sabato 28 febbraio 2009

Critica Letteraria - Graphe.it


Con grandissimo piacere, in qualità di fondatrice e amministratrice di Critica Letteraria, sono stata intervistata da Susanna Trossero per la casa editrice Graphe.it di Perugia.
Siete curiosi? Ecco qui l'intervista!

Buona Lettura!
GMG

giovedì 26 febbraio 2009

Chi è il mio prossimo


Adriano Sofri
Chi è il mio prossimo
Sellerio editore, pg. 352

“Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”.

Così Gesù inizia a raccontare la parabola del buon samaritano. Il protagonista è “un uomo”, non meglio identificato. Tutti gli altri personaggi della storia sono ben contrassegnati da un ruolo: il fariseo, il sacerdote. Le persone, si sa, tengono ai loro ruoli, se ne riempiono la bocca. Nessuno di questi ferma il suo tragitto per soccorrere quell'uomo. Il protagonista non è meglio identificato perché è un uomo nudo, gettato via, un uomo rifiutato dalla società (a pensarci bene, anche in Non al denaro, non all'amore, né al cielo di Fabrizio De Andrè, i personaggi non erano designati dal loro nome, ma da un ruolo, un medico, un ottico, tranne l' unico personaggio libero: Jones, il suonatore). Chi è il mio prossimo?

“Prossimo” in greco si dice to plesion, e con questa parola il greco non intendeva abbracciare tutta l' umanità, ma prossimo stava ad indicare colui che mi è vicino: la moglie, la famiglia, i vicini di casa, i miei connazionali. Eppure Gesù ribalta la situazione, e ci slancia verso aperture di senso amplissime: prossimo sta ad indicare l' intera umanità, prossimo è il buon samaritano, lo straniero, ma prossimo è anche l' uomo nudo, che deve essere soccorso, è chi viaggia in direzione ostinata e contraria.

Mio fratello è figlio unico, represso, calpestato, odiato... sfruttato, sconfitto, derubato

Chi è il mio prossimo?
Il libro di Adriano Sofri inizia con una luminosa esegesi della parabola del buon samaritano, raduna una serie di scritti, che tentano di compiere una discussione circa le implicazioni della vicinanza/lontananza per la moralità. Le questioni analizzate dall' autore sono davvero molte, ne riporto solo due, che effettivamente sono i macrotemi attorno ai quali l' intero libro si articola: Diderot e il contadino cinese, le responsabilità verso le generazioni future.

Diderot e il contadino cinese
La Cina è sempre stata l' immagine della lontananza più remota per antonomasia. Fino agli anni '60, e il cinema ha fatto la sua parte. I filosofi illuministi per formulare esempi concernenti la distanza usavano spesso la Cina come termine di paragone. Negli anni '60 la Cina è vicina, recitavano in coro i maoisti. La Cina si avvicina, e i film ce lo dicono: basti ricordare La chinoise di Godard (questo film è utile per l'analisi del marxismo delle nuove sinistre), e c' è un film di Bergman in cui il protagonista sogna che il suo paese sia invaso da orde di Cinesi. Se la Cina è vicina, non c'è più nulla di lontano, il mondo ha perso la distanza, si è fatto piccolo. E il cinema ne sa qualcosa.

Ma torniamo agli illuministi francesi.
Prendendo spunto da un famoso esempio di Diderot, possiamo domandarci: “se schiacciando un bottone a Parigi si uccidesse un uomo in Cina, questo avrebbe delle implicazioni per la nostra facoltà morale?” Che implicazioni ha la distanza per la moralità? Questa storiella sembra avere qualche somiglianza con l'ormai arcinoto anello di Gige di Platone.
Voltaire scrisse un poema in cui parlava del famoso terremoto di Lisbona, avvenuto il primo di novembre del 1755, il giorno di Ognissanti, perchè Dio ha ironia, e perchè il mondo non ha molto senso. Voltaire dice: “Lisbona è sprofondata e a Parigi si danza”. Non dovevano essersi molto interessati i parigini alle sventure dei portoghesi. E poi c'è l'autodafè, e poi c'è il Candido, ma la storia si farebbe troppo lunga.

La guerra e la caccia.
E la televisione ci fa vedere le morti in guerra. Ma ci fa vedere la guerra o ci porta oltre ad essa? Quali sono le nostre reazioni? Perchè consideriamo la guerra qualcosa come un osceno e abituale sottofondo e non come un motivo di indignazione? Potremmo parlare di guerra e sorseggiare un drink, come un'anestesia, come un'abitudine.
Le odierne armi di guerra fanno della distanza e della precisione la loro forza: una bomba sganciata dall'alto non vede l'obiettivo che colpisce, come l'uomo a Parigi non vede il cinese che uccide, e se ne scalza la responsabilità.

Moralità e distanza nel tempo.
Abbiamo qualche dovere verso le generazioni future?
I filosofi italiani più bravi, chissà perchè, non sono in Italia: Giuliano Pontara è in Svezia. Ha scritto un libro: Etica e generazioni future. É un gran bel libro.

