domenica 30 marzo 2008

Il mistero dentro alla routine


«La boutique del mistero»
di Dino Buzzati
Milano, Mondadori, 1968


Quando Buzzati nel 1968 ha mandato alla stampa questa raccolta, desiderava raccogliere in un’unica sede i migliori racconti scritti fino a quel momento. È dunque chiaro che non ci troviamo davanti a una produzione omogenea, né per cronologia, né per stile, ma è proprio nel contenuto che le narrazioni si incontrano. Tutti i racconti, infatti, trattano un aspetto diverso del mistero (da qui il titolo) nascosto nella quotidianità: a volte sono gli oggetti a celare un segreto, a volte veri e propri mostri magici (si legga, ad esempio, “Il colombre”), o a volte è lo stesso atteggiamento umano a dimostrarsi inaffidabile (una prova su tutte è il racconto intitolato “Sette piani”). Qualche volta siamo davanti a divertissement, come nel racconto “Una goccia”, o a prose liriche, come nel bellissimo “Inviti superflui”.

Quindi, un panorama mutevole che fa della varietà uno dei suoi più grandi elementi di vanto: anche a livello stilistico, i racconti possono durare poco più di un sospiro (un paio di pagine) o essere divisi in sottoparagrafi numerati (come “Il cane di Dio”).

Come sempre, in Buzzati, molti brani si offrono a una doppia lettura, sempre piacevole e degna d’attenzione: una prima scorsa letterale, che permette di godere dello stile sobrio e quotidiano, senza fronzoli ma esatto, e di una seconda lettura più approfondita, volta a carpire (tranne che nei divertissement, come suddetto) un secondo significato. Si intravedono temi sociali, pregiudizi e scoperte, irrazionalità e ipocrisia, amore e coerenza, coraggio e nostalgia… Insomma, è proprio l’universalità dei sentimenti umani ad offrirsi in prova in questi numerosi e accattivanti racconti, ideali da gustare intervallati o in un’unica corsa.

Anathea

mercoledì 26 marzo 2008

Il salotto: intervista a Giuseppe Columbo

Ciao Giuseppe,
innanzitutto grazie per esserti seduto al nostro salotto. Se già farebbe uno strano effetto, ma quanto mai positivo, poter interrogare qualcuno che già conosce Critica Letteraria, è davvero rilassante trovarsi a tu per tu (virtualmente parlando) con un nostro collaboratore.

Dunque, parliamo del tuo Quello che le foglie non dicono, e consigliamo ai lettori un'occhiata alla recensione della scorsa settimana.

Ciao cara Gloria. Grazie a te e a Critica per avermi invitato.
Sedersi su questo salotto è una piacevolissima sensazione; è la prima volta che mi capita un’occasione simile e trovo splendido sia coincisa con la tua presenza e l’interessamento di Critica Letteraria, a cui cerco di dare il mio piccolo contributo di lettore.

Vorrei innanzitutto chiederti qualcosa a proposito dei tempi di composizione. Parlando con te tempo fa, ricordo che mi dicesti che i componimenti risalivano tutti a parecchio tempo fa: quando? E quale arco cronologico coprono?

Si; come tu ben dicevi, i primi componimenti risalgono a dodici anni fa circa.
Era esattamente un’estate quando iniziai a scrivere quelli che un tempo chiamavo “pensieri”.
In Quello che le foglie non dicono si snoda un arco temporale di circa undici anni; infatti le ultime poesie della raccolta risalgono all’anno precedente alla pubblicazione.
Ecco spiegato l’alto numero di componimenti – circa un centinaio – presenti nel libro.

Essendo passato del tempo, quale approccio dedichi a questa tua prima raccolta? Nostalgia o intolleranza? Tenerezza o ritieni che siano ormai superate?

Visto che il libro parte da poesie scritte tempo addietro, provo molta tenerezza per esse ma soprattutto verso il ragazzino che ero al momento in cui le scrissi.
In alcuni momenti – e questo è possibile rintracciarlo nella lettura dei versi più recenti – rivive un po’ la nostalgia di quei anni con tutto ciò che ne consegue.
Sicuramente non provo intolleranza. Sono comunque legato al mio passato per i piacevoli momenti che m’ha regalato ma anche riconoscente per le esperienze negative che m’ha insegnato.

Come già si nota da una prima lettura, quest’amore non corrisposto è un continuo stimolo a comporre poesie, nonostante sia a tratti ineffabile e sempre inafferrabile. Cosa vuoi dirci in merito?

Concordo con la tua analisi.
L’amore non corrisposto che si percepisce nel volume si fa immagine viva e densa nei miei componimenti. Credo che questo tema dell’”inafferrabile” come stimolo allo scrivere sia abbastanza frequente in letteratura, in particolar modo nella poesia.
Diversi poeti “strumentalizzano” l’immagine-oggetto del desiderio “inafferrabile” e la ri-creano nei loro versi, plasmandola.
Concordo con Umberto Galimberti quando in un saggio scrisse che “l’assenza è il luogo dell’immagine” perché è “[…]nell’assenza che il mondo acquista un senso[…]”; e il ponte a cui giungere a questo senso è la riflessione.

Perdona la curiosità: visto che ogni Dante ha la sua Beatrice, chi ha Giuseppe? La “musa” della raccolta è una donna realmente esistente o la somma di ideali qualità?

In un certo senso, m’aspettavo questa tua considerazione; mi fa piacere l’abbia proposta perché merita la dovuta attenzione da parte mia.
In generale, le tue due differenti ipotesi possono raccogliere una sintesi.
Volendo rispondere, vorrei pensare divisa questa raccolta in un due sottoraccolte.
Ognuna di esse ha una sua “musa”.
Mi piace immaginare che mentre la prima delle due – seppur realmente esistente – è piu’ rivestita (e forse investita) dalla somma di ideali qualità, la seconda – pur essendo anch’essa “idealizzata”- è più “sostanza” e più “realtà” nonchè, attualmente, il mio piacevole presente.

