lunedì 30 giugno 2008

Sulle tracce di Montale


Eccovi un'orma per riscoprire il piacere di leggere Montale, direttamente dalla mia tesina ;)
Ecco l’iter della religione del niente, dalla fede tradita di un girasole alla manifestazione del male di vivere e della divina Indifferenza, partendo dai testi di due celebri poesie di Eugenio Montale, dalla raccolta Ossi di Seppia :


Portami il girasole ch'io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino,

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire

di tinte: queste in musiche. Svanire

è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

---

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.


Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Non è un caso che siano contigue nell’economia della raccolta… Analizziamole comunque, a livello formale, individualmente. Portami il girasole ch’io lo trapianti è suddivisa in 3 strofe di 4 versi ciascuna con verso essenzialmente libero, rimata secondo lo schema : A-B-A-B - C-D-D-C - E-F-F’-E. Quella tra F ed F’ in effetti è un’assonanza più che rima vera e propria. Il chiasmo del primo verso tra i verbi e i pronomi personali è un prezioso elemento di focalizzazione sul protagonista della lirica, il girasole. Infatti a voler disegnare la X del chiasmo, la parola “girasole” sarà il punto d’incrocio. Da notare inoltre il parallelismo tra le parole iniziali dei primi 4 versi (1-2,portami-e mostri / 3-4, nel mio terreno-del cielo), a rimarcare una sorta di classicità svuotata però dei suoi contenuti e riempita di nuovi. I successivi enjambementes tradiscono lo spirito moderno della poesia. La seconda quartina è di carattere programmatico, esplicando la teoria della tensione delle cose opache alla trasparenza; così parafrasando si chiarisce il senso di movimento dal concreto-opaco-oscuro all’astratto-trasparente-chiaro che ben si identifica con una musica che si sfuma: svanire e quindi eclissarsi nell’elemento divino-trasparente è la ventura delle venture. La trasparenza ritorna così come background della strofa finale, dove ciò che era stato teorizzato trova la sua esplicazione pratica.

Spesso il male di vivere ho incontrato invece è un componimento di 2 sole quartine a rima quasi regolare: A-B-B-A - C-D-D-A . Come nota lo Scarapati qui “possiamo veder funzionare con chiarezza la poetica degli oggetti: l’affermazione iniziale non si esplica poi in descrizioni della dinamica emotiva che le accompagna, questa si traduce tutta e subito nell’incalzare delle immagini-oggetto. E’ una forma di energia contratta, concentrata, anziché distesa; ogni termine acquista un alto valore informativo; ne nasce un’impressione di definizione totale, di estrema precisazione”. Le due liriche così descritte appaiono come due passi di una religiosità costruita sul gioco trasparenza-Indifferenza che in un piano definibile come sinestetico (attenzione perché si tratta di un accostamento di musica, immagine e pensiero) si rivela essere l’unico bene di cui si ha esperienza. Offro così una parafrasi sincretica e sintetica delle due liriche come frutto e tentativo di esemplificazione delle mie cogitationes:


Conducimi quel fedele che ha sempre lo sguardo rivolto al cielo, affinché lo metta faccia a faccia con la mia realtà salata di lacrime e lui si rivolga, così, impaurito ed ansioso al cielo, con il suo volto divenuto pallido. Nella trasparenza e nella luce si esauriscono le cose, staccandosi dal reale per diventare platonicamente idee indifferenti al circostante. Come colori sbiaditi, come musiche sfumate… Svanire, sopravvivere in altra forma più evanescente, quindi, è la miglior cosa. Conducimi quel credo che guida verso l’evanescenza umana, lì dove la vita fuggita via dai tristi corpi si condensa come idea. Conducimi quel fedele innamoratosi della luce. Non di quella luce che illumina tutto, ma della luce bianca che abbaglia e sbiadisce i contorni delle cose, la divina Indifferenza. Al di là di lei e delle sue manifestazioni non ho conosciuto nessun altro bene. Ma non so se lasciarmi accecare o meno: non saprei più riconoscere il bene dal male. Adesso medito invece su ciò che “Girasole”, il fedele che mi hai condotto, non ha potuto vedere: la vita che scorre a rilento, un difficoltoso panta rei; la gente che colpita a morte si rinchiude in se stessa; l’inedia e la povertà di grandi animi giacere per la strada insieme ai loro corpi stramazzati… E nella luce d’illusoria Indifferenza, come Girasole, l’uomo ha chiuso gli occhi e ha cominciato a dormire proprio mentre la sua era è quasi al tramonto, immobile e statuario, e c’è già chi la cui vita è evaporata nella luce, simile a soffice nuvola in balia del vento… E chi invece, falco pellegrino, si leva in alto, per poi ripiombare inconsapevolmente nella realtà da cui era fuggito.

