lunedì 29 ottobre 2007

Severgnini docet [recentio semi-seria]


"L'italiano. Lezioni semiserie"
di Beppe Severgnini
Milano, Rizzoli, 2007

pp. 205

Quando ho cominciato a leggere questo bestseller - perdonate il termine forse un po' anacronistico, ma il libro ha scalato le classifiche in men che non si dica -, i sorrisi si sono veramente sprecati. Splendida la vena ironica che tempesta le varie parti del saggio, talvolta in vere e proprie grandinate di simpatia, ma senza mai annegare l'intento: farci riflettere sull'italiano. Il notissimo scrittore non si ferma alle saette grammaticali, a volte scontate per chi è o è stato uno studente diligente; piuttosto, con veri e propri raggi di esperienza, illumina territori meno esplorati dai linguisti, perché più quotidiani, o ritenuti poco degni di nota. Un esempio? Il caso della "maiuscolite" - accattivante neologismo di Severgnini -, ovvero la tendenza a utilizzare nelle lettere formali uno sproloquio di servili maiuscole; o ancora un utilissimo riepilogo sugli usi della punteggiatura, delle interiezioni, ... Ogni capitoletto, efficace perché mai pedante, fornisce esempi tratti dalla vita di tutti i giorni e, alla fine, un test (tranquilli, le soluzioni sono in fondo al libro!) sull'argomento proposto, spesso con soluzioni divertenti.
Per quanto possano essere un po' discutibili alcuni pareri personali di Severgnini sui consigli agli scrittori, consiglio a tutti questa lettura, anche centellinata a piccole dosi, come preferite, ma quasi doverosa per chi vuole dedicare un po' di tempo all'italiano con una punta di ironico acume.

Anathea

giovedì 25 ottobre 2007

Non avevo capito niente - Diego De Silva

"Non avevo capito niente"
di Diego De Silva
Einaudi, Torino 2007
pp. 310
16.00 €


Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano quarantenne, separato e con due figli. Non naviga in buone acque, lavora poco e male, arreda casa e studio (in condominio) con mobili Ikea, è ancora innamorato della moglie con cui si incontra clandestinamente.
Ma la sua vita piatta ha una serie di sussulti, quando il nostro protagonista si stanca di subire le angherie della vita e della cafonaggine diffusa della nostra società.
Da qui partono una serie di avventure raccontate con perizia da Diego De Silva, autore fino ad oggi classificato nella ricca categoria degli scrittori italiani di gialli o noir.
In Non avevo capito niente (Einaudi, pagg.310 16 euro), l’autore napoletano dimostra quanto stretta e schematica fosse questa classificazione per un autore versatile e brillante come lui. La forza del libro sta nella narrazione, con la scelta della prima persona per raccontare meglio stati d’animo e la filosofia del protagonista, che si autodefinisce, tra le altre cose, uno dei nuovi poveri dell’era moderna, quelli che non lo ammetteranno mai, che vestono in giacca e cravatta e che non hanno alcun sindacato pronto a difendere le loro ragioni.
Si parla di camorra e di rapporti umani con una leggerezza ed un humor irresistibili, dove aspetti serissimi della vita quotidiana (di una città difficile come Napoli) e dei rapporti umani, vengono derisi per le loro grossolane assurdità, incongruenze e per gli aspetti ridicoli.
Si finisce per appassionarsi alle vicende del protagonista, la cui umiltà ne giustifica i continui errori. E poi la voglia di non soggiacere alle prepotenze, cosa che in qualche modo ne sortisce un effetto positivo sulla sua immagine, una sorta di rivincita di tutti i fantozzi del mondo. L’autore si concede delle digressioni periodiche tra un capitolo e l’altro, dei pensieri a voce alta del protagonista sui massimi sistemi, sui temi che la storia gli sollecita. A volte questi divertissement riescono, a volte meno, ma è un dettaglio all’interno di un libro piacevolissimo, un’autentica ventata di aria fresca e di innovazione in un panorama letterario italiano troppo spesso simile a se stesso.

Una scorrevole e utile saggistica



"Leggere. Perché i libri ci rendono migliori"
di Corrado Augias
Mondadori, Milano 2007

Quando un'opera saggistica riesce in Italia a combattere le inquietanti leggi di mercato, è un fenomeno quantomeno degno di nota. Se addirittura l'argomento è letterario, molto meglio appurare con mano a cosa siamo davanti: se a un fenomeno solo pubblicitario, o a un insieme di banalità saldate con una mediocre ma accattivante colla. Il saggio di Augias non rispecchia né uno ne l'altro caso: diventerà un bestseller per bravura e per assoluto merito.

Le sue pagine sono una piacevole compagnia anche per i non addetti ai lavori: basta la passione per la lettura, per addentrarsi e poi riconoscersi fin da subito nelle calzanti citazioni che il famoso giornalista ha scelto. E per gli addetti ai lavori si apre un'ulteriore possibilità di lettura, andando a scovare e a integrare i pensieri di Augias con ulteriori riflessioni, frutto di passate esperienze saggistiche. Quel che tengo a precisare, oltre a ciò, è che l'opera di Augias non è un compendio: nessuno pensi di trovare il temino da prima media ben scritto e confezionato; nè si tratta di un inutile intervento memoriale, né di una pretenziosa Bibbia della letteratura.
Piuttosto, considero le pagine di Augias un'occasione e una riconferma dell'importanza della lettura, ieri quanto oggi, tra un aneddoto personale e una citazione d'autore: grazie, Corrado, per aver fatto tanto spesso l'occhiolino a noi lettori, e per averci così bene intrattenuti!