Giuseppe-poeta, fin dalle prime composizioni, appare speranzoso e pessimista insieme: vorrebbe, ma non osa, ama ma non lo dichiara, se non poeticamente. Qualcosa è cambiato da allora? Vedi una predominanza di speranza o di pessimismo?

Se l’oggetto della domanda sono io ed il mio approccio all’amore, sicuramente qualcosa è cambiato rispetto ai versi delle prime composizioni.
La speranza di allora mi piace chiamarla realismo oggi.
Se invece l’oggetto della tua richiesta è il modo di “poetare” l’amore, credo che solo l’attimo e l’ispirazione del momento in cui scrivo, possano conoscere una risposta e non è detto sia necessariamente solo una delle due a predominare.

Non è un segreto (basti consultare la tua libreria su Anobii, o la recente recensione qui su Critica Letteraria) l’amore che nutri per la poesia. Quando è nato? Credi che gli studi abbiano influenzato molto la tua passione?

Dici che non passa inosservato, eh?...
Si, hai ragione, comunque. La poesia mi piace molto e, nel tempo, posso dire di averne letto diversa, anche nei generi.
Quando iniziai a scrivere alcune delle cose presenti in Quello che le foglie non dicono la mia conoscenza era quella di un ragazzino che leggeva le poesie - per studiarle! –all’interno delle poche ore di letteratura che un Istituto Tecnico per geometri riservava in calendario.
La passione vera e propria venne solo un paio d’anni dopo ed ebbe la sua origine al momento del tema della maturità.
Fui l’unico in tutto l’Istituto a scegliere di analizzare la poesia “I Fiumi” del grande Ungaretti.
Ricordo il momento della scelta come un mix di incoscienza e attrazione (dalla prima lettura, ricordo rimasi rapito dalla poesia e ne compresi subito il senso e i sentimenti del Poeta).
Da allora, quel tema ha prodotto due risultati sul mio futuro: la scelta di proseguire con dei studi umanistici all’Università e la passione per la poesia, scritta e letta.
Dunque posso dire che la passione abbia influenzato i miei studi, piu’ che viceversa!

In particolare, quali modelli poetici potresti riconoscere nella tua produzione?
Riguardo ai modelli “stilistici”, mi piace scrivere “versi liberi”, senza predefinire metriche, rime o altre strutture linguistiche.
Come tu hai avuto modo di approfondire nella recente recensione, tendo ad usare sintassi rotte e versicoli e mi viene spontaneo anche spezzare l’ultima vocale dai verbi se questo permette una transizione più scorrevole dai predicati all’oggetto.
Seguo più che altro la musicalità, il ritmo e, se possibile, cerco di limitare al massimo il numero di versi.
Per quanto riguarda i Poeti, non ne conosco molti finora.
Mi piace molto lo scrivere di Ungaretti, Baudelaire, Trakl, Montale, Neruda, Hikmet, Keats; ho letto piacevolemte diverse poesie di Prevert, Jimenez, Apollinaire; ho scoperto piacevolmente Tagore, Ivano Ferrari (“La franca sostanza del degrado” è una splendida raccolta, soprattutto nelle “poesie laconiche”) e mi sono follemente innamorato del “Canzoniere della morte” di Salvatore Toma (sa essere devastante in quanto a crudezza).
Chi in misura minore, chi in maggiore, ognuno di essi con le sue poesie m’ha lasciato qualcosa dentro. Cito tra i primi, sicuramente Toma e Ungaretti.

Vuoi definire la tua poesia con cinque aggettivi al massimo?
Romantica, Passionale, Sintetica, Ermetica, Simbolica.

Sempre a tal proposito, si sente sempre alludere al lento decadere della poesia, destinata, secondo alcune autorevoli e meno autorevoli voci, all’agonia e poi alla scomparsa. Pertanto, sono in molti a rinunciare all’ispirazione poetica, perché ritenuta ormai vana. Personalmente, non riesco a nutrire un simile disfattismo. Tu che ne pensi, visto che sei riuscito a pubblicare una prima raccolta poetica?

Questa domanda richiede qualche riga in più nel rispondere.
Permettimi questa licenza.
Sono un po’ pessimista riguardo alla valenza della Poesia, al giorno d’oggi.
Credo che fra tanti generi letterari, essa sia quello con meno pubblico (anche se nel 2007 sono aumentate le pubblicazioni poetiche, secondo recenti dati). Non mi sorprende.
Rispetto ad altri generi come un saggio, un thriller, un romanzo d’amore, addirittura un poema, penso la Poesia sia linguisticamente e strutturalmente multiforme.
Questo richiede un’educazione sufficiente alla comprensione e alla lettura che non sempre è possibile condurre, per svariati motivi; andrebbe indagato a monte il problema, ossia al momento in cui il ragazzo che ha imparato ad usare sufficientemente bene la propria lingua a scuola, s’avvicina alla lettura dei primi versi d’un componimento.
A mio modesto parere, l’insegnamento scolastico dovrebbe far conoscere l’arte del “poetare” ai ragazzi partendo dal loro contesto linguistico più vicino – quello a loro contemporaneo – e via via ricondurlo al suo utilizzo nelle epoche passate, anziché seguire cronologicamente la storia della letteratura poetica.
Potrebbe risultare utile educare i ragazzi, inoltre, ad un duplice approccio allo studio della Poesia.
Dal punto di vista linguistico-semantico, concentrarsi sul valore della sintesi, insegnando loro l’abilità di condensare un concetto in poche parole (in questo potrebbe essere preso come riferimento procedurale l’aforisma).
Dal punto di vista più puramente pedagogico, può essere inoltre fondamentale l’educazione sentimentale (la Poesia è sentimento), che può portare i ragazzi a riconoscere ed identificare le loro emozioni e a saperle “manipolare” adeguatamente al momento in cui si volesse scrivere di loro.
Ma ritornando alla generalità della tua domanda, ciò che rende (o può rendere) vana la Poesia al giorno d’oggi credo possa essere l’incapacità ad entrare in contatto con se stessi.
Come dice la Poetessa rumena, Ana Blandiana “Lo scopo della poesia è quello di ripristinare il silenzio, la capacità di tacere”.
Ho forti dubbi che il mondo attuale aiuti l’uomo in tal senso…

Dedica qualche confessione a Critica Letteraria: stai componendo ancora? E, se posso una tale invadenza, in quale direzione?