domenica 29 giugno 2008

Il caso Saint-Fiacre


"Il caso Saint-Fiacre"
di Georges Simenon
(Milano, Adelphi, 148 pgg.)

Al dipartimento di polizia di Parigi arriva una lettera. Il commissario Maigret la legge. “Il foglio era a quadretti, la scrittura diligente. –Vi informo che nella chiesa di saint-Fiacre, durante la prima messa del giorno dei Morti, sarà commesso un delitto-“. Saint-Fiacre, il piccolo borgo disperso nella campagna francese, era il paese natale di Maigret, “suo padre, per trent’ anni, era stato l’ intendente del castello”. Il commissario decide subito di occuparsi personalmente del caso, non esita a lasciare Parigi, e giunge in quella chiesa semivuota, all’ alba di un grigio e ventoso giorno d’ inverno, attende che succeda qualcosa, che l’ enigmatica profezia del foglietto di carta si avveri e il lento dialogo per salmi e cantilene tra il parroco e i fedeli, e perfino il denso fluire dell’ incenso e il suo sentore greve nell’ aria, lascino il posto allo stupore, all’ evento inaspettato e sconvolgente, al delitto. Ma cosa succeda in quel luogo, e se per davvero succeda qualcosa, o se ciò che ha tutta l’ apparenza di un mistero si riveli solo una burla, lo lascio scoprire ai lettori, poichè raccontare la trama di un giallo è come una mossa sgarbata, è come commettere un delitto. “L’ affaire Saint-Fiacre”, come ogni giallo ben congeniato, dissemina centellinando gli indizi, sino alla conclusione finale, apocalittica e liberatoria, che condivide molto dei finali corali di Agatha Christie. I personaggi, sono pavidi, sbruffoni, hanno ognuno un aspetto maligno, un desiderio nascosto, una colpa taciuta e inconfessabile, ognuno un buon motivo per uccidere. A differenza di altri romanzi di Simenon, in questo racconto Maigret appare quasi spettatore, passivo, e la risoluzione del giallo spetterà ad uno tra i personaggi. La passività del commissario è certamente una manifestazione di uno degli argomenti centrali del libro: il tema del ricordo violato. Maigret è spettatore perché la sua infanzia gli torna alla mente, gli anni felici passati al castello, il senso di sacro che i bambini attribuiscono a condizioni che poi, in età adulta, riterranno quotidiane, se non banali, il rispetto per la contessa, elegante ed altera nel suo ricordo, la soggezione nei confronti dell’ immensa biblioteca del conte, dei quadri scuri, delle stanze lunghe e dei corridoi del castello, del conte stesso. Ma il ritorno alle radici consegna a Maigret un paese completamente mutato. L’ economia del castello versa in condizioni ormai disastrose, le stanze vuote dei mobili antichi e dei cimeli preziosi, il giovane conte, incapace di darsi un lavoro ed un senso alla propria vita, spende in viaggi, macchine sportive,lussi inadeguati, amanti sanguisughe, aiutato in questo nobile tentativo di dilapidare completamente il patrimonio della casata, dalla madre, l’ anziana contessa, un tempo altera nel portamento e rispettata, ora chiacchierata, incapace di non cedere alle lusinghe di giovani e furbi segretari, e alle loro spericolate imprese finanziare, forse in cerca solamente di tenerezza e conforto, non certo di un piacere inadeguato alla sua declinante età. La realtà, così ottusa, così povera, non concede a Maigret di mantenere intatto, idealizzato, il ricordo, ma ne viola ogni contenuto, strappa ad esso ogni aura di sacro e in ogni suo aspetto lo rivela banale, insensato. Per questo Maigret, frastornato, e stupido, alle prese con lo sconvolgimento della sua infanzia, non può che essere spettatore e cedere l’ onere dell’ investigazione ad un altro tra i personaggi. Popolano il racconto una serie di figure (e di figuri) ben delineate e riconoscibili: il prete del villaggio, pavido ed impaurito, il nuovo intendente del castello, brusco nei modi e taciturno, la vecchia conoscente di Maigret, la signora Tatin, ora gestrice di un ristorante, timida, più che per carattere, per anemia di provincialismo, e bigotta, il figlio dell’ intendente, dignitoso, sobrio, scaltro, asciutto, e pronto ad ogni impegno ed evenienza, come solo i figli dei poveri che vogliano riscattare la condizione possono essere, il piccolo chierichetto della chiesa, scaltro, incantato dai messali d’ oro della chiesa, in cui Maigret si riconosce bambino. Nessun personaggio è effettivamente maligno, ma tutti sono così banali, incapaci di dare un senso alla propria vita. Ma alla fine per uno di essi ci sarà una possibilità di redenzione, uno mutamento di coscienza dopo aver toccato il baratro, una possibilità di confronto in sincerità, senza esclusioni, con la propria vita. Per questo personaggio il racconto sarà stato allora un romanzo di formazione. Per tutti gli altri, per noi lettori, “L’ affaire Saint-Fiacre” è la storia di un delitto, una storia fascinosa e scura, nella livida atmosfera di un giorno ventoso d’ inverno, in un paesino banale, che nessuno conosce, sperduto nella campagna francese. Uno dei più bei libri di Simenon. Imperdibile.

