà loro la parola, in ventisei brevi dialoghi, ma si tratta sempre una parola speciale: parola che non è veicolo di azione, ma creazione primordiale, atto esoterico e terribile come la realtà che disvelano. Non c’è, come nelle Operette Morali di Leopardi (illustre precedente di dialoghi che Pavese deve aver tenuto in considerazione), un tentativo di teorizzazione filosofica: semplicemente, nel mito e nei personaggi che ne sono la scarnificata, sbigottita espressione, il mondo è mostrato nel suo orrore, nella sua grandiosa ineluttabilità.
La dialettica (sempre a due, sempre sull’orlo del vuoto e del silenzio) che prende vita sulle pagine di Leucò è quella tra necessario e impossibile, tra vita e destino. Le tre fasi della vita del mondo (“Il mondo ha stagioni come i campi e la terra”, ricorda Mnemòsine ad Esiodo) che si lasciano presagire nei dialoghi sono tutte possibili declinazioni di questa dialettica: un mondo dominato dal caos (il mondo di titani e degli uomini prima dell’Olimpo, prima del potere di Zeus), il mondo del conflitto tra gli dei e gli uomini, e un mondo senza dei (quello dell’ultimo dialogo: il nostro mondo, forse).
Gli dei olimpici, in particolare, rivestono in questo universo un ruolo tutto particolare. Titani e uomini, in fondo, appartengono allo stesso mondo, il mondo del furto del fuoco, della rupe-condanna, della stretta parentela data dal sudore e dalla sconfitta. Ma gli dei, i “nuovi” dei dell’Olimpo sono qualcosa in più e qualcosa in meno: non è loro la possibilità di vivere e farsi artefices di un destino proprio. Essi, semplicemente, sono il destino. Essi incarnano il terribile, l’inconoscibile, qualcosa che trascende l’uomo e senza via di scampo lo annienta. Questo il significato dei due dialoghi-fratelli “La belva” e “Il fiore”, secondo me i più belli: nel primo, Artemide-Selene-Diana, la dea dai mille nomi, diventa simbolo dell legame indissolubile e primitivo tra sesso e sangue: dopo averla incontrata, Endimione non potrà più tornare tra gli uomini ma soltanto vagare per i boschi come un’ombra, ed aspettare il sonno come una condanna temuta e al contempo desiderata; nel secondo, Apollo, che sa sorridere ma non piangere, si accosta il giovane Iacinto perché vede in lui il fiore chiazzato (il destino) in cui il fanciullo si trasformerà dopo che il dio ne avrà causato la morte.
C’è, nei Dialoghi con Leucò, tutto lo schianto della passione, del dolore – un dolore tutto novecentesco, che reinterpreta il mythos alla luce di Freud e Jung – ma al contempo la lucida, cristallina bellezza di un capolavoro della statuaria classica. Gli eventi non accadono ma sono narrati o presagiti: è la parola esoterica, come dicevo, che diventa sortilegio e maledizione, evocazione del mondo e delle forze che al suo interno si agitano.
Per questo, mi trovo del tutto in disaccordo con chi, come Emilio Cecchi (“Paragone”, 1950, pag.21), giudica questi Dialoghi un “prontuario e catalogo” e non “una vera opera d’arte”. Fu questo “catalogo” che Pavese portò con sé in quell’hotel torinese in cui, la sera del 27 agosto 1950, pose fine alla sua vita.
Nel raccontare attraverso eroi, dei e titani il male dell’uomo contemporaneo, Pavese compone un canto antico e nuovo: un vero gioiello della letteratura italiana, capace di suscitare emozione in ogni pagina con uno stile affascinante, pulito e al contempo dotato di straordinaria potenza semantica. Una lettura indimenticabile che è anche ascolto di una dolente elegia: quella di un mondo in cui dominava il divino e la superstitio, è vero, ma in cui, forse, la vita era ancora autentica, e l’eroismo e la speranza erano possibili.