La terra è a metà della sua vita “biologica”, ma l' uomo, in un tempo infinitamente piccolo, gli ultimi due secoli, le ha inflitto cambiamenti forse irreversibili. Questo può essere l' ultimo secolo?
Quante piante non ci sono più, quante specie di uccelli, quanti insetti, quanti fiori non ci saranno mai più sulla terra? Sono le solite Cassandre? È bene ricordare che la maledizione di Cassandra non è tanto che dica la verità, quanto che non è creduta. La maledizione di Cassandra in realtà è la maledizione di chi non le dà ascolto. Abbiamo giocato alla seconda creazione, ci siamo messi al pari di Dio, ma forse ci attende una creazione al contrario. E se le api scompaiono, quanto tempo rimarrà all'uomo? Per Einstein solo quattro anni. Ma ci sarà sempre chi dirà che quelli degli ambientalisti sono solo allarmismi di chi non sa prendere sorridendo la vita, che è bene continuare a gioire, ridere e scherzare. D' altronde, Micheal Crichton aveva scritto un libro in cui rivelava che quella ambientalista è una congiura di pochi che vogliono tenere in scacco il mondo, nella congiura e nell'ignoranza. Del protocollo dei Sette Savii di Sion gli ebrei sanno qualcosa. Una volta Ceronetti ha detto che il mondo è paragonabile ad un treno in cui, mentre la locomotiva sfreccia inarrestabile verso un burrone, nell'ultima carrozza si ride e spettegola. Non siamo molto lontani dall'hotel sull'abisso.
Saremmo disposti a lasciare ai posteri un mondo senza balene?

Peter

giovedì 19 febbraio 2009

Le metamorfosi impercettibili della vita



Trasformazioni invisibili
di Anthony Colannino
Potenza, Arduino Sacco Editore, 2008

€ 12.00
Pagg. 89

È lo stesso titolo, così appropriato, a introdurci nell’insolito mondo di questo giovane autore romano e dei suoi personaggi. Un mondo difficile da sondare, quasi irraggiungibile ai più insinceri: la sfera delle proprie emozioni, e le sofferenze che non straziano, ma spesso logorano per assuefazione. E per addentrarsi in questo difficoltoso cammino, Anthony Colannino sceglie una via controcorrente: tramutare la tipica paratassi del Duemila in una combinazione di lessico alto e arcaismi poetici. La commistione è talmente forte, specialmente nella prima storia, da rendere difficile una definizione strutturale. Ma non importa: dopo il primo sconcerto, ci si affeziona all’apatica protagonista di “Il sogno e la ragazza” e ci si incuriosisce, desiderando per lei un vero risveglio dall’atarassia che s’è autoimposta. Non mancano riferimenti simbolici forti, al punto che sembra procedere per metafore che porteranno a una maggiore coscienza di sé.
E non meraviglia che, dopo un tema particolarmente intimistico e personale, con il racconto lungo “Metamorfosi” l’autore si dedichi a una storia d’amore, vissuta da due personaggi volutamente siglati, A e B. D’altra parte, questa scelta potrebbe anche essere una voluta spersonalizzazione, per lasciare nell’indefinito una storia comune, e portarla ad exemplum.
Viene ripercorsa la parabola della relazione tra i due ragazzi, dall’estasi dell’innamoramento alla scoperta lacerante delle diversità, fino all’infelicità e all’incapacità di amare ancora. Quando le loro strade sembrano definitivamente divise, accade tuttavia l’insospettabile: una mattina, il ragazzo si sveglia e non si riconosce, nonostante nessuno tra amici e parenti noti il mutamento. L’unica soluzione è rivedere B, sperando che lei lo riconosca. Non voglio qui anticipare altro, se non la scelta di uno stile più svelto e quotidiano, senza picchi stilistici particolari, né grovigli sintattici: al contrario, è la trasparenza della forma, nonché gli spazi bianchi che separano i paragrafi, a permettere la linearità della narrazione. Tornano anche omaggi a temi tradizionali della letteratura, come lo specchio di moraviana memoria, dove si manifesta il sentimento d’alterità davanti alla propria immagine.
Il terzo racconto, “Francesco e Paolo”, presenta una vicenda singolare, ovvero Francesco sente dalla nascita di essere stato separato da una parte di sé che solo con la morte potrà ritrovare. A tratti commovente perché connotato da un’estrema sensibilità, questo brano di poche pagine colpisce nel segno.
Una forte critica sociale caratterizza “La puttana”, ultimo vero e proprio racconto: ogni giorno una prostituta va a ripararsi nel bar di Arturo, a causa della pioggia. La sua fragilità spinge il barista e un cliente a discutere della condizione delle prostitute in Italia: solo luoghi comuni, e un apparente buonismo che, scopriremo alla fine, sarà smentito dai fatti.

A queste storie si aggiunge, in coda, una singolare “Ballata di personaggi nell’ora di libertà”: in una rivolta che ha un forte gusto pirandelliano, i personaggi dei diversi racconti si ribellano all’autore, riscattano la propria libertà ed agiscono violando le leggi del racconto. Anche se non è una trovata nuova, è certamente una conclusione inaspettata e godibile. Originale infine è la scelta di anticipare ogni racconto con una fotografia (scattata dall’autore), di cui viene sempre precisata la data e il luogo.
Come emerge da questi assaggi che ho volutamente proposto senza approfondirne le trame per non rovinare la sorpresa, quest’opera denota versatilità e maturità al tempo stesso.