venerdì 27 giugno 2008

Cortesie per gli ospiti


"Cortesie per gli ospiti"
di Ian McEwan
Torino, Einaudi Tascabili, 2005

Quali sono le “cortesie per gli ospiti”? Le persone manifestano la loro potenza, cioè il loro potere (questo è il significato di ostentare), in molti modi (anche inconsci),e la lusinga è uno di questi. Le cortesie “pelose”, invadenti, godono nel lusingare, perché in realtà ingannano, non lasciano spazio all’ iniziativa libera e spontanea, nascondono sempre velatamente l’ aggressività di chi dà l’ ospitalità, perché obbligano a seguire un percorso tracciato, e dunque ad accondiscendere la volontà di chi ospita. Esse sono una propaggine dell’ affermazione sociale e infatti sono spesso evidenti in persone di elevato ceto sociale, perché sono un surrogato autocompiacente del potere. Anche di questo ci parla il racconto lungo di Ian McEwan.
Colin e Mary sono in vacanza in una città di mare, che non è difficile ravvisare in Venezia. Il loro rapporto è in crisi, o meglio la forza della passione si è stabilizzata in una sorta di intima amicizia, in cui anche il sesso è qualcosa di previsto. Nella stanza d’ albergo dormono in letti separati, si parlano poco, trascorrono le loro giornate nelle vie assonnate della città, che si intricano e si aprono alle piazze, nei bar galleggianti, sui ponti, sui traghetti, nelle soste ai ristoranti, o tuffandosi nella folla irruente dei turisti per annullarsi in essa, in una sorta di metodica e rassicurante procedura.
La città è talora intorpidita, talora bruciante. McEwan ne rileva i rumori, gli odori, il vociare dei turisti, il silenzio dei vicoli notturni, e quest’ atmosfera densa e declinante di crepuscolo è certo una delle bellezze del romanzo. I due protagonisti avrebbero continuato a vivere così la loro vacanza se una notte, di ritorno all’ albergo, non si fossero persi, e non avessero incontrato il loro anfitrione, Robert, che li invita ad un bar, racconta loro quell’ incubo reale che è la storia della sua infanzia, ed infine li accoglie nella sua casa, dove li ristora, li riempie di cortesie, e appresta loro una stanza, in cui, la mattina, i due ospiti, si ritroveranno nudi sui letti, senza poter trovare i loro vestiti, e senza potersi spiegare le strane modalità del risveglio. La narrazione si fa più intensa, tesa, e se l’ equilibrio della vita dei protagonisti all’ inizio del romanzo aveva per simbolo l’ elemento dell’ acqua, quasi lacustre, circolare, che torna sempre a se stesso, ora è il fuoco l’ elemento che spezza ciò che è precario e debole, in un finale drammatico che sembra un giudizio, un’ apocalisse. I temi del racconto sono molti: l’ impatto delle vite “potenti” sulle vite “normali”, e la vigliaccheria di questa potenza, fondata sulla prevaricazione sadica, ma all’ opposto anche l’ ipocrisia e l’ equilibrio finto, convenzionale delle vite “normali”, che non cercano più l’ autenticità della vita. Entrambi questi modelli di vita si mostrano nel loro fallimento. La violenza sulle donne, che non può essere accetta, come prerogativa maschile o come potenza, ma che è sempre vigliaccheria ignobile. La critica al sistema patriarcale come fondamento della società, da un lato, e dall’ altro l’ inutilità di ogni ideologia, e quindi del femminismo, se è solo parola, convinzione vuota, e non pratica operante. La difficoltà di trovare in un rapporto la mediazione tra la convenzionalità e la profondità inconscia. Per questo tema il racconto, da cui è stato tratto un omonimo film con Rupert Everett e Cristopher Walken, può essere accostato a Doppio sogno di Arthur Schnitzler.