-Eppure di questa paura ci tocca sorridere, quando pensassimo all’angoscia della gente di un tempo cui tutto quello che toccava era mortale. Gente per cui l’aria era piena di spaventi notturni, di arcane minacce, di ricordi paurosi. Pensa soltanto alle intemperie o ai terremoti. E se questo disagio fu vero, com’è indiscutibile, fu anche vero il coraggio, la speranza, la scoperta felice di poteri di promesse d’ incontri. Io, per me, non mi stanco di sentirli parlare dei loro terrori notturni, e delle cose in cui sperarono.
-E credi ai mostri? Credi ai corpi imbestiati, ai sassi vivi, ai sorrisi divini, alle parole che annientavano?
-Credo in ciò che ogni uomo ha sperato e patito. Se un tempo salirono su queste alture di sassi o cercarono paludi mortali sotto il cielo, fu perché ci trovavano qualcosa che noi non sappiamo. Non era il pane,né il piacere né la cara salute. Queste cose si sa dove stanno. Non qui. E noi che viviamo lontano lungo il mare o nei campi, l’altra cosa l’abbiamo perduta.
-Dilla dunque la cosa.
-Già lo sai. Quei loro incontri.
.

domenica 3 maggio 2009

Venuto al mondo


VENUTO AL MONDO
di Margaret Mazzantini
Milano, Mondadori, 2008

pp. 531
€ 20.00
ISBN: 978-88-04-57370-8

Davanti a certi drammi, come alla guerra straziante che ha stravolto Sarajevo, è difficile non essere retorici: Margaret Mazzantini scansa questo rischio con la sua consueta sensibilità, aggiungendo alla sua innegabile capacità affabulatoria il graffio e la ferita di chi c'era. E c'era Gemma, ora cinquantenne romana, che finalmente smette di scacciare il suo passato e decide di tornare nella Sarajevo ormai ricostruita, in compagnia del figlio sedicenne, nato là, durante la guerra, in circostanze non ben definite. Dalle prime pagine, non emerge altro che la commozione di Gemma, contrastata dall'apparente menefreghismo del figlio Pietro, non interessato a tornare nel luogo dove suo padre Diego è morto.
Poi il viaggio inizia, su un aereo qualunque, e, prima ancora che i piedi ripercorrano le vie di Sarajevo, cominciano flashback che ripresentano la zuccherina (ma inconsueta) storia d'amore tra Gemma e Diego, scapestrato fotografo genovese.
Basta poi tornare sul suolo martoriato bosniaco e ritrovare l'amico Gojko, poeta e patriota, perché i ricordi mordano con più violenza. Le pagine della guerra si infilano in sordina, viste dall'esterno, come Gemma e Diego potevano scoprirle dalle immagini televisive. Poi, la loro scelta di partire per portare aiuto a quegli amici conosciuti anni prima: sconvolte le abitudini, vengono sovvertiti anche gli antichi credo. Le sequenze, via via, lasciano sempre meno posto al presente, per impadronirsi della narrazione con tutta la loro violenza: non c'è respiro tra gli orrori, né pausa tra una crudeltà e l’altra.
A questo dramma della Grande Storia, si intreccia poi un dramma personale, iniziato in Italia, molto prima della guerra: Gemma scopre di essere sterile. Questa scoperta viene vissuta come una vera e propria menomazione, dapprima da celare, poi da vivere con tutta la sofferenza del caso, fino a diventare quasi patologica. Gemma non si arrende all’idea di non avere un figlio, si ostina fino a rendere ossessivo il suo desiderio di maternità, fino a cercare vie eticamente discutibili per riuscire ad avere un figlio con il sorriso di Diego.
Come abbiamo detto, poi arriva la guerra, la sozzura di una guerra civile, il freddo e gli stenti, la revisione inevitabile delle necessità. E una serie di dure prove che Gemma e Diego troveranno sul loro cammino, duri scossoni alla loro storia.