GMG

mercoledì 18 febbraio 2009

Niente paura, sono solo 1266 pagine

La saga dei mallorean Volume I
di David Eddings

Edizioni Sperling & Kupfer
Traduzione di Grazia Gatti

Pagine: 1266
Prezzo: € 20


Il primo volume de "La Saga dei Mallorean" contiene i primi tre libri di un'epopea fantasy scritta con autentica maestria, "I Guardiani della Luce", "Il Re dei Murgos" e "Il Signore dei Demoni" che riescono a tenere il lettore impegnato per diverse ore nelle quali vagheremo insieme a Belgarion e la sua compagnia per un mondo vasto, definito sin nei minimi dettagli.
Tentare di riassumere la trama sarebbe un'offesa al lungo lavoro di David Eddings, quindi accennerò solo ad una profezia, un figlio della luce, un figlio delle tenebre e un'attesa per lo scontro che deciderà le sorti del mondo intero, fin qui tutto abbastanza scontato a dire il vero, e i più penseranno che è la classica trama da libro fantasy... ed hanno anche ragione, ma la peculiarità di questi libri sta nei personaggi e nel mondo che abitano: la prima cosa da mettere in chiaro è che nei romanzi di Eddings non esistono nani, elfi, goblin o il resto della fauna a cui ci ha abituati il maestro Tolkien, ma solo uomini, che avranno diverse caratteristiche in base alla loro regione di provenienza, e così troveremo gli spietati e astuti Uomini Serpente, il popolo sotterraneo degli Ulgos, le minute e chiassose Driad e così via. La caratteristica che mi ha piacevolmente sorpreso è la minuzia e l'originalità con la quale Eddings ha fornito ogni popolo delle sue tradizioni, della sua storia, della sua religione e della sua civiltà, ricreando così una società multiculturale davvero realistica e ben dettagliata.
Meritevole di attenzione è anche la rosa di personaggi con cui avremo a che fare durante l'opera a partire dal mago Belgarath (che per chi ha gia letto la saga precedente a quella dei Mallorean sarà una vecchia conoscenza) di lui mi ha colpito l'eccentrica descrizione che si trova nella seconda pagina del libro: "Diversamente dalla figlia Belgarath sceglieva i vestiti pensando solo alla comodità. Il fatto che portasse stivali spaiati non era indice di povertà o di trascuratezza, ma frutto di una scelta consapevole. Il sinistro infatti, aveva come compagno naturale un destro che stringeva in punta, mentre il destro, che Belgarath portava con somma soddifazione, proveniva da un paio in cui il sinistro sfregava sul tallone. E per il resto dei suoi abiti era lo stesso: a Belgarath non importava nulla di avere le toppe sulle ginocchia, nè di essere uno dei pochi uomini al mondo a usare un pezzo di corda come cintura e si accontentava tranquillamente di indossare una tunica così stropicciata e macchiata che altri, nemmeno troppo schizzinosi, non avrebbero voluto nemmeno come straccio." un mago davvero singolare diverso dai perfettini e sapientoni che ci aspetteremmo di trovare in un qualsiasi libro fantasy, con una descrizione del genere non mi ha stupito per niente il suo carattere: Belgarath infatti è un vecchio di ben 700 anni burbero, donnaiolo ed ubriacone che trascura con allegria la propria igiene personale.
In totale contrasto con lui sono i suoi compagni di Viaggio, la figlia Polgara, abile maga rispettata e famosa in tutto il mondo, il nipote Belgarion, mago anch'egli e saggio sovrano di Riva il quale ha già sconfitto una volta il malvagio dio Drago, nonchè primo figlio delle tenebre Torak, la moglie di Belgarion Ce'Nedra, piccola Driad dal carattere piccante che sfocia frequentemente in ilariche sfuriate isteriche contro il marito, e l'astutissima spia Drasnian Silk.
Silk è un personaggio che merita attenzione, caratterizzato in modo peculiare nell'aspetto fisico da un lungo naso affilato e un corpo magro e atletico è la mente del gruppo, le sue doti da ladro, mercante, spia e sfacciatissimo imbroglione sovente permettono all'intero gruppo di oltrepassare gli ostacoli nel corso dell'avventura, il piccolo Drasnian ha una mente sagace e sveglia nonchè scaltra e spesso le sue rocambolesche trovate mi hanno fatto sorridere durante la lettura. Ci sarebbero altre figure molto affascinanti da descrivere, come la rozza danzatrice Vella o il gobbo Beldin (si un'altro mago parente di Belgarath) o le affascinanti profetesse cieche accompagnate dai loro guardiani muti, i signori delle tenebre e i maghi corrotti, insomma avrei un'intero mondo da descrivere, perchè è questo quello che resta terminata l'opera, un mondo intero che abbiamo imparato a conoscere e amare, aprire questo romanzo è come aprire un portale verso un mondo fantastico e tuffarsi dentro all'avventura a spada tratta urlando a squarcia gola.
Tuttavia il romanzo non è esente da piccoli difetti, come la fastidiosa lentezza con la quale gli eventi stentano a partire, infatti per entrare nel pieno dell'azione si dovrà aspettare che venga rapito il piccolo principe Geran, figlio di Belgarion e Ce'Nedra, il che avviene solo a metà del secondo libro, ovvero dopo 450 pagine in cui i personaggi si dilettano a litigare tra loro, come per dire che se qualcosa non disturba l'allegra famigliola reale il destino del mondo può tranquillamente aspettare... scelta dell'autore? Chissà...
Armandosi di un po' di pazienza comunque nel resto dell'opera non si trovano altri punti morti, daltronde in un'opera costituita da cinquel libri è normale che i tempi tendano ad essere dilatati, inoltre volgendo lo sguardo al resto dei libri scritti da Eddings noteremo che i due volumi de "La Saga dei Mallorean" sono il seguito de "Il ciclo di Belgariad" composto anch'esso da cinque libri distribuiti in tre volumi, se ad essi uniamo i due antefatti collegati, "Belgarath il mago" e Polgara la maga", come dice l'autore nella sua prefazione "otteniamo il tradizionale schema dei dodici libri, stabilito da Omero nell'Iliade e nell'Odissea, e seguito con scrupolo da Virgilio nell'Eneide e, meno fedelmente da Milton ne Il paradiso perduto. [...] L'intera storia , pertanto, diventa un cerchio che dura all'incirca 4600 pagine. Suppongo che là fuori ci siano persone che ci sono invischiate dentro da una ventina d'anni: quindi ci troviamo davanti all'equivalente letterario dello spaccio di droga. Ah, bene.".
Insomma pane per i denti di chi ama come me le storie lunghe!