Il sentiero dei nidi di ragno


Ci si potrebbe chiedere,e a ben ragione, perchè commentare e recensire un romanzo come "Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino. Un romanzo sulla Resistenza italiana in un periodo storico di revisionismi,negazionismi,attacchi alla Costituzione italiana antifascista, e di ritorno di vecchi e nuovi fascismi...
Forse proprio per questo.
Il romanzo di Italo Calvino,che mai amò completamente definendolo "prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo",racconta la storia della Resistenza con gli occhi di un bambino(Pin) all'interno della più sconclusionata brigata partigiana che sia mai stata raccontata. Pin è un "bambino vecchio", cresciuto precocemente,ribelle e scanzonato,viene rinchiuso in prigione per aver rubato la pistola di un occupante tedesco che nasconderà in un luogo segreto che non rivelerà a nessuno(il sentiero dei nidi di ragno,appunto). Riesce però a fuggire con un compagno di prigionia,Lupo Rosso, un partigiano che lo condurrà fra gli altri suoi compagni. Il suo scopo, però, non è quello di sconfiggere i nazisti, ma di trovare un amico che abbia le sue stesse idee, per confidarsi, per sentirsi importante.
Il romanzo venne scritto nel 1946 al ritorno di Calvino dalla Lotta partigiana. Ciò che è importante sottolineare è che il romanzo risente del contesto storico e culturale italiano,siamo in pieno neorealismo,ma al tempo stesso affioreranno quegli elementi che Calvino svilupperà negli anni seguenti: comicità,senso del surreale,ricerca su nuovi linguaggi. Importante sottolineare,in particolare, che questa storia partigiana volle esprimere nel migliore dei modi una visione della Guerra di Liberazione che contrastasse al tempo stesso quella visione(oggi ritornata in auge non a caso) reazionaria,conservatrice,negazionista, e di rimozione, ma che negasse anche quella visione espressa da gran parte della Cultura di sinistra italiana di allora di una visione mitica ed epica del partigiano. Calvino invece,raccontando i partigiani attraverso i "tipi" degli occhi del bambino Pin e della brigata di Cugino,non esprime l'eroe partigiano convinto della solidarietà di Classe(Il partigiano comunista di Fenoglio per intenderci). Racconta invece una storia di "uomini" non di "eroi",che forse per caso si ritrovarono però a combattere "dalla parte giusta".
Concludendo riteniamo che questo libro vada letto,riletto,criticato e riscoperto. Per comprendere quanto complessa e non semplicistica(vero Pansa?) sia stata la lotta di Liberazione e,qui come in altri casi,la Letteratura lo fa comprendere meglio di altri mezzi. E non sarà certo un imprenditore meneghino o quattro neofascisti riciclati a negare questa realtà.

sabato 14 giugno 2008

Niente di vero... tranne la suspense!


Niente di vero tranne gli occhi
di Giorgio Faletti
Baldini Castoldi Dalai, 2004

Una buona trama di base suscita la curiosità nel lettore, imponendogli una linea retta dall’'inizio alla fine del libro che, di per sé, è decisamente lungo rispetto alle tendenze più recenti. Nelle sue quasi cinquecento pagine, infatti, Faletti sfrutta sia tecnica narrativa che descrittiva, interrompendo di continuo storie che sembrano separate e inconciliabili per dimostrare invece alla fine che “tutto torna”. Un escamotage ben noto e utilizzato per moltissimi scrittori di thriller, dal momento che la confusione di moltissime storie parallele aiuta a sviare il lettore dal reale indiziato. Anche qui, infatti, l’'assassino si rivela essere uno dei personaggi minori, colpiti a stento dalla penna dell’'autore, sempre allontanato dall'’azione vera e propria. Insospettabile, si potrebbe definire. È vero, anche se l'’insieme lascia un poco di disgusto nel lettore, visto che questo personaggio, prima solo accennato, diventa di punto in bianco il motore dell'’intera azione.