Si, sto ancora scrivendo.
Scrivo parecchio, sempre su ispirazioni fugaci ma totalizzanti.
La direzione la da tutto ciò che di nuovo vivo e sento nella mia vita, anche nelle cose mancanti; non bado ad altro se non a sentire profondamente nell’animo ciò che scrivo.
Diciamo che forse l’unica operazione di ricerca che sto intraprendendo nello scrivere è quella che di far parlare sempre di più il sacro presente in me.
Sulla scorta di questa esperienza, ritieni di proporre ancora alla stampa anche queste poesie?
L’idea c’è. Dovrò ovviamente parlarne con l’Editore.
Devo ammettere però che, a differenza della prima raccolta, stavolta opererò una scelta del materiale, qualora volessi stamparlo.
Credo che la prima pubblicazione mi ha dato la “misura” cognitiva che devo sviluppare un percorso già iniziato e la mia autocritica ha consequenzialmente preso maggior rilievo al momento in cui valuto uno scritto.
Vorrei però poter spendere due importanti parole di ringraziamento, visto che parliamo di stampa.
Una è per Davide Zedda e tutto lo staff della casa editrice La Riflessione, che m’hanno permesso di sentirmi fortunato nel poter pubblicare Quello che le foglie non dicono.
La loro disponibilità, il loro affetto verso il sottoscritto sono stati completi.
E poi ringrazio la mia cara zia, Lucia Sanna (Scrittrice di alto livello sia di racconti che di poesie) che ho voluto fortemente come prefatrice al libro e che ha speso parole importanti d’incoraggiamento per pubblicare il volume a suo tempo e altre, ancor piu’ importanti, m’ha onorato di leggerle in questa sua sintetica ma densa introduzione.
Il mio affetto per lei è veramente grande.

Infine, vuoi raccontarci se i tuoi desideri per il futuro riguardano la poesia?

Tra i miei tanti desideri nel futuro, c’è anche la poesia e il saperla coltivare sempre meglio. Inutile dire che le priorità sono altre: lo studio e il lavoro prima di tutto.
Mi auguro, comunque, di avere la possibilità di conoscere e imparare, da chi già ne ha avuto esperienza, i tanti segreti e le tante bellezze che ancora può regalare la Poesia.

Grazie mille per la tua gentilezza. Un grande in bocca al lupo per le prossime poesie e a risentirci, sempre sulle pagine di Critica Letteraria, tra una recensione e l’altra!

Grazie a te, Gloria, e a tutti i collaboratori di Critica per avermi dato la possibilità di dialogare “intorno alla Poesia” e aver fatto conoscere qualcosa di più sul conto mio ma soprattutto del libro (un altro grande ringraziamento va anche a te per la splendida ed attenta recensione fatta sulla raccolta qualche giorno fa su questo blog!).
Crepi il lupo! E…alla prossima recensione!
Un caro saluto a te, ai collaboratori e ai lettori di Critica Letteraria.
Giuseppe

Gloria Ghioni (Anathea)

sabato 22 marzo 2008

Il salotto: intervista a Francesco Cinque

Ciao Francesco,
innanzitutto grazie per aver accettato la proposta di rispondere a qualche domanda per farti conoscere meglio. Meglio in qualità di romanziere, perché invece sappiamo bene che nel mondo dei blog, con il nickname di Mio Capitano, godi di una meritata celebrità (http://penultimi.blog.tiscali.it/).

Qui, invece, ti vediamo abbandonare la riflessione ironica e autoironica a cui hai abituato i tuoi fans sul blog, per affrontare un tema insolito e spinoso quale la violenza sessuale: si tratta forse della seconda faccia della stessa medaglia, di una sfida personale o di qualcos’altro?
In realtà io non volevo parlare soprattutto di violenza sessuale nel mio romanzo. Mi interessava descrivere un personaggio ai limiti della società, stanco, che non crede in niente, nemmeno in se stesso. Volevo mostrare un tipo umano piuttosto diffuso nel nostro modo di vivere, che si trascina di giorno in giorno in un processo di autodistruzione progressiva.

Il tema dell'amore è presente sin dal titolo; ma non si tratta, come spiegato dal protagonista nel suo ultimo, finale monologo, di un amore comune. E in verità la sfera emotiva dei personaggi si colloca in un piano surreale, allucinato, in cui non esistono mediazioni ma solo tensioni estreme... Interessante il titolo che, perdonami se lo rivelo, ma si comprende praticamente alla fine del romanzo. Come mai questa scelta?
Il titolo nasconde uno dei tanti paradossi dell’amore. L’atto di amore può essere semplicemente quello di rinunciare a questo sentimento quando finalmente lo incontri nella tua vita, forse per la prima e agognata volta. L’amore può essere rinunciare all’amore, leggendo il romanzo spero si capisca meglio.

E così, “Atto d’amore”. Chi compie quest’atto, il narratore attraverso i cui occhi assistiamo al dipanarsi della vicenda, è certamente un personaggio sui generis; non un impiegato di mezza età, non un aspirante eroe, ma uno stupratore. Per quale ragione hai scelto di narrare dal punto di vista di un individuo ai confini della società?
Non lo so. Qualcuno ha detto che i cattivi sono più interessanti da raccontare dei buoni. In ogni caso io penso che siamo tutti esseri umani. Anche nel cittadino comune c’è un lato oscuro e torbido e anche nel criminale c’è un aspetto umano.