martedì 17 febbraio 2009

Jane Eyre


Titolo: Jane Eyre
Autore: Charlotte Bronte

Pagine: 317


"Impossibile far la passeggiata quel giorno!". Così inizia Jane Eyre, secondo romanzo di Charlotte Bronte, pubblicato nel 1847 con lo speudonimo di Currer Bell, un incipit insolito per i romanzi dell'epoca che ci proietta subito all'interno dell'azione, senza un intero capitolo di preamboli e introduzioni come era in voga in età Vittoriana; e fin dalla prima frase la personalità di Jane è subito chiara, la piccola bambina sembra urlare al mondo "Voglio uscire! Voglio qualcosa di meglio" in breve: Jane è infelice e vuole migliorare la sua condizione sociale.
Il romanzo ci viene narrato da Jane stessa, ormai adulta e frequenti sono i passi del romanzo dove ella si rivolge direttamente al lettore, dando l'impressione di avere Jane seduta davanti e ascoltare la sua storia accanto al caminetto, e così passo dopo passo, anno dopo anno osserviamo la piccola bambina crescere, impariamo a conoscere la sua psiche, il suo carattere, il suo aspetto fisico e il suo desiderio più grande: avere una famiglia.
Jane infatti è una piccola orfana che ormai da dieci anni vive in casa della zia acquisita, la signora Reed che non la tiene in casa volentieri, quindi in questa prima parte della sua vita non ha una famiglia, viene bistrattata dai cugini e solo la bambinaia sembra rivolgerle qualche gesto d'affetto.
A Gateshed Hall, la casa di zia Reed, abbiamo il primo fulminante avvenimento che segnerà per sempre la vita di Jane, e farà capire a noi come Charlotte Bronte sia profondamente diversa dagli autori dell'epoca, infatti in un periodo dove il Gotico ormai sembra morto e sepolto ecco che lei inserisce elementi puramente Gotici all'interno del suo romanzo: la stanza rossa. Qui viene rinchiusa ingiustamente la piccola Jane dopo aver litigato con il cugino, e qui Jane diventa quasi matta, vedendo il fantasma del buon zio Reed che appare per confortarla.
Poco tempo dopo la piccola eroina viene spedita all'istituto di Lowood, una scuola femminile che raccoglie tutte le piccole orfane o le figlie di famiglie poco agiate, lì Jane trascorrerà otto anni, sei come allieva e due come insegnante. Cruciali saranno l'amicizia con la pacata (a volte patetica) Helen Burns e la tenera Miss Temple, che costituiranno i suoi affetti più cari.
Dopo la partenza di Miss Temple da Lowood Jane ha voglia di cambiare aria, e messa un'inserzione su di un giornale, viene presto assunta come governante di una bimba al maniero di Thornfield.
Ed ecco che arriviamo all'incontro chiave di tutto il romanzo, Rochester. In un'atmosfera descritta come fiabesca (ma come si noterà dai ruoli capovolti) mentre Jane si dirige verso un piccolo borgo per delle commissioni sente gli zoccoli di un cavallo battere sulla strada ghiacciata, e pochi secondi dopo vede sfilare il destriero con il suo cavaliere seguiti da un cane, il cavallo scivola sul ghiaccio e il cavaliere cade rovinosamente a terra; Jane si avvicina per aiutarlo ed ecco che Rochester, il padrone del maniero, appare ai nostri occhi in tutto il suo...particolare splendore. Rochester infatti non è un uomo bello o attraente, ha un petto largo, ma i lineamenti del volto sono duri e severi, sembra un uomo sulla quaranta, ma il suo modo di fare è intrigante e fin dalle prime parole il lettore ne rimane affascinato. Rochester infatti è l'abile fusione tra il Villain del romanzo gotico e l'eroe Byroniano, e ciò lo rende inevitabilmente magnetico.
Da questo primo incontro nascerà tra le mura di Thornfield il difficile e socialmente inaccettabile amore tra i due e, tra finti corteggiamenti, delusioni, e mogli matte rinchiuse in soffitta si arriverà al prevedibile (o forse no) finale, che lascio a voi lettori il piacere di scoprire.
La tecnica narrativa di Charlotte Bronte è semplicemente travolgente, il lettore, catapultato nella testa di Jane, non può fare a meno di provare simpatia per lei, la scrittrice infatti, molto abilmente, fa riconoscere a Jane i propri difetti fisici, il proprio contrasto con il canone della bellezza dell'epoca, e la fornisce di un carattere semplice e soprattutto sobrio che la fa apparire ai nostri occhi come la creatura più bella che abbia messo piede sulla faccia della terra. Proprio per rafforzare questo ossimoro nel libro spesso alla bellezza fisica femminile corrisponde un degrado interiore e un'animo dalla morale discutibile, caratteristiche che si possono riscontrare nella bella ma materialista signorina Ingram, ma più generalmente in tutta l'aristocrazia o alta borghesia del romanzo.
Inoltre leggendo una qualsiasi biografia di Charlotte Bronte non è difficile notare la somiglianza tra lei e Jane Eyre, il che rende il romanzo quasi un'autobiografia; sia Jane che Charlotte hanno frequentato un'istituto di istruzione femminile, ne sono diventate insegnanti e hanno lavorato da governanti, lavoro che Charlotte mirava ad esaltare. Dinfatti Jane Eyre, quando è stato pubblicato, aveva anche lo scopo di migliorare l'opinione comune sulla figura della governante e promuovere la parità dei diritti tra uomo e donna; tema che proprio in età Vittoriana è stato largamente affrontato.
Jane Eyre in sintesi è un romanzo particolare, eccezionale, in quanto costituisce un'eccezione per l'epoca in cui è stato scritto: la rabbia intrinseca nel carattere di Jane, gli elementi erotici/sessuali presenti all'interno del romanzo, e l'amore inconcepibile tra Rochester e Jane lo hanno reso, in epoca Vittoriana, obiettivo di critiche negative, critiche che oggi non si reggono più in piedi e lasciano spazio agli innumerevoli elogi.