Per quanto riguarda i delitti, sono descritti in modo piuttosto originale, ma Faletti abbandona a circa metà libro l'’aspetto truculento e psicopatico delle uccisioni per dedicarsi a quel lunghissimo filo, spesso un po’ azzardato, di indagini, per lo più condotte ricorrendo a tecnologie all'’avanguardia. Molto contemporanea e decisamente moderna è per l’'appunto l'’attenzione al mondo informatico, come pure alla ricerca scientifica, che sfiora di striscio anche uno dei grandi punti di dibattito attuale: quanto l’'uomo può spingersi in là e sopravanzare i suoi stessi limiti nella ricerca? La tematica, come è ovvio e comprensibile, è solo accennata, dal momento che Faletti teme – giustamente – di dilungarsi in particolari che distraggano dalla vicenda vera e propria.

Per quanto riguarda la tecnica, è evidente che Faletti ha composto un bel “fumettone” in grado di appassionare il lettore, senza porsi eccessivamente il problema dello stile. Infatti, accanto a ottimi scorci visivi, troviamo una serie di proposizioni banali riproposte ad eco. Un esempio illuminante è dato dalle descrizioni: sono terribilmente accademiche e pacate, esauriscono in toto un personaggio, come se Faletti avesse la fretta di porre in rilievo tutti i più cavillosi particolari, per poi non lasciare spazio ad alcuna sorpresa.
Nell'’insieme, direi che è una lettura gradevole, con un po'’ di suspense e adatta a chi, in viaggio, desidera astrarsi per qualche ora dal mondo reale.

GMG

mercoledì 11 giugno 2008

Un viaggio nella Valle di Àtopon


Valle di Àtopon
di Fabio Marzocca
Graphe.it edizioni, 2007

€ 9.00
pp. 121

Quando si iniziano a leggere le prime pagine della Valle di Àtopon, qualcosa accade: ci si lascia trasportare in una realtà a noi vicina quale è un paese italiano, Sugano, e ci si commuove per un dramma famigliare: un ragazzino, Ughino, protegge e aiuta la madre, diventata alcolizzata per debellare le visioni che la tormentano, notte e giorno. E Ughino, pur di restare accanto a sua madre, rinuncia all’infanzia, arrabattandosi per trovare il pane quotidiano, sotto gli occhi degli amici Markus e Angela, e di una comunità generosa. Sembrerebbe un dramma senza semplici vie d’uscita, questo che occupa la prima parte del romanzo intitolata “Il contatto”. In un certo senso è proprio così: la soluzione non si trova nella realtà di tutti i giorni, ma si offre quasi per caso, attraverso un viaggio in un mondo misterioso in mezzo a creature fatate e maligne. In questo modo, le due successive parti del romanzo, “La Valle” e “La cura”, narrano le peripezie dei ragazzi, sempre uniti in un terzetto pieno di solidarietà e coraggio, fino allo scioglimento della vicenda.
Dunque, come è evidente, Fabio Marzocca conserva nel proprio romanzo alcuni irrinunciabili requisiti delle storie fantastiche: bambini - come i lettori – entrano in contatto con un mondo parallelo, popolato di creature sconosciute che suscitano fantasia, paure e sorrisi. E che dire del passaggio all’altro mondo? Si tratta di una porticina in fondo al pozzo di un misterioso (e, si scoprirà, dotato di poteri magici) dottor Draconis. Quindi, una vera apoteosi di circostanze che fanno impazzire i più piccoli. Senza annoiare gli adulti, vorrei aggiungere, caratteristica non comune: benché l’evoluzione della storia sia facilmente intuibile per un lettore un po’ avvezzo a simili scampagnate della fantasia, è curioso il montaggio della vicenda. Come si diceva sopra, la storia parte da un fatto reale, da un cronotopo preciso, quasi Fabio Marzocca volesse assicurare la veridicità degli eventi successivi. Senza contare che ci sono tra le righe interessanti rimandi mitologici, le cui fonti sono rintracciabili dagli adulti, ma pur sempre storie già in sé godibilissime per bambini d’età scolare. E infine, non da meno, vorrei sottolineare che la lotta tra bene e male resta e resterà uno dei temi più avvincenti, perché congeniti all’uomo: dalla frizione tra i due opposti, questa storia, tutta suspense e buoni sentimenti.