Sappiamo che generalmente ogni scrittore ha una sorta di amore-odio nei confronti del proprio protagonista: quale aspetto prevale nel tuo caso?
Non so quale aspetto prevalga in me. Ma so che scrivevo con facilità il romanzo, come se avessi instaurato un buon collegamento psicologico con il protagonista e con il suo modo distorto di vedere il mondo. In certe parti mi fa quasi pena perché è un tipo che ha rinunciato a vivere, non si aspetta niente dagli uomini e dalla vita.

La scena più forte è proprio all’inizio, quando il protagonista cerca di violentare Teresa, personaggio-fulcro del romanzo. E’ questo incipit una sorta di sfida nei confronti del lettore e in particolare del pubblico femminile?
Non so perché mi è venuto un incipit così forte. Probabilmente perché mi sono reso conto che attraverso le fasi della violenza si riusciva a capire una parte della psicologia del protagonista.

La stessa protagonista femminile, Teresa, è investita da questo doppio livello di amore e odio: il desiderio di possederla e l’odio per la sua risata piena di derisione (finta). Possiamo dunque desumere che ci sia una certa somiglianza tra i personaggi?
In effetti è vero. Teresa somiglia molto al protagonista. Sono tutti e due disperati, per ragioni diverse. Il personaggio di Teresa mi affascinava perché faceva regolarmente il contrario di ciò che ti aspetti.

Con “Atto d’amore” hai scelto di affrontare tematiche “forti” come la violenza sessuale e l’eutanasia. Cosa ha spinto la tua sensibilità di scrittore su questi argomenti controversi?
Più che altro è capitato. Non credo che si scriva un romanzo perché si vuole prendere posizione su determinate questioni. Ci si fa guidare dalla storia, dovunque essa porti. La storia e i personaggi dettano legge.

Come da te più volte ribadito, la tua città, Napoli, ha un ruolo di spicco nella tua vita di uomo, blogger e scrittore. All’interno di “Atto d’amore”, Napoli potrebbe essere considerata un personaggio a sé, sfondo vivo del racconto: cosa puoi dirci a proposito?
Ti rispondo con un brano di un mio post. Per molti anni non ho voluto ambientare le mie storie a Napoli perché detestavo certi pittoreschi aspetti da cartolina che associavo alla mia città. Poi d’un tratto zac, ho cambiato idea. Ho visto Napoli con occhi diversi non solo in letteratura. Dove prima coglievo basso folclore buono per i turisti nordici che dicono Wonderful agli scugnizzi e alle pescivendole di Porta Nolana, ora vedevo colori a migliaia, vitalità, mistero. Posti e personaggi affascinanti utili per ambientare qualsiasi storia, seria e meno seria, tradizionale o innovativa, gialli, horror, vicende politiche, di denuncia e persino avventure di fantascienza o di fantasy. I vicoli partenopei si adattano a ogni trama, intreccio, situazione o argomento riproducibili in narrativa, così mi pare adesso, e tutto possono valorizzare i chiaroscuri dei bassi, il caos delle strade, il brulicare di umanità.

Una curiosità: quando hai iniziato a scrivere il romanzo, avevi già chiaro in testa il finale o è stata una conclusione a cui sei giunto durante la stesura?
Sapevo quale doveva essere il finale a grandi linee. Un balordo trovava l’amore, lo perdeva prima della fine della storia e se ne restava a contemplare triste questa sua incredibile esperienza svanita come chi guarda la pioggia dalla finestra.

E, sempre parlando della stesura, dimmi: hai meditato a lungo la storia o è stata un’ispirazione istantanea? Se si tratta d’ispirazione istantanea, vuoi raccontarci quando e dove è nata? Da cosa?
La storia è nata molti anni fa come racconto e poi è stata tenuta nel cassetto. E’ stata ripresa e ampliata quando ho avuto una proposta di pubblicazione sul blog da parte di una persona che apprezzava i miei post. Ciò che mi spinse a scriverla fu indubbiamente il desiderio di descrivere un individuo amorale, violento e disperato che un giorno… si innamora. Volevo immaginare cosa sarebbe successo in quel caso.

Se dovessi, un po’ crocianamente, definire il tuo romanzo con una formula breve, cosa conieresti?

Un thriller che fa pensare.

Immagino ti siano arrivati molti commenti sul blog, ma anche privatamente. Vuoi raccontarci quelli che ti hanno colpito di più?
Mi sono arrivati tanti commenti di blogger che a un certo punto ho deciso di utilizzarli per una prefazione al mio romanzo, che in effetti mi piace molto, la trovo schietta e vivace. Mi ha colpito il fatto che il libro non lasciasse indifferente nessun lettore, sia quelli che mostravano di apprezzarlo, sia quelli che avevano qualche dubbio. Il mio romanzo ti costringeva a prendere posizione, mi pareva una gran bella cosa.

Consideri “Atto d’amore” un unicum nella tua produzione letteraria o conti di proseguire con qualche altra opera?
Senza dubbio penso di continuare a scrivere e penso che in quel caso parlerò ancora di personaggi con difficoltà esistenziali.

Ti ringraziamo per la disponibilità, ci auguriamo di poter ripetere l’esperienza per un’altra opera firmata Francesco Cinque.