Dell' amore e di altri demoni


Dell'amore e di altri demoni
di Gabriel Garcìa Màrquez
Milano, Mondadori, 1987



Breve ma intensa, sconvolgente e travolgente la storia d’amore narrata da Gabriel Garcìa Màrquez e che trae ispirazione da un ritrovamento avvenuto nel 1949 a Cartagena de Indias, Caraibi, nel convento di Santa Clara. La scoperta nella cripta, sotto la pietra tombale con l’incisione del nome di Sierva Marìa de todos los àngeles, del corpo di una bambina di 12 anni con una chioma rossa di 22 metri di lunghezza e perfettamente conservata, ha dato l’ avvio ad una storia tra le più inverosimili e forse tra le più possibili proprio perché inverosimile: quella di un esorcista e di una giovinetta ritenuta posseduta dal demonio. Secondo la tradizione locale la bambina sarebbe in realtà morta a causa del morso di un cane malato di rabbia ed avrebbe, dopo la sua morte nel convento in cui era stata rinchiusa per volere dell’ Inquisizione, operato numerosi miracoli come una vera e propria santa. Nome angelico, chioma luciferina, creatura creduta diabolica eppure capace di “miracula”, segni, manifestazioni della potenza divina allo scopo di convertire alla fede ma che sortiscono solo l’effetto di convertire al suo amore un uomo di chiesa… i personaggi di Màrquez restano sempre ambigui, avvolti in un alone di mistero, unici ed insondabili, mai tipi “a tutto tondo”. Non sono mai dei “puri” ma piuttosto personaggi opachi su cui si attacca la polvere di ambienti sordidi o decadenti… così le psicologie non sono mai scandagliate a fondo ma degli atti, delle parole, dei gesti ci vengono presentati solo gli effetti senza le cause. Una delle grandi attrattive della tecnica diegetica utilizzata consiste proprio nel fatto che il lettore è indotto a filtrare sentimenti ed emozioni dei protagonisti, fatti e sequenze attraverso il complemento della propria fantasia dato che l’ approdo ad una verità definitiva è irrimediabilmente compromesso. Non si può fare a meno di chiedersi chi sia più crudele tra chi separa una ragazzina dai genitori e la reclude in un ambiente asfittico, popolato da “monache fantasmagoriche”, e chi schiuma bava verde forse a causa della rabbia. E se l’ amore è il demone da cui i protagonisti sono posseduti allora chi non è mai stato posseduto almeno una volta nella vita? Chi può dirsi non passibile d’ accusa? Chi è così puro da potersi salvare o più radicalmente chi vuole provare a salvarsi?
Un libro che permette di viaggiare tra giardini e manicomi, conventi e case vescovili sottolineando con un tocco onirico l’importanza di non appoggiare mai fanatismi o fedi in ideologie estremiste. E forse le conclusioni cui perviene l’autore le si può rilevare dal colloquio tra Abrenuncio e Delaura:
“Non teme di dannarsi?”
“Credo di esserlo già, ma non per lo Spirito Santo. […] Ho sempre creduto che lui tiene più da conto l’ amore che la fede.”
Un modo per riproporre l’antico problema del celibato ecclesiastico e per sostenere la dignità della vita umana. Una vita che va consumata con la stessa voracità e la stessa voglia di Sierva Marìa mentre spilluzzica l’uva, (simbolo cristiano del sacrificio), “quasi senza respiro per l’ ansia di spogliare il grappolo fino all’ultimo acino”.

