sabato 29 dicembre 2007

La Corti traghettatrice di anime


L'ora di tutti
di Maria Corti
Milano, Bompiani, 1962
con un saggio di Oreste Macrì


Un romanzo su Otranto. No, non è solo un romanzo e non è solo su Otranto; piuttosto, dal romanzo e da Otranto la scrittrice prende le mosse per creare un vero e proprio viaggio. Innanzitutto, nella storia, visto che il libro è incentrato sulla presa turca di Otranto negli ultimi anni del Quattrocento. Inoltre, è viaggio nella memoria e nella coscienza dei personaggi, che si fanno via via io-narrante e testimoni del massacro di otrantini. Il libro si compone infatti di più parti, ognuna lasciata alla loquela di personaggi otrantini o delle milizie spagnole a Otranto. Il rischio di una simile scelta è certo la ripetitività, ma per non incorrere in questo, la Corti ha lasciato a ogni personaggio una diversa fase della storia da raccontare, e ha saputo far sì che le diverse parti si unissero tra flashback e scene in presa diretta, in una maglia ben solida.

Tutti i personaggi hanno in comune l'amore per la cittadina di Otranto, un amore tanto forte da portare tutti alla morte (da qui il suggestivo titolo): ogni personaggio lascia fluire le proprie memorie fino all'ora estrema. Di tutti, appunto, perché l'elemento di universalità naturale è fortissimo nella Corti, senza mai cascare in facili buonismi.

Purtroppo, definirei questo classico contemporaneo un'opera troppo dimenticata. Già, alla sua pubblicazione nel 1962 dobbiamo pensare che il libro è passato in parte in secondo piano a causa delle grandissime pubblicazioni dell'anno successivo (si pensi, tanto per citarne alcune, che La cognizione del dolore di Gadda e Libera nos a malo di Meneghello sono del '63). Un vero peccato, perché quest'opera della Corti merita una lettura attenta, specie nella parte delicatissima dedicata alla figura di Idrusa, dove le descrizioni e i sentimenti si sposano in una totale e assoluta armonia letteraria.

Anathea

La donna di Sibilla Aleramo


"Una donna"
di Sibilla Aleramo
Feltrinelli Economica, 2003 (43^)


Quando mi sono accostata alla lettura di quest'opera, considerata pietra miliare del femminismo in Italia, ho subito respirato con la stessa fatica che si prova a infilare la testa in una vetrinetta di mobile antico. Pesante, qualcosa di faticoso costellava le pagine di una patina ottocentesca che non se ne sarebbe andata per nessuna ragione. Sia chiaro, non sono affatto contraria alla bella prosa letteraria, anche se retrò, purchè sia funzionale al contesto e al contenuto.

Qui, oltretutto, la trama ha avuto il potere di innervosirmi moltissimo: pietra miliare del femminismo? Vogliamo chiamare in questo modo i tentativi timorosi di una donna succube prima del padre e poi del marito di emanciparsi quel poco, ritagliandosi un minuscolo spazio per sè?

Addirittura, ho letto che è stato segnalato il grande coraggio di questa donna. A parer mio, anche la critica dovrebbe prestare attenzione alla definizione di coraggio prima di appenderla con un paio di spilloni alle spalle gracili di questa protagonista. Si pensi che tenta il suicidio e, non contenta di essersi salvata, continua a vessare il povero figlioletto di terrificanti idee d'abbandono e di allontanamento.

Preferisco fermarmi qui e attendere i pareri di qualche altro lettore dell'Aleramo. Se potete illuminare qualche passaggio degno di nota, vi prego, fatelo, perché presto a me scivoleranno addosso intere sequenze.