In conclusione, vorrei segnalare che tutti i proventi dei diritti d’autore verranno devoluti per volontà di Fabio Marzocca all’Associazione Peter-Pan ONLUS, a favore dei bambini onco-ematologici. Mi pare doveroso lasciarvi qui sotto i link per acquistare il libro che potrebbe essere una divertente e istruttiva lettura estiva per i bambini d’ogni età:
Sul sito della casa editrice: ecco la pagina
O, se preferite, su IBS

Anathea

domenica 8 giugno 2008

Invito alla lettura: Vita dei campi


Vita dei campi
di Giovanni Verga
Milano, Treves, 1880

Abbandono la pretesa di recensire una raccolta di novelle a cui sono stati dedicati inchiostro, carta, neuroni ben più esimi di quelli che ha a disposizione la sottoscritta. In compenso, porto con me una pretesa non inferiore: invitarvi alla lettura di quest'opera. E invitarvi con uno spirito ben diverso rispetto a quando la professoressa al liceo (so di alcune ardite che ci provavano anche alle medie inferiori!) allungava la lista di libri per l'estate. Vorrei convincervi ad avvicinarvi al Verga verista, giovane adulto (quarant'anni esatti), con la curiosità preziosa di chi si rimbocca le maniche ma sorride. Forse è un'utopia? Proviamo.

Prima di dirvi perchè leggerlo, qualche informazione è necessaria...
La raccolta è tutta scritta tra il 1878 e il 1880, anno della pubblicazione in rivista di molte novelle e poi in volume, presso il famosissimo editore milanese Treves. Fino a questo momento, Verga ha inserito solo una volta, nella novella lunga Nedda, l'ambiente siciliano, che in Vita dei campi è il protagonista indiscusso. Tutte le storie, infatti, sono perfettamente calate nella terra d'origine verghiana, che non è mero sfondo, ma alimenta le vicende stesse. Sono, del resto, gli anni in cui la Questione Meridionale è particolarmente viva, e le recentissime inchieste di Franchetti e Sonnino (negli stessi anni anni, 1877-'78) portano alla luce la realtà del Sud Italia, una realtà così diversa dal resto del Paese da suscitare interesse e anche curiosità da parte dei lettori.
Ormai, però, Verga abbandona quell'alone di patetismo ben ravvisabile in Nedda, cala il proprio narratore popolare, mai onniscente, in mezzo alle strade polverose e riarse della sua Sicilia e lascia che siano i personaggi a parlare, a presentarsi attraverso le loro azioni o i loro pensieri (ricordate l'uso del discorso indiretto libero), ad agire. In questo modo decade la tradizione del narratore onnisciente, che dall'alto presenta il personaggio e lo giudica. Qui a giudicare sono i compaesani, riuniti in un coro d'indefinita saggezza o superstizione popolare.
Lo stesso stile, rinunciando all'aura di letterarietà che ancora troviamo nei primi romanzi verghiani (si pensi a Tigre reale, Eva, Eros ad esempio), si adatta al soggetto, ovvero adotta modi di dire, proverbi, soprannomi, nonché strutture sintattiche tipiche del parlato locale (molto spesso i "che" hanno la stessa funzione polivalente del "ca" siciliano).