Esposto Ultimo Eva Maria

martedì 10 febbraio 2009

Quella lieve sfocatura tra fatti e parole

Charles Dickens
Grandi Speranze

Einaudi

traduzione di
Maria Luisa Giartosio De Courten

516 pp. ca
11,80 €



Semplicemente stupendo. Questo un primo commento a margine di una lettura durata un mesetto. Opera della piena maturità del grande scrittore inglese, "Grandi speranze" (*) è un tessuto narrativo non troppo elaborato che non mette in imbarazzo alcun tipo di lettore con il suo linguaggio fluido e scorrevole, fortemente icastico e pittoresco nella descrizione del sottofondo borghese dell'Inghilterra sua contemporanea. La narrazione in prima persona stabilisce un rapporto intimo con il lettore e con un saggio uso dello sweller(**) narrativo non si gode del beneficio (o maleficio) della stasi per più di qualche pagina. La tensione, infatti, cresce e decresce disegnando iperboli alle quali il lettore non può fare a meno di appassionarsi, oggi come in passato quando il romanzo fu pubblicato a puntate settimanali su un noto quotidiano alla stregua dei Feuilletons francesi. E la cucitura implicita di ogni puntata era appunto questo momento di tensione, una punta di suspence che si veniva a risolvere nell'episodio successivo (***), insieme alla ripresa più o meno rilevante di qualche dettaglio all'apparenza insignificante. Così si manteneva e si mantiene sempre vivo l'interesse del pubblico nei confronti dell'opera. Ma l'intento di Dickens non era conformarsi a quella che poteva rappresentare una semplice operazione commerciale, come nei primi romanzi borghesi era d'uopo (si pensi ad una celebre e colorita espressione di Swift: "Prostitute writers"), ma aveva come suo fine il raggiungere il cuore e non il portafoglio del proprio pubblico. E continuando in ogni caso la tradizione del romanzo da un semplice punto di vista formale, adottando schemi e formae mentis aderenti (o quasi) ai canoni non scritti del "novel". Accetta ed accoglie così in pieno la sintesi di realismo formale e di valutazione(cfr. Fielding) che a vantaggio di una più pulita corrispondenza verba-res aborrisce l'eleganza classicheggiante e la rindondanza delle figure retoriche, ma collocando il tutto in delle precise coordinate sociali coadiuvate da un linguaggio naturale e spontaneo. Qui la semplicità (forse apparente) dei libri di Dickens e la loro facile collocazione su qualsiasi tavola culturale, anche la più spoglia. Ma l'immagine fornita da questo maestro del romanzo è ben lungi dal fotografare sic et simpliciter la Londra del suo secolo e non è scevra di quella sfocatura, quel flou letterario che impreziosisce le parole e le rende inconfondibilmente dickensiane. Ed ecco l'ironia, il pathos, la non specificazione di dettagli spazio-temporali definiti e definibili, la chiara non plausibilità della trama, ma la sua remota possibilità d'essere che contribuiscono a creare una storia sì inventata e non troppo verosimile ma imperniata nel reale contesto socioculturale del periodo industriale inglese. Non sono quindi i personaggi principali a rivestire quel ruolo di collegamento al reale, ma quelli secondari tra i quali si muovono, ricreando in un ambiente vicino al lettore l'elemento esotico e quindi interessante di personaggi inventati di sana pianta. La prima frase pronunciata da Pip, il protagonista, è chiarificatrice di ogni ambizione letteraria dell'opera: "Il mio cognome era Pirrip, il mio nome Philip - il mio linguaggio infantile non seppe foggiare con i due nomi nulla di più lungo o più chiaro di Pip. Così presi a chiamarmi Pip, e il nome mi rimase." Ecco il primo personaggio che fa del suo nome un destino, costituendo l'equazione Nomen=Omen. Perché Pip, appunto, nel British English testimoniato dall'Oxford Dictionary, sta per seme, di mela o simili. E un seme non ha in sé una grande speranza? Quella di crescere? Ecco le Grandi Speranze di Pip, il cui destino mette in mano una fortuna data da un anonimo benefattore, crescere e diventare un signore, cosa che si rivelerà essere finalizzata all'amore di Estella, incantevole e distante come un astro (è quello che poi significa il suo nome) nel firmamento. La signorina Havisham, ritenuta essere la benefattrice di cui appena detto, deriva dall'abile fusione dei termini "Having a sham", ovvero illudere, far sembrare le cose migliori di come stanno effettivamente. Però con questa mia affermazione non si voglia paragonare questi personaggi alle tipiche macchiette della commedia dell'Arte o alla precedente commedia nuova di Menandro, Plauto e Terenzio. Infatti nel nome non è contenuto il tipo della persona, ma il carattere, quel particolare che procede all'individuazione ante litteram, alla distinzione dei vari personaggi. Non quindi stereotipi, desunti dalla classicità ma caratteri e caratteristiche del moderno. E leggere quindi, a margine del puro scopo di divertimento del genere, la semplificazione del nome di Pip come allegoria dell'intero romanzo è , a mio parere la giusta chiave interpretativa: le parole (i nomi come il romanzo) uguale esemplificazione della realtà, resesi più facilmente comprensibili della realtà stessa.

