sabato 14 luglio 2007

Una scrittrice inutilmente dimenticata

Quando mi sono accostata alla lettura di Gianna Manzini, non ho potuto fare a meno di restare affascinata dal suo stile di estrema raffinatezza - a volte troppa -, che le ha sempre reso incredibilmente difficile la via del romanzo. Scrittrice solariana, ne
eredita per tutta la vita l'eleganza inquivocabile di una prosa lirica, tanto basata su metafore e analogie da spingere l'esimio Contini a parlare appunto di "parossismo analogico", e l'altrettanto attento De Robertis a tacciarla di un "procedere per immagini" non sempre felice, perché a volte troppo grave.
E la scrittrice, amatissima in vita, corteggiatissima dalla casa editrice Mondadori, è passata con la sua morte, avvenuta nel 1974, a peggior vita nell'ambito letterario: risulta ora quasi introvabile sul mercato, e le carte preparatorie donate alla suddetta casa editrice, forse con la speranza di vedersi dedicato un volume dei Meridiani, sono per ora state vane. Per leggere la Manzini, siamo chiamati oggi a scartabellare cataloghi di biblioteche, o a ricorrere alle recentissime edizioni per la Libreria dell'orso.

Proprio grazie a questa piccola ma valida casa editrice, ho potuto reperire e leggere due degli ultimi romanzi-lirici di Gianna Manzini, Ritratto in piedi (1971, vincitore del premio Campiello e del riconoscimento Strega) e Sulla soglia (1973), a un passo dalla morte.

Due romanzi particolarmente sofferti dall'autrice, a causa dell'argomento biografico tanto forte e meditato, da anni. In Ritratto in piedi, l'autrice affronta il "drago" (parole della Manzini) del ricordo dell'amatissimo padre, anarchico, e non sempre compreso dalla famiglia. In analisi - ma non sotto accusa, si badi bene - il rapporto tra il padre e la madre, borghese e benestante, troppo legata al lusso e soggiogata ai ricatti della famiglia d'origine per seguire il proprio amore nella battaglia anarchica e povera. Dunque, una situazione particolarmente tesa, quella che si offre agli occhi della piccola Gianna: una famiglia separata, ore col padre e ore con la madre, entrambi amati ma non capiti fino in fondo. Romanzo di poche pagine (circa trecento, nell'edizione suddetta), ma di grande intensità, si propone di vincere e di comprendere finalmente l'immenso senso di colpa con cui Gianna ha convissuto per tutta l'età adulta: l'allontanamento dal padre amatissimo per autoaffermarsi. Un cammino inevitabile nell'adolescenza, ma il riavvicinamento al genitore è stato stroncato dalla sua morte prematura.
Tra ricordi felici, episodi di grande affetto, emerge l'integerrima etica paterna, così ammirata e talvolta incompresa da Gianna, prima bambina, poi adulta e infine anziana. E' proprio con la voce dei suoi ultimi anni che la Manzini tratteggia queste pagine di memorie, pagine degne di essere lette da tutti gli appassionati di bella scrittura, per l'immenso fascino che sembra ricordare arazzi intessuti con fili d'oro.

Anathea