Quando ho terminato questo libro, tra le lacrime e i brividi, ho pensato: cosa dirò ora? Cosa scriverò? Che ho pianto, che ho odiato una guerra passata in tivù con le solite immagini di straziante repertorio? Che mi sono domandata fino a che punto una donna può spingersi, per diventare madre?
Dirò questo: non è un libro per tutti. È un’esperienza: forte, tenace, cruda e commuovente al tempo stesso, un pugno nello stomaco che non si scosta, ma continua a pressare lì sotto il diaframma, e insiste, scava, perfora, trivella tutte le autodifese. Annienta le convinzioni e le rimescola. Pone interrogativi e non dà risposte, perché le ingiustizie hanno l’unica giustificazione di essere ingredienti della guerra.
Qui si incontra una Margaret Mazzantini ancora più incisiva rispetto all’acclamato Non ti muovere, qui il turpiloquio è servo delle immagini, mentre le parole d’amore sono già intaccate dalla nostalgia. Ritroviamo la consueta ricchezza metaforica, talvolta spinta fino ad attirare critiche di molti lettori, ma a mio parere fantasiosamente creativa. E se la paratassi sembra ispirare una spontaneità quasi dialogica, ecco che la secchezza della frase e la sua esattezza così perfettamente calibrata caricano il tutto di letterarietà. Una letterarietà che, come è facile capire dai temi, non è mai fine a sé stessa, ma è una vera e propria tortura di sentimenti, un’esperienza di dolore scritto per non dimenticare.

GMG

Venuto al mondo ha vinto il Premio Campiello 2009!

sabato 2 maggio 2009

La prima avventura di Penelope Guzman


PENELOPE GUZMAN. IL COLPEVOLE
Di Eliott Parker
Torino, Seneca Edizioni, 2008
(www.senecaedizioni.com)

Pagg. 193
€ 15.00
ISBN: 978-88-6122-117-8

Per altre informazioni: www.penelopeguzman.com

L’ufficio di Penelope Guzman è un ufficio come tanti altri: non ha bisogno di personalizzarlo perché i suoi clienti si lascino andare, né vuole creare un’atmosfera familiare. Il solo nome dell’investigatrice garantisce un successo; i numerosi casi risolti, la sua conturbante personalità istintiva e a tratti razionale, la sua nonchalance affascinante e il suo intuito fanno il resto. Così si entra nel suo ufficio, con l’aspettativa di trovare la sua pelle fresca da trentenne e le sue domande sempre mirate.
Così, probabilmente, vi è entrato l’avvocato Baldwin, gravato da un peso non indifferente. Ovvero, dopo un estenuante scambio di battute, confessa di essere autore di un assassinio violento, a sfondo passionale, di cui è stato però accusato il suo amico (e amante) Spoonish, perché trovato sul luogo con l’arma del delitto in mano e sporco di sangue. Richiede, tra mille reticenze, che Penelope riesca a dimostrare la sua colpevolezza e scagioni così Spoonish.
Sicuramente, già gli esordi della trama sconvolgono il normale iter del romanzo giallo: è quantomeno insolito che l’omicida desideri autoaccusarsi, ma Baldwin intesse un’interessante teoria, per cui Penelope stessa si lascia convincere.
Per risolvere il caso, Penelope prende in parte le distanze dagli attuali metodi scientifici alla C.S.I., utilizzati invece dall’attraente e scrupoloso commissario Feuerbach. Tutte le prove, per l’investigatrice, devono essere anche analizzate alla luce dell’identikit psicologico dell’assassino, e quindi la tecnologia non basta. Ma della più attuale tecnologia la stessa Penelope fa largo uso, contribuendo così a inserire il romanzo nell’attualità più recente e aggiornata.
Come in ogni giallo ben riuscito, la trama non è assolutamente così lineare, tant’è vero che il caso sembrerebbe concludersi a metà libro, con l’imprigionamento di Baldwin. Qualcosa, tuttavia, non è chiaro a Penelope, che continua ad arrovellarsi, fino all’illuminazione davanti alla sua birra preferita. Segue una tradizionale lotta contro il tempo, tratteggiata con una notevole bravura simpatetica, fino a portare la tachicardia di Penelope nel lettore.
Quando la situazione è quasi conclusa, secondo la tradizione, il piano viene svelato, perché il colpevole si sente al sicuro e Penelope è con le spalle al muro: pare una situazione senza uscita, piena di sconvolgenti rivelazioni.
Benché la suspense non sia sempre mantenuta a pari livello, ma stemperata con pause a volte fin troppo lunghe e informazioni accessorie, Eliott Parker è in grado, con questa sua prima prova, di tenere alta l’attenzione del lettore: non meraviglia dunque che si legga Il colpevole con tutta la curiosità che un buon libro giallo sa suscitare.

GMG