Adriano Morea

p.s.: Scusatemi la lunga assenza, ma ho preparato un paio di esami all'università e ... questa recensione è il frutto di quello di Letteratura Inglese che sosterrò domani!


Note:

(*) Traduzione tradizionale italiana per "Great Expectations", anche se a mio parere "Grandi aspettative" avrebbe restituito il senso più concreto e meno romantico delle speranze, appunto, del protagonista.

(**) Una rotellina degli organi a canne francesi che permette di aggiungere i registri ad uno ad uno,aumentando gradualmente la forza e l'espressività del suono.

(***) A sostegno di questa tesi c'è da aggiungere che il finale del libro è abbastanza "deludente" per il lettore, poiché non risolve pienamente la vicenda ma lascia intravedere il suo lieto fine concludendosi come nei romanzi di Defoe, inclusivamente. Ciò è dettato anche dalle necessità a cui doveva sopperire il novel in epoca ottocentesca, diversamente dalla paideuticità dei finali in Richardson (cfr.: Pamela e Clarissa).


lunedì 2 febbraio 2009

Le libere donne di M. Tobino



“Le libere donne di Magliano”
di Mario Tobino
Milano, Oscar Mondadori, 1990

€ 8.40
pp. 132

Lascio che siano le parole di Tobino ad aprire la nostra chiacchierata: «Oggi è arrivata, proveniente da Firenze, una malata, una matta, giovane, fresca, alta, con lo stampo della salute fisica. Quando sono entrato nel reparto era seduta a letto e mangiava con golosità. Aveva la camicia aperta sì che si vedeva comodamente un seno. Non aveva alcun pudore, neppure la finzione del pudore. È affetta da schizofrenia, quella malattia mentale che scompone la persona umana rendendola senza senso e senza scopo» (p.9). Questo, l’incipit; emerge subito il taglio diaristico, con cui il medico, in prima persona, descrive la sua nuova paziente: prima una descrizione fisica, poi la diagnosi, spiegata con grande semplicità. Non è così facilmente delimitabile la struttura che è, anzi, decisamente personale: ad esempio, il taglio diaristico viene interrotto qua e là da appelli al lettore (che infrangono quindi l’autoreferenzialità del diario); o ancora la combinazione di episodi narrativi prevede la ripresa, qua e là, di personaggi o anche semplici comparse; i frammenti, oltre che d’argomento, sono anche di lunghezza diversissima (dalle poche righe dedicate alle descrizioni paesaggistiche o alle emozioni, fino a intere pagine). Soprattutto, benché alla fine dell’opera Tobino specifichi che i fatti narrati non sono riconducibili a reali pazienti, sappiamo dai documenti donati all’archivio (si tratta di cartelle cliniche e diari conservati dalla Fondazione M. Tobino a Maggiano, presso Lucca) che molto spesso il lavoro di psichiatra ha contribuito alla stesura di quest’opera. Infatti, uscita nel 1953, possiamo considerarla il risultato di brani stesi in anni differenti, frammenti estrapolati e rielaborati a partire dal nucleo duro dei diari, che Tobino ha tenuto giornalmente. È poi quasi impossibile evitare di cadere nell’interpretazione autobiografica dei pezzi, quando si legge che il manicomio si trova a Magliano, nome lievemente modificato della reale Maggiano, in provincia di Lucca, dove Tobino ha esercitato per decenni la sua professione.