G. Ghioni – L. Ingallinella

giovedì 20 marzo 2008

Un secondo punto di vista per "Atto d'amore"

Titolo: Atto d'amore
Autore: Francesco Cinque
Casa editrice: Graphe.it edizioni
Anno: 2008

Parlar d'amore, e che l'amore sia nuovo, e originale, e ancora respiri. Nel 2008 è quanto mai difficile non cascare in facili calchi di bassa levatura, o zoppicare nel tentativo di essere nouvi aedi d'amore. Francesco Cinque, già noto e apprezzato opinionista su un blog altrettanto noto (http://penultimi.blog.tiscali.it/)non si è lasciato contagiare dal buonismo di amori eterni, almeno non nel modo canonico a cui ci hanno abituato tante telenovelas. Al contrario, il suo protagonista (per i dettagli della trama rimando all'esaustiva disamina di Laura)rischia ogni giorno l'arresto: e con questo non parlo semplicemente di sbarre e prigione, ma l'arresto del cuore, davanti al sorriso beffardo di Teresa, amata e contrastata, che dal suo ruolo di preda riesce con una forza inconsueta a riscattarsi, diventando così cacciatrice.
E' una storia fatta di disequilibri che si compensano: dall'estremo della violenza del protagonista, alla pazzia e alla risata smisurate di Teresa.
Ci sono momenti allucinati, momenti in cui non c'è ragione a far da padrone, se non nella scrittura, calibrata e dettagliata. In questi passi, bisogna ammetterlo, è difficile non arrabbiarsi come bambini capricciosi davanti al protagonista, e battere i piedi a terra quando le sue azioni non sembrano rispondere a nessuno stimolo razionale, ma solo fisico, quasi bestiale. Dunque, è superfluo dire che il libro di Francesco Cinque turbi: innanzitutto per il tema tanto forte, e in secondo luogo per lo stile con cui ha trattato il tutto. Soprattutto l'inizio, infatti, è intriso di una volgare violenza, poco apprezzabile se isolata dal contesto, in una scena tanto scabra al punto da avvertire sulla pelle la stessa asperità dei calcinacci per terra, la stessa desolazione dell'edificio napoletano, consenziente e tacito luogo dove per poco non si consuma la violenza.

Mi sento in dovere di precisare, per senso di giustizia, che il tono poi si affievolisce: la parabola discende, e c'è un punto attorno ai tre quarti del libro in cui la tensione si affievolisce al minimo, ma non è che un punto di quiescenza, perché di nuovo le ultime pagine sono colpite dalla disperazione e dal nervosismo, del protagonista e del lettore, verso un finale che non voglio rivelare.

Vivere la storia dal punto di vista di un protagonista-antagonista è, a tutti gli effetti, difficile da accettare: rende schiavi di emozioni e sensazioni odiate, che si vorrebbero allontanare da sé. Quindi, ci troviamo davanti a una totale immersione in un mondo di frustrazione e aggressività, delusione e vendetta. Proprio questo è il merito: l'autore riesce a coinvolgere il lettore che, suo malgrado, entra a contatto con un mondo di svelato disagio interiore e sociale.


Gloria Ghioni (Anathea)

Attenzione! Tra poco tempo verrà qui pubblicata l'intervista all'autore, Francesco Cinque!!!

mercoledì 19 marzo 2008

Ai confini della società con "Atto d'amore"


Titolo: Atto d'amore
Autore: Francesco Cinque
Casa editrice: Graphe.it edizioni
Anno: 2008

E' una riflessione sull'amore come forza creatrice e distruttiva, il romanzo breve di Francesco Cinque, "Atto d'amore". Ma attenzione a non cadere nel luogo comune: non parliamo di un amore normale; "Atto d'amore" può essere definito con qualsiasi aggettivo (dissacrante, crudo e crudele, allucinato, melodrammatico) ma la normalità è un universo lontano anni luce da ciò che Francesco Cinque, blogger noto con il nick Mio Capitano, ha voluto raccontarci. "Atto d'amore" ci catapulta in un mondo di valori in negativo: un mondo in cui gli stupratori vivisezionano la propria psiche con ironia e le donne non sono vittime inerti, ma sono l'anima della sfida e della tensione. Un mondo in cui la giustizia è una giustizia fai da te, e la volgarità e la violenza sono l'unico mezzo per sopravvivere.
Un romanzo breve, dunque, in cui potremmo ravvisare un intento quasi naturalistico: incentrare l'attenzione su un personaggio ai confini della società, studiarne la parabola discendente, offrirne una rappresentazione che non sia un giudizio. Tuttavia, possiamo misurare la distanza da questo possibile modello nella scelta di far coincidere narratore e protagonista. Il racconto autodiegetico elimina il diaframma tra realtà narrata e prodotto letterario, necessario per una rappresentazione oggettiva. Il protagonista di "Atto d'amore", sbandato stupratore occasionale, racconta gli eventi che l'hanno spinto sulla sottile lama tra peccato e redenzione, e ciò che ha decretato la sua definitiva caduta. Il nostro stupratore è uno stupratore sui generis, perché nell'assurdità del suo sistema di valori riesce a vivisezionarsi con incredibile lucidità, persino con ironia. Può dirsi folle colui che sa parlare della propria follia? Il narratore-protagonista è portavoce di una filosofia disincantata da "Dio è morto", e proprio per questo la sua scarna, ironica descrizione non approda mai a un vero giudizio morale: la moralità è qualcosa di estraneo, che egli osserva ma non accoglie.
Tuttavia, in "Atto d'amore" un giudizio morale è presente, che lo si voglia riconoscere o no. All'interno della narrazione, infatti, non è presente soltanto la voce del protagonista: l'autore interviene molto spesso, dopo una scena iniziale che lascia in qualche modo sbigottiti. Gli avvenimenti sono percepiti e raccontati dallo stupratore, è vero; ma sono interpretati e giudicati dall'autore.
Istintivamente, dunque, ci chiediamo: qual è questo giudizio, in definitiva? Un tentativo di spiegazione potrebbe essere il seguente.
Tra le righe, è presente una non troppo velata simpatia verso il protagonista, che pure si macchia di azioni malvagie. Tutto il romanzo, in un certo senso, potrebbe essere interpretato come il tentativo di "umanizzare" un individuo che, in sostanza, di umano non ha nulla, e sopravvive a un livello molto vicino alla bestialità. Questo tentativo ha il suo ultimo simbolo in Simona, che nonostante il terrore dice di "comprendere" le azioni dello stupratore, trasformatosi infine in un serial killer. C'è quindi un procedimento inverso: il nostro "eroe" fallisce irrimediabilmente, e man mano che questo fallimento emerge nella sua tragicità, la penna dell'autore allenta la sua fredda analisi, la addolcisce, disperde la sua crudezza. Tuttavia, questo processo di umanizzazione si blocca in divenire, perchè l'autore, in ultima analisi, non ripudia quel sistema di valori morali che il protagonista rifiuta, o perlomeno vive in modo distorto. In un certo senso, il nostro stupratore è una "tela di Penelope": Francesco Cinque ne connota fortemente i caratteri, ma a volte torna sui suoi passi, cancellandone alcuni, smorzandoli. C'è un po' di giustificazione e un po' di condanna - un rapporto che ricorda, in un piccolo azzardo, quello tra D'Annunzio e il suo Sperelli - e il protagonista è spaccato a metà, in un dissidio irrisolvibile.
Può essere risolto questo dissidio? Credo di sì. Come? La risposta è da ricercare nel personaggio più riuscito del romanzo. No, non parlo di Teresa, donna magnetica ma prevedibile. Parlo di Napoli: sfondo vivo e vivace del racconto, con lei il protagonista dialoga continuamente, in un rapporto di confidenza amicale. Napoli è la città dei vicoli e dei mille odori, dello squallore e del fascino femminile, delle macchiette e dei filosofi. Il protagonista di "Atto d'amore" trova il suo senso profondo solo se rapportato a questo mondo. A mio avviso, non è il rapporto con Teresa a vincere nel romanzo, ma il rapporto con l'universo-società: il cittadino e la sua città, l'uomo-bestia e la società che lo allontana. L'incontro con Teresa non sarebbe stato possibile senza questo ritrovarsi al confine del sociale. E il rapporto con la società è quello con cui, inconsapevolmente, si misura sempre lo stupratore... e, in fondo, il nostro autore: tutta la storia si svolge tra la polarità "dentro i confini della società"-fuori da essa.

