mercoledì 25 aprile 2007

I vermi d'amore di Giovanna Giolla


"Vermi - diario d'amore -"
di Giovanna Giolla
TEA, Milano 2006
Collana: Neon!
Prezzo: 10.00 €
Pagg. 184


"La mia è una generazione di esploratori che non vogliono risposte.
Ci muoviamo come un virus, ammalando e ammalandoci" (pag. 170).
Così la protagonista, Monserrat, arriva a scrivere sul suo diario quasi al termine di un’avventura a tinte psichedeliche, ora in India, ora in flashback sul recente passato milanese che l’ha convinta a partire. E sulla sua ossessione, a Milano: Davide, conosciuto telefonicamente mentre la ventiquattrenne Monserrat lavora come telefonista per una linea hard.
Già da questi indizi si intuisce facilmente la strada tortuosa imboccata dall’autrice. Proprio per la vena erotica che percorre tutta l’opera, per la potenza autodistruttiva della protagonista che dichiara di non avere mai preso una decisione autonomamente, ma sempre coinvolta dalle circostanze, trovo che sia un libro che non lascia indifferenti, nel bene o nel male. Dico questo perché a tratti si ama e a tratti si odia: Monserrat parte per l’India con la speranza di una svolta – come emerge da circa metà libro -, e contemporaneamente non fa che ricordare e riscoprire il valore di quella storia con Davide che in teoria avrebbe dovuto essere cauterizzata dal viaggio. Più si addentra nel territorio indiano, più i flashback si fanno intensi, crudi, di una violenza sentimentale che annienta e corrode anche le migliori intenzioni della ragazza.

Mi sento di precisare che siamo davanti a un libro disincantato, ma non disilluso: se non ci sono filtri che isolino la crudeltà e la crudezza di alcune immagini che rasentano la perversione o le tragedie della povertà indiana, senza dubbio permane un filo sottile di speranza che riaffiora spesso, genuino e inalterato.

Per quanto riguarda lo stile, l’autrice predilige una paratassi agile, contemporanea, a volte fin troppo secca, a volte impreziosita da belle metafore, specie nelle descrizioni dei paesaggi. Spesso ci sono pensieri che sembrano slegati gli uni dagli altri, ma questa caratteristica ben si cala nella scrittura diaristica, se pensiamo alle normali associazioni mentali che proviamo giornalmente.
L’unico consiglio per il lettore è quello di abbandonare i pregiudizi prima di accostarsi a una simile opera, e lasciarsi trasportare dal racconto di un periodo folle per Monserrat - ma non vano, questo lo posso anticipare -, che contribuirà a una nuova consapevolezza di sé.

Anathea


Il blog di Giovanna

sabato 21 aprile 2007

Riflettiamo sulla traduzione


"Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione"
di Umberto Eco
2003, Bompiani
Collana: Studi Bompiani

Pagine: 395
€ 21.00

Porsi il problema della traduzione non è cosa da poco, specie in questi anni affollati da saggi e trattati sull'argomento. Ciò che Eco evita è proprio una proposta sterile di regole: la traduzione, infatti, non ha un "prontuario", ma differisce da testo a testo. Per quanto questo concetto sembri quasi scontato, è invece interessante e facile osservare che per anni non è stato così.
L'opera di Eco si pone quindi più come una splendida discussione che viene portata avanti con la sottile vena ironica e l'acutezza critica che gli competono, senza annoiare. Inutile dire che non mancano i termini tecnici, ma sono richiesti, visto che si tratta sempre di una pubblicazione di linguistica e semiotica. Tuttavia, anche i concetti che potrebbero sembrare astrusi vengono sempre corredati da esempi che spesso fanno sorridere e, proprio per questa loro caratteristica, restano facilmente impressi. In più, lo stile accattivante snellisce la possibile pesantezza.
Per quest'insieme di note, non riterrei affatto il libro riservato a un pubblico di specialisti. Almeno, non solo: quest'opera può essere letta a diversi livelli, quel che basta è una sana curiosità intellettuale e linguistica, meglio se si mastica qualcuna delle lingue europee, dal momento che molti esempi sono dal francese, inglese, tedesco e spagnolo. Mi sento di aggiungere come motivo per la lettura, anche la serie di confessioni che Eco rilascia sulle proprie opere, in occasione delle tante traduzioni internazionali: oltre alla mera riflessione linguistica, troviamo molte chiavi di interpretazione dei testi, nonché l'intentio operis.

Nell'insieme, un libro che consiglierei a chiunque desideri accostarsi a una lettura impegnata, ma non tanto accademica da cancellare il gusto di un sorriso, tra una pagina e l'altra.

Anathea

mercoledì 18 aprile 2007

L'ombra portata dal vento sulle pagine di Zafòn


L'ombra del vento"
di Carlos Ruiz Zafon
2004, Milano, Oscar Mondadori
Traduzione di Lia Sezzi

pagg. 439
€ 12.00

Il titolo ammaliante, scelto da Zafon (e mantenuto dalla traduttrice) per attirare il lettore alle sue pagine, rimanda al titolo del romanzo che il protagonista dovrà proteggere e curare per la vita intera. Si tratta di un thriller affidatogli dal padre, antiquario, in occasione del compleanno: da qui, si svilupperà la storia che coinvolgerà il protagonista, Daniel, e i personaggi minori, interessati a sciogliere gli enigmi nascosti dietro l'autore misterioso di questo fantomatico "L'ombra del vento".
Se la trama è attraente, specie all'inizio, la lunghezza del libro è forse eccessiva per il dipanarsi della storia. Per non parlare del numero esorbitante di personaggi che dilatano, di pagina in pagina, il bagaglio narrativo precedente. In più, il narratore si sente sempre in dovere di fornire di lunghe e terribilmente lineari, nonché esaustive descrizioni ogni singolo personaggio, rallentandone l'ingresso e l'azione.
Molto realistici e divertenti i dialoghi, improntati a un bello stile colloquiale che connota ora questo ora quel parlante.
Invece, lo stile "si ammazza" dopo le prime pagine, per tornare degno di nota solo qua e là, distrattamente, come se l'autore fosse stato troppo impegnato a tenere a bada l'orda di personaggi.
Nell'insieme, lo consiglio a chi vuole un romanzo diverso, ma senza pretese.

Anathea