Anathea

lunedì 22 ottobre 2007

Tutt'altro che calmo il successo di Veronesi


Caos calmo

di Sandro Veronesi

Libri Oro RCS, 2007




Un libro discusso, amato e odiato, ma ha senza dubbio dominato il primo dei due giudizi, dal momento che gli è valso il Premio Strega e un successo immediato nel grande pubblico. La critica, spaccata come sempre nelle più diverse posizioni, ha dimostrato un certo compiacimento, specie per lo stile fresco e del tutto realisticamente quotidiano con cui Veronesi regge l'intero romanzo. Il grande e ineccepibile merito va alla trama, le cui premesse potevano dare adito al solito libro strappalacrime: durante una vacanza con la famiglia, al protagonista Pietro Paladini muore la compagna Lara per un aneurisma e resta così vedovo, con una figlia di dieci anni da crescere. Un incipit già sentito, ma del tutto sconvolgente è la resa e gli sviluppi della vicenda, che non mi sembra qui il caso di scoprire, perché davvero bisogna assaporare ogni pagina con il gusto per la sorpresa che aleggia di riga in riga.

Quel che posso anticipare, senza particolari perdite, è qualcosa a proposito del personaggio principale, questo io-narrante che costantemente - si escludano i dialoghi, specie telefonici, resi con un'impersonalità quasi verista - filtra la realtà. Un uomo che, come il libro stesso, o si ama o si odia: buona posizione sociale ma terribilmente immaturo, intelligente almeno quanto incapace di ascoltare fino in fondo i bisogni interiori suoi e della figlia. Curiosa davvero, e quasi tenera, la decisione di appostarsi sotto la scuola della figlia tutti i giorni fino al suono della campanella, rinunciando alle giornate in ufficio, pur di stare accanto alla bambina, sebbene questo gesto nasconda un bisogno di protezione ben meno scontato di quanto si possa pensare.Occorre inoltre segnalare una scena erotica che ha fatto molto parlare di sé: da alcune donne è stata tacciata di maschilismo prepotente, da alcuni uomini come una delle apoteosi della fantasia sessuale. Non la descriverò affatto; basti pensare che, per dividere tanto i lettori, la scena non è affatto lieve, né censurata dal buongusto - o moralismo? - imperante nella letteratura italiana, contemporanea compresa. Nell'insieme, lo definirei un "libro vero", con i pro e i contro che questo può comportare: a un linguaggio a volte triviale, ma così ben calato nella situazione, si alternano riflessioni simili a flussi di coscienza, architettati da una penna colta e ben pratica delle strutture narrative. Accattivante e irriverente, insieme.

Anathea


giovedì 4 ottobre 2007

La limpidezza... pur nei mari estremi


"Nei mari estremi"
di Lalla Romano
Einaudi, Torino 1996

€ 7,75
ISBN: 88-06-15644-6

Quando mi sono accostata a quest'opera di Lalla Romano, ero completamente digiuna del suo stile sobrio ma esatto, della sua limpidezza che contagia tutti i ricordi, e ne sono stata subito rapita.
Forse perché la vicenda è discontinua, ora memoria romantica e ora aneddoti, ora deliziosa e sorridente, ora cupa e sofferta: tutto, comprese le prime pagine sull'incontro e sull'innamoramento, porta alla terribile agonia del marito della scrittrice. Un tema difficile da trattare, specie quando vissuto così da vicino: per questo le pagine non seguono un unico filo narrativo e logico, ma sono spezzate in frammenti della lunghezza modesta di una facciata o poco più, in cui Lalla Romano coglie flashes e altre suggestioni, senza mai rischiare di cadere nel patetismo.
In più, di notevole spessore è la scelta di aggiungere a Nei mari estremi anche Minima mortalia, ovvero frammenti di qualche riga - quasi mai aforistici - che la scrittrice ha annotato: in modo appararentemente disordinato o casuale, ma in realtà molto ultile per cogliere come vivesse, lei, in quel periodo, e quali fossero i pensieri più intimi, le riflessioni mai troppo cerebrali, ma a tratti, se mi concedete il termine, illuminate.
Da notare, come già molti di voi sicuramente hanno colto, il titolo, che rimanda a una citazione di Andersen e, ancor prima, a uno splendido salmo che qui riporto, per amor di completezza, ma soprattutto perché in modo molto poetico riassume la verità della Romano:

"... pur nei mari estremi la Tua mano mi guida, mi sostiene la Tua destra! [...] l'Angelo chiuse lentamente le ali ravvolgendone il dormente, come d'un velo: era la fine del sogno. L'oscurità regnò di nuovo nella capanna di neve; ma la Bibbia era sotto il capo del marinaio, e la Fede e la Speranza nel suo cuore. Dio era con lui... pur nei mari estremi".

Anathea