Laura Ingallinella

domenica 16 marzo 2008

Le parole di Giuseppe Columbo


“Quello che le foglie non dicono”
di Giuseppe Columbo
Cagliari, La Riflessione, 2007

pp. 107


La raccolta poetica di Giuseppe Columbo ospita composizioni che sfiorano i più alti e tradizionali temi della lirica di ogni tempo e di ogni dove. Innanzitutto, l’amore, per lo più contrastato, accostabile alla categoria del “sublime”, in quanto la sua bellezza spesso sembra persino impaurire l’io-lirico. Questa donna, le cui caratteristiche oggettive sono quasi sempre annegate dal sentimento del poeta, manifesta uno spirito forte e libero, talvolta rientra nel topos più tradizionale dell’ineffabile. Qualche volta, il giovane autore si spinge a versi spruzzati d’erotismo, pur mantenendo una sostanziale morigeratezza.

Oltre all’amore e a questo intrecciato, troviamo un altro tema, ovvero l’indagine interiore, gestita con lo scandaglio di parole semplici e quotidiane, accostate in brevi associazioni di versi, quasi aforistici. Se forte è il desiderio di lasciarsi andare alla dolcezza dell’amore (“Quel lento perdersi,/ infinito piacere…” da Ore), talvolta questo viene incupito da un senso di angoscia e di ansia che creano un’atmosfera più cupa. Si pensi, ad esempio, all’ultima lirica della raccolta, intitolata Passi nel ricordo: “Tintinnare nei passi,/camminati tra echi,/ di loro stati,/ a fugar un passato/ ormai calpestato.”. O ancora, un appello stesso alla propria ansia, come leggiamo qui: “Ansia chetati! // Riposati nella tomba/ della pace nuova”.
Tuttavia, il poeta non s’abbandona allo scoramento più completo, ma la speranza sembra destarsi al minimo spiraglio d’amore: “Sorrisi pieni/ regalan Paradiso terreno/ ad un cuore sconvolto”, in cui non è difficile comprendere come sia proprio l’apparizione della donna felice a regalare una pausa all’angoscia e un aprirsi del sentimento.

Molte sono le citazioni letterarie interne ai testi, talvolta addirittura ci sono riprese di arcaismi che riportano a liriche ben anteriori al Novecento. Al contrario, appare molto moderno il gusto per la sintassi rotta, per il versicolo e lo spazio bianco. Tra i tratti distintivi, troviamo poi un uso del tutto personale dei puntini di sospensione, spesso per indicare una reticenza o un’allusione a qualcosa di ineffabile, da capire “tra le righe”… Un uso un po’ insistito, a volte inutile, a volte artificioso, ma bisogna pensare che questi sono i primi tentativi poetici di un autore molto giovane che ha una sensibilità molto spiccata, da imparare a valorizzare con le parole più preziose.


Anathea

lunedì 10 marzo 2008

Visitatrice a casa propria


La visitatrice
di Maeve Brennan
Milano, Rizzoli, 2005

pp. 109

L'idea e l'intero percorso del libro, pubblicato dal dattiloscritto trovato fortunosamente all'Università di Notre Dame in Indiana, nascono dalla ricerca delle proprie radici: un tema già tante volte trattato, ma non così gettonato negli ultimi tempi. Questo romanzo breve di Meave Brennan racconta in un centinaio di pagine il percorso difficile della ventiduenne Anastasia King che, dopo la morte della madre, fa ritorno nella Dublino d'origine. Ad attenderla c'è la nonna paterna, figura spigolosa, indurita dal dolore della perdita del figlio e poco disposta a perdonare Anastasia, fuggita con la madre a Parigi. E' proprio il difficile rapporto con la nonna, austera e integerrima nelle sue scelte, a far sentire Anastasia come una "visitatrice", desiderosa d'integrarsi nella casa della sua infanzia, ma continuamente rifiutata.