Propongo qui le novelle, nell'ordine dell'edizione del 1880 (nelle successive edizioni del 1882 e del 1897 l'ordine risulta variato):
Fantasticheria
Jeli il pastore
Rosso Malpelo
Cavalleria Rusticana
La Lupa
L'amante di Gramigna
Guerra di Santi
Pentolaccia

Ora vi state certamente dicendo: ah, ecco, tutto chiaro! Bene, ora che avete trovato qualche titolo noto, e forse state già scuotendo la testa, aggiungerò qualche motivo per leggere questa raccolta. Innanzitutto, lo scrupolo documentario di Verga, che s'è basato su dati etnografici, ricerche, statistiche ecc., benché filtrato poi dall'immaginazione letteraria, offre uno spaccato davvero encomiabile della società meridionale ottocentesca. In secondo luogo, i temi proposti non hanno epoca, nè limite, a cominciare dall'amore-passione, preponderante su tutti gli altri, protagonista di almeno quattro novelle e componente delle altre. Solitamente, la situazione è quella ben nota del triangolo amoroso, in cui la coppia è minacciata dall'arrivo di una terza persona. Il trasgressore, in ogni caso, risulta sempre punito.
Un altro tema, non meno rilevante, è il motivo economico che muove la scelta del pretendente da parte delle donne, ad esempio; sempre, comunque, si contrappone a quell'ideale dell'ostrica che Verga presenta, ovvero l'ideale di un mondo di valori raccolti e tradizionali, legati al paese d'origine che li conserva come in una conchiglia.
Infine, molti personaggi vengono tacciati come 'diversi', e quindi esclusi: è stata qui rilevata una nota autobiografica in tutti gli outsider.
Come potete facilmente capire dai temi, niente è datato o superato: tutto torna, compresa la miseria che in queste pagine trasuda tanta fermezza morale quanta disperazione, trasgressione, vitalità, e coraggio...

Gloria M. Ghioni

venerdì 6 giugno 2008

Volevo la luna



Volevo la luna
di Pietro Ingrao
Torino, Einaudi, 2006

Volevo la luna”(Einaudi, 371 pagg., 18.50 euro) è un’ autobiografia, il racconto di una lunga vita, di un ragazzo che voleva fare il regista, ma che le onde invadenti della Storia, quelle che hanno sconvolto l’ umanità del Novecento, portano verso altri lidi, altri impegni, altre scelte di vita. Pietro Ingrao da grande vuole fare il cinema. I primi film sonori, l’ incanto di Chaplin, la passione per il cinema russo. Si iscrive al Centro Sperimentale, che sorge proprio accanto ad una delle residenze del Duce, nella Roma livida e contraddittoria degli anni trenta. Ingrao aveva partecipato ai Littoriali fascisti presentando una sua poesia, dal tono retorico,pomposo, fascistoide. Ma proprio l’ occasione di quell’ agone poetico gli permetterà di conoscere coetanei insofferenti verso il fascismo. Poi la guerra in Spagna, il momento forte, di svolta. Le leggi razziali, le prime cospirazioni antifasciste a Roma, la Resistenza al nord, le fughe, i nascondigli, gli attacchi, poi il ricordo netto della gioia vera del 25 luglio ’43 a Milano: il fascismo è caduto, il sogno di libertà di un’ intera generazione comincia a farsi vero. La direzione clandestina dell’ Unità, il rilancio del giornale. La Liberazione, poi un’ Italia democratica da costruire, la passione politica, che ormai è scelta di vita, le piazze piene dei piccoli paesi italiani, la gente che ascolta, l’ attentato a Togliatti e la reazione dei dirigenti del Pci, fino agli anni settanta, in un racconto che muove su due linee che continuamente si toccano, quelle lunghe, incomprensibili e dolorose della Storia, e quelle dell’ esistenza personale, degli affetti, dell’ amore per la famiglia, dei ritorni ai luoghi dell’ infanzia, delle passioni. Quando la Storia, quella lacerante e tremenda del Novecento, è la linea che comanda, ci dice Ingrao, le altre linee si indeboliscono, faticano a correre per i loro tracciati, e qualcosa dell’ esistenza si perde, si aliena. Il cinema è lontano, ma la ricerca è la stessa: è proprio in quella Storia che Ingrao ogni volta ritrova il senso dell’ umanità, non nella vita di un singolo, o di un pezzo dominante della società, ma nella volontà di un’ emancipazione collettiva. Per questo quel ragazzo voleva la luna. Consiglio la lettura delle pubblicazioni in ambito poetico di Ingrao, in particolare “Il dubbio dei vincitori”. Ingrao è stato un dirigente del Pci, presidente della Camera dal 1976 al 1979.