Anathea

venerdì 14 dicembre 2007

La solitudine di Babele


Hédi Bouraoui,
Così parla la Torre CN, Wip edizioni, pp. 293 15€

-Pete Deloon, come lo chiamano nella città regina. accetta pure di addossarsi lo stereotipo di “fannullone”, di “furfantello”, di “ubriacone e di drogato” perpetuo. [...] Tuttavia, intimamente sa che “le genti della sua razza” sono la pietra angolare della storia scritta in tutti i libri e di quel territorio illimitato abbandonato agli Inglesi. Ma i Re, le Regine e i loro discendenti hanno dimenticato tutto. Lui ha la memoria lunga come un giorno senza birra. E muore dalla voglia di correggere per un momento la cicatrice dell'umiliazione che troneggia sulla saggezza del suo viso.- Questo il passo chiave dell'ultima opera di Hédi Bouraoui, “Così parla la Torre CN” edito da Wip edizioni. Il testo si presenta dal titolo come una parafrasi al presente di F.W. Nietzche (cfr. Così parlò Zarathustra) e in parte vuole riprenderne l'aspetto sentenzioso e polemico dando la parola ad un qualcosa, la Torre CN, che è fisicamente (e per assimilazione anche moralmente) super partes e come ammetterà essa stessa rimane alla superficie delle cose, “come quel sole d'acciaio dopo una tempesta di neve”. Infatti il lettore sarà subito irritato dall'artificio del narratore interno alla vicenda che costituisce un ostacolo all'immedesimazione nei personaggi con il suo tono distaccato e il suo punto di vista piuttosto lontano. Sembrerebbe quasi di sentire la voce dell'autore stesso che si nasconde dietro la figura imponente della Torre CN prestandogli la sua voce e il suo pensiero e pretendendo in cambio che gli si riconosciuta oggettività e attendibilità. Con questo meccanismo collaudato a metà tra prosa filosofica, dialoghi e narrativa spicciola Bouraoui corre spesso in realtà il rischio di apparire patetico agli occhi di un lettore disincantato che leggendone la trama, chiaramente frutto d'immaginazione e pressoché irreale, la assimilerà ad uno dei tanti romanzetti rosa in circolo nelle librerie. La ricorrenza poi delle note e le frequenti virgolette atte a segnalare i punti critici del testo mortificano il lettore privandolo di una propria interpretazione della parola scritta portandolo quasi a scaraventare il volume sul pavimento. E' solo ora, però, che riprendendolo in mano si cercherà di andare oltre il testo. La Torre CN non è altro che un mix della Turris eburnea espressione di solitudine e della Torre di Babele emblema del collettivo. In quanto Torre di informazione la stessa Torre si scopre attraversata da 286 lingue diverse, ognuna però isolata e rinchiusa in un'orribile solitudine come gli stessi personaggi del libro. La Torre CN è la reductio ad unicum della coralità del Canada, sentenziando così che non c'è peggior solitudine di quella del singolo perso nella folla. I caratteri frustrati del “prosema” (testo a metà tra prosa e poema) si stagliano chiari nell'ombra scura della solitudine e proprio come in un Bildungsroman ottocentesco si avviano verso il loro percorso di formazione, il più delle delle volte non riuscendo a completarlo. Anzi il compito del lettore diventa quello di scrivere metaforicamente l'ultimo dei 24 capitoli per raggiungere (o forse non si raggiungerà mai) una propria formazione, vale a dire il futuro è nelle nostre mani. Rispettando le tre unità aristoteliche Bouraoui, come ogni uomo, si sente libero solo con le sue catene al polso non rispettando una narrazione uniforme ed omogenea, togliendosi quindi un'altra catena dalla gola per compensare. E l'unità di tempo ritorna utile come espediente narrativo per evidenziare la centralità della Torre CN che girando su se stessa alla stessa velocità angolare del mondo (360° in 24 ore) è l'unica ben inserita nel contesto umano canadese perché si muove in sintonia con ciò che la circonda. Nonostante uno stile nuovo che parzialmente non collima nella sua forma con l'essenza dei contenuti (sarà per l'abitudine a leggere questi temi in altri contesti letterari?) ad Hédi Bouraoui va riconosciuto il merito di aver saputo creare una composizione corale diretta dalla Torre CN, non sempre ben amalgamata e uniforme, specchio del mosaico etnico canadese.

domenica 2 dicembre 2007

I barbari


I barbari
di Alessandro Baricco


Di saggio non si tratta, occorre premurarsi subito di avvisare i lettori, come Baricco specifica in prima pagina, con una breve premessa in cui accenna al lavoro editoriale che ha preceduto la pubblicazione. Con "I barbari" siamo davanti a una raccolta di brani argomentativi apparsi sulla Repubblica da maggio a ottobre 2006, con l'obiettivo di focalizzare l'attenzione sulle mutazioni in corso, in più ambiti. Diciamo che vari campi d'indagine - passiamo dal gusto per i vini, al calcio, a Google, ai libri, o ancora alla musica, ... - sono una brillante esemplificazione dei cambiamenti in atto, cambiamenti che Baricco sottolinea essere sempre esistiti, e probabilmente sempre vissuti con un turbamento simile a quello che troviamo negli intellettuali di oggi.

Non occorre costruire un muro davanti ai cambiamenti della civiltà, ma, d'altro lato, è errato lasciare il campo libero a una sconsiderata mutazione: "enorme sarebbe il compito storico di una politica culturale se solo coloro che la pensano capissero che non il salvataggio furbesco del passato, ma, sempre, la realizzazione nobile del presente è quanto si deve fare per assicurare alle intelligenze una minima protezione dall'azzardo del mercato puro e semplice" (pag. 162). O ancora: "Quel che diventeremo continua a esser figlio di ciò che vorremo diventare. Così diventa importante la cura quotidiana, l'attenzione, il vigilare" (pag. 179).

L'analisi, a tratti impietosa e dura, è comunque impreziosita e, se mi concedete il termine un po' banalizzante, alleggerita dallo stile di Baricco che, come sempre, è anzitutto narratore. E si vede