Il racconto viene gestito su un doppio livello temporale: la narrazione, condotta sempre in terza persona, lascia spazio a numerosi flashback, tra loro non correlati, che lasciano riemergere il passato. Non è raro trovare anche significative riflessioni che spesso scaturiscono da un oggetto presente sulla scena o dalle circostanze. A questi elementi, che già contribuiscono a rendere il romanzo una piacevole lettura, si unisce l'uso abbondante di un dialogo verosimile e quotidiano, non privo di interessanti notazioni di costume irlandese.

Non siamo davanti a un grande libro della letteratura contemporanea, come invece sostiene nell'introduzione la traduttrice Paula Fox, ma di certo ci sono elementi che invogliano la lettura: riassumendoli, notiamo lo stile scorrevole, il tema ben eviscerato... e un finale a sorpresa molto poetico!

Anathea

sabato 8 marzo 2008

I Tre Operai di Carlo Bernari




Romanzo d'esordio di Carlo Bernari(pseudonimo di Carlo Bernard) nel 1934, asciutto e privo della retorica dannunziana dell'epoca, racconta la storia di tre operai(Teodoro, Marco ed Anna) alle prese con la drammatica questione sociale. La vicenda si snoda nell'Italia meridionale: un meridione non "da cartolina", ma nella concreta e drammatica situazione in cui i tre protagonisti si trovano costretti a vivere senza alcuna speranza per il futuro("Chi nasce operaio muore operaio"), ed impotenti rispetto a ciò che gli succede attorno. Il libro,com'era ovvio che fosse, venne fortemente contrastato dal Fascismo(lo stesso Mussolini definì il romanzo come "comunista") e,nonostante l'aiuto dell'amico Cesare Zavattini, ebbe da parte della critica culturale asservita al regime indifferenza, se non vera e propria ostilità.
Per i temi trattati ed il forte impegno politico,ideologico,e sociale il romanzo è stato definito come "precursore del Neorealismo".
In realtà,per chi scrive, questa definzione non è perfettamente consona. Teodoro,Marco, ed Anna - ciascuno a suo modo - sono infatti degli sconfitti, dei vinti, e da cui non esce fuori nessuna autentica coscienza di Classe ma,piuttosto, un'aspirazione all'avanzamento sociale, ad entrare nel mondo piccolo-borghese. Nonostante cio, l'opera rimane un'importantissima testimonianza (storica ancor prima che letteraria) della sconfitta del Movimento Operaio negli anni in cui il Fascismo si affermava e,insieme, un fondamentale documento del disorientamento delle coscienze, in quanto il lavoro stesso è inteso o rappresentato come condizione primaria di alienazione dell'uomo da sé e dai suoi simili. Su queste basi Bernari struttura il romanzo che,tuttavia, non elimina del tutto alcuni elementi dell'oramai morente Decadentismo, elemento evidenziato in particolare dalla struttura del romanzo, statico nel suo impianto situazionale.

domenica 2 marzo 2008

L'amore ai tempi del colera



“L’amore ai tempi del colera”
Di Gabriel Garcìa Màrquez
Milano, 1985, Mondadori

Trad. di Angelo Morino
€ 12,00
Pagg. 376

Quando si parla di romanzi d’amore, è facile cascare nel banale del già detto e del già letto. Anzi, è proprio inevitabile: devono dunque essere narrazione a stile a rendere l’opera degna di nota. E in questo Marquez è un vero fuoriclasse, dimostrando come un amore autentico possa non lasciarsi insabbiare dal corso degli eventi, né dagli anni. Con la scrittura densa e ricca tipica dell’autore colombiano, si percorrono gli eventi che hanno portato l’allontanamento e il riavvicinamento di Fermina Daza e Florentino Ariza, dopo oltre cinquant’anni di altri amori e altre esperienze. È incredibile, infatti, ma così terribilmente struggente la costanza che Florentino dimostra nei confronti della sua amata, il desiderio di trovare pace in altri corpi e la consapevolezza di non riuscire mai a cancellare Fermina…

Senza patetismo, ma con i tratti di una commovente storia intessuta d’immaginario e di panorami distorti dal colera, Marquez traccia una meravigliosa favola moderna che fa appello direttamente ai sentimenti, senza passare attraverso le cortine – spesso fallaci – della morale comune. Il romanzo, già in sé bellissimo, è poi impreziosito dal lessico ricco che permea le descrizioni: il tutto apre i battenti della fantasia, e lascia spaziare la mente in un altrove dove l’amore è ancora il più forte dei valori.

sabato 1 marzo 2008

Il salotto: intervista a Annamaria Tanzella

Gentile Annamaria,

innanzitutto desidero ringraziarti per aver accettato la proposta di rispondere a qualche domanda per i nostri lettori. Sentiti totalmente libera di rispondere ciò che più credi giusto, dal momento che in questa intervista virtuale vorrei stare con te a chiacchierare su un divano comodo, sorbendo te e degustando pasticcini. Rimando pertanto gli amici che vogliono unirsi a leggere la recente recensione al tuo Ali tarpate, per poi accomodarsi qui con noi.

Cara Gloria, rispondo con molto piacere alle tue attente domande, sperando di essere esauriente il più possibile.


Ogni autore mette una parte di sé in ogni opera e, d’altro canto, anche l’opera più autobiografica tradisce delle parti romanzate. Cosa vuoi dirci, a tal proposito, della trama di Ali tarpate?
Come avrai notato la prima dedica è per “Vittoria, musa ispiratrice” , ossia mia madre.
Sin da ragazzina ero affascinata dai racconti che la mia mamma mi narrava con dovizie di particolari; ella era detentrice di molte storie familiari, ed essendo una persona molto loquace, le piaceva tanto far conversazione soprattutto con me.