domenica 1 giugno 2008

La mossa del matto affogato: intervista a Roberto Alajmo



Negli scacchi la mossa del matto affogato è quella tattica con la quale un giocatore sacrifica quasi tutti i propri pezzi ma mette nell’angolo l’avversario, vinto dall’impossibilità di muovere il proprio re accerchiato da pezzi amici. Una sorta di suicidio indotto, dove lo sconfitto è causa del proprio destino mortale.
La mossa del matto affogato (Mondadori, 241 pagg. 17 euro) è anche l’ultimo libro di Roberto Alajmo, giornalista e scrittore palermitano, al suo terzo romanzo. Il protagonista, Giovanni Alagna, è un impresario teatrale privo di talento, se non quello di arrangiarsi con piccoli e grandi truffe. Sullo sfondo di una riconoscibile Palermo, viene accerchiato dalla sventure, dai creditori e dalla disperazione, in un rapido crescendo splendidamente descritto dall’autore.

Abbiamo incontrato Alajmo per discuterne insieme.

Nel tuo romanzo narri di un personaggio alle prese con piccole furberie, che a poco a poco lo soverchiano definitivamente. Ma nella vita questi personaggi spesso la fanno franca, no?
Quasi sempre. Il riferimento al Don Giovanni di Mozart, però, racconta la fascinazione e la condanna morale insieme di un personaggio ripugnante. C’è l’immedesimazione nel cattivo, mai davvero detestato. Dovendo definire in due parole il libro, userei la definizione “dramma giocoso”, un’intersecazione di due generi.

Ho trovato “la mossa del matto affogato”, un libro molto bello, con un crescendo di angoscia che avvince il lettore. Mentre, come dici tu, non si riesce a detestare il protagonista, da un altro lato i personaggi di contorno sono tutti abbastanza negativi, cialtroni, arrivisti ed egoisti. Una scelta in partenza o sono venuti fuori così durante la stesura?
Lui è un campione di una borghesia affarista, ma la moglie e le figlie, ad esempio, non sono personaggi negativi. Certamente l’humus su cui il protagonista prospera, favorisce, o quantomeno tollera, la cultura dei piccoli imbrogli. Per creare Giovanni Alagna ho preso spunto da tante persone conosciute nella mia carriera, arricchendolo con molte memorie personali.

In questa storia, come nel tuo precedente romanzo, si respira un’aria tipicamente siciliana, palermitana direi. Non temi che questo, per un autore come te, ormai stimato in campo nazionale, possa diventare un limite? Mi spiego meglio: alcuni riferimenti, certi comportamenti, perfino un modo di parlare tutto nostro, pensi che possano essere apprezzati nello stesso modo anche a Trieste?
Se io scrivessi dall’Umbria, probabilmente no. Ma la Sicilia possiede una carica metaforica eccezionale come pochi posti al mondo. Raccontando la Sicilia racconti il mondo, come l’Aleph di Borges. E d’altronde io molte cose del mondo le capisco attraverso Sciascia. O Pirandello.

Come mai la scelta di narrare questa discesa negli inferi di Giovanni Alagna in seconda persona?
Non volevo scoprire il gioco delle parafrasi di Don Giovanni. Ho messo Leporello fuori scena, voce narrante. Non voleva essere una raffinatezza linguistica, ma proprio un modo di fare entrare il lettore nella storia in modo coinvolgente. Per fare questo ho pensato a Calvino, in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Se posso trovare un denominatore comune nei tuoi tre bellissimi romanzi, è la sensazione che per questa terra le speranze di cambiamento siano ridotte al lumicino. Mi sbaglio o è questo che in qualche modo viene fuori dalle tue storie?
Se me lo avessi chiesto due anni fa, forse avrei detto altro, probabilmente adesso è proprio così. Dovremmo fare di tutto per essere ottimisti, eppure mi sembra che andiamo verso un grande collasso. Penso che entro dieci anni, tutto quanto non abbiamo fatto e affrontato in questi anni, esploderà. Dai lavori stradali mal fatti, ai precari dei call center, alle scarse professionalità in tutti campi. Solo dopo riusciremo a risollevarci, come altre volte questo paese ha fatto.

Ci lasciamo con una domanda d’obbligo: progetti per il futuro?
Fantastico, la mia domanda preferita. Sto scrivendo la biografia di un magistrato, un pretesto per una riflessione sul destino e sulla borghesia moderata, quella oggi quasi estinta, sostituita da un populismo vincente.

Marco Pomar