Dunque, un’opera di tema manicomiale, così difficile da trattare senza scadere nel tecnicismo, nel patetico, o nel cinismo. Al contrario, Tobino non ha mai della malattia mentale una concezione positivistica, ma a volte diventa addirittura sacrale: molto spesso, le donne in preda ai deliri diventano addirittura statue ieratiche, dee classiche, trasfigurate. In un caso connota la donna come “bestia e dea”, sintagma che si può ben estendere a molti altri frammenti. Non mancano descrizioni e particolari carichi di un erotismo quasi mitico, proprio di una naturalità sprigionata, liberata dal pudore della morale comune. Quasi con contemplazione – ma sempre senza morbosità – Tobino coglie vicende umane e disumane con pari interesse e tatto.
Quel che sconvolge il lettore, oltre le vicende di per sé forti, è la capacità di Tobino di penetrare una realtà così difficile con una penna essenziale, che oscilla continuamente tra la secchezza da prosa latina (si vedano i tanti ablativi assoluti, la lapidarietà tacitiana, l’accusativo alla greca,…) e il moderno (distonie sintattiche, paragoni retti da amore per la concretezza,…). La sensibilità estrema è sempre permeata di sincerità: è proprio del grande scrittore trasformare in verosimili situazioni lontane dalla nostra quotidianità. E Tobino, rivalutato dalla critica in anni recenti, è scrittore da apprezzare, perfetto anche se letto a stralci, perché è proprio la sua opera a parlare per strappi narrativi cosparsi di vocazione lirica.

GMG

domenica 1 febbraio 2009

P.G. Wodehouse



La prima volta che ho letto uno dei romanzi di Wodehouse, avevo appena terminato "Mrs Dalloway". La seconda, subito dopo "Espiazione" di Ian McEwan. In entrambi i casi, ciò di cui avevo bisogno era qualcosa di non violento, non drammatico, non introspettivo, non difficile. E ovviamente non stupido. In una parola, Wodehouse.

I detrattori di Sir Pelham Grenville Wodehouse sono stati tanti. Nato nel 1881, era di due anni più giovane di Einstein, Trotsky e E. M. Forster, coetaneo di Picasso e Bartok e soltanto di un anno più vecchio di Virginia Woolf e James Joyce. Forse da uno di quella generazione ci si aspettava qualcosa di più. Soprannominato English Literature's performing flea, la scimmia ammaestrata della letteratura inglese, è autore di un corpus di circa 96 libri, in larga parte romanzi, alcune commedie e canzoni per il palcoscenico. E' uno di quegli autori che o si amano o si odiano. Chi lo odia, sostiene che letto un libro, li hai letti tutti, e che le trame sono fatte con lo stampino. Effettivamente qualcosa di vero nell'ultima affermazione c'è. La maggior parte dei suoi romanzi sono ambientati tra la upper-class inglese dei primi anni del Novecento, e hanno per protagonisti eccentrici Barons/Earls/Lords che beatamente e innocentemente causano complicazioni nelle vite di nipoti e nipotine e relative conoscenze, interponendosi fra loro e un desiderio, solitamente matrimoniale e/o finanziario. I segretari sono o snobbati o idolatrati, ma comunque tutti antipatici e pignoli. I maggiordomi sono tutti precisi, impassibili, e raddrizzano con la loro rettitudine parrebbe quasi istintiva le pericolose curvature dei loro superiori. Dopo rocambolesche avventure tra ville immerse nella campagna e raffinati quartieri londinesi, tutto si aggiusta. I soldi vengono trovati (o ritrovati), le antiche amicizie si rinsaldano, il matrimonio ha la strada spianata. 

Lo scrittore deve aver avuto qualcosa in comune con i suoi personaggi più bizzarri. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, si trovava in Francia. Già dalla precedente Guerra Mondiale, aveva comprato casa negli Stati Uniti, ma per evitare la doppia tassazione, inglese e statunitense, aveva tagliato la testa al toro e si era trasferito in una casa in riva al mare a Le Touquet. Per niente convinto della serietà della guerra che ormai era scoppiata, non ritenne necessario fare le valigie e tornare di corsa in patria, o riparare negli Stati Uniti. I tedeschi, nel 1940, lo fecero prigioniero per un anno. Venuti a conoscenza diretta della sua capacità di intrattenitore comico, e avendo accertato la completa mancanza in lui di cognizione e partecipazione politica, gli proposero di condurre alcune trasmissioni radio da Berlino. Gli inglesi, nell'anno in cui la loro capitale e altre importanti città venivano bombardate e un esercito in disfatta ritirava dalla Francia, non erano esattamente in vena. Venne accusato di tradimento e i servizi segreti fecero le loro indagini. Ma, concordando con i difensori George Orwell ed Evelyn Waugh, Wodehouse venne classificato come "naive and foolish, but not a traitor".

P.G. Wodehouse è per la satira inglese quello che Agatha Christie è per il giallo. Sì, i personaggi e le trame si assomigliano. Eppure, inizi a leggere uno dei suoi romanzi, e sai come finirà, ma non cosa ci troverai in mezzo. Come in un cubo di Rubik, pian piano tutti i tasselli si agganciano, si sistemano, guidati da un orecchio raffinato per i suoni della lingua inglese, da una mano che sgancia colpi di scena con una tempistica da Olimpiade e da una pervadente, sottile, fulminea, magistrale e secolare struttura ironica. Leggere uno dei suoi romanzi è l'equivalente del ficcare la testa sotto la sabbia. E' la cura (temporanea e comunque illusoria) ai mali del mondo, ai cambiamenti, ai telegiornali, alle veline.