E di te che cosa ci vuoi dire, dal momento che in quarta di copertina si allude solo alla tua residenza barese?
La passione per la scrittura io l’ho coltivata sin da adolescente, interesse che ho incentivato mediante la lettura attenta di romanzi e racconti vari.
Lo studio per la letteratura, particolarmente per quella del Manzoni, era per me una vera passione; molte frasi del “Promessi sposi”, ancora oggi sono impresse nella mia mente.
Quando leggo ed ascolto, memorizzo le frasi che mi catturano, adoro la magia delle parole che in un concerto narrante sviluppano: storie, sensazioni, emozioni.
Cosa mi aspetto da questa pubblicazione? Comunque vada, per me è già un successo, le mie giornate ora sono ricche di emozioni e di gratificazioni personali. Non credere che non ne abbia avute! Ho una famiglia eccezionale, composta dal caro marito e tre figli splendidi, ma essi hanno la loro vita.
Io mi sono sposata giovanissima ed ho dovuto affaccendarmi con tutti loro, ora ho più tempo per me stessa e posso coltivare la mia passione.
Per quanto riguarda la mia biografia credo di averti già risposto, aggiungo solo che la mia residenza è anche la città natale, nel caso fossi stata evasiva potrai sempre inviarmi altre domande e cercherò di soddisfare ogni tua curiosità.


Prima di addentrarci tra le pagine del romanzo, vorrei domandarti da cosa è nato Ali tarpate, e se il titolo è sempre stato chiaro nei tuoi progetti di scrittura.Come è nato questo mio primo Romanzo?
Il caso ha voluto che coincidessero le circostanze, ho conosciuto la persona giusta al momento giusto: mia nuora alla quale ho dedicato un particolare ringraziamento, è stata lei ad incoraggiarmi a scrivere il romanzo, con suggerimenti tecnici di scrittura.
Il titolo “Ali tarpate” è nato ancor prima che incominciassi la storia che era dentro di me in ogni poro della mia pelle; il titolo secondo me è quello più appropriato per gli ostacoli affrontati e gli obbiettivi vanificati dagli eventi.

Ricordo che all’inizio della nostra conoscenza, mi hai spiegato che la pubblicazione di questo libro rappresentava un sogno per te: vuoi raccontarci qualcosa? Come è stato poi vedere il proprio libro in brossura nelle librerie?
L’emozione è stata indescrivibile, ancora adesso mi sembra che stia vivendo un sogno, e quando raccolgo commenti positivi e vedo occhi lucidi di commozione, mi dico, allora trasmetto quello che sento?
Questo era il mio obiettivo, ma anche comunicare storie del passato per alcuni sconosciute o dimenticate, e fornire spunti riflessivi di avvenimenti contemporanei.

E l’incontro con l’editore MEF (Maremmi Editori Firenze), come è nato?
E’ semplice, ho inviato il Romanzo per un concorso che loro bandiscono per gli autori emergenti e l’hanno giudicato meritevole di pubblicazione.

Passiamo ora al romanzo. Qual era il tuo obiettivo, durante la stesura? È stato un lavoro molto tormentato o “di getto”?
Il romanzo si ispira ad una storia vera con alcuni intrecci romanzati, come hai già evidenziato, quando ho davanti una pagina bianca la mia fantasia galoppa a briglie sciolte.

Durante la stesura, hai modificato il percorso esistenziale di Clarissa o era già tutto tracciato nella tua mente?
La stesura di “Ali tarpate” era già tracciata nella mia mente, la mia mamma da grande affabulatrice finiva poi per ripetersi.

Il personaggio principale, Clarissa, è accompagnato dalla più tenera infanzia alla vecchiaia, e della vecchiaia tracci l’inevitabile percorso d’indebolimento della donna. Per quanto delicato sia il tuo stile nel toccare l’argomento, emerge il dolore di Clarissa e soprattutto il dolore dei suoi cari. Come mai questa scelta di accompagnarla fino all’estremo delle forze?
La protagonista è colei amo particolarmente e alla quale ho pensato per prima, per cui mi sembrava giusto accompagnarla sino alla fine , per rendere più toccante il Romanzo.

Come avevo già avuto modo di notare nella recensione, non ti limiti alla vita di Clarissa, ma sfiori una miriade di personaggi minori, tutti molto interessanti: quale s’è sviluppato per primo nella tua fantasia?
Amo anche i personaggi minori, ma Claudio secondo me è quello più interessante, ci fa comprendere come l’innocenza e la sprovvedutezza portano poi ad una serie di errori.

Ora una domanda puerile, tanto per divertirsi un po’: ci vuoi rivelare segretamente chi è il per te il personaggio peggiore?
Giacomo, padre infedele, è per me il personaggio peggiore dal punto di vista comportamentale.

Quasi tutti gli scrittori vivono una specie di “depressione post-partum” alla fine del loro romanzo, quando ormai i personaggi sono dati in pasto alla stampa, una sorta di svuotamento interiore. Ti è successo?
Interessante la domanda sulla “depressione post partum” narrativo, in effetti credevo che mi sarebbe successo, invece poi mi sono sentita liberata da una storia che avevo ascoltato per troppo tempo e che ora sta suscitando interesse.

Vuoi rivelarci in veste confidenziale se hai una nuova storia in elaborazione?
Sto continuando a scrivere, ho completato un secondo romanzo di narrativa che sto trasferendo sul computer, al quale mi sono approcciata da poco: è un mondo interessante senza confini.
La mia vena creativa tenuta a freno per troppo tempo, ora è inarrestabile: in cantiere c’è già un terzo libro.

Ti ringrazio a nome di tutti i lettori per la gentilezza e il tempo che ci hai accordato. Un caro abbraccio per il momento e la speranza di poterci ritrovare presto!
Un carissimo saluto ed un abbraccio


Intervista tenuta nel febbraio 2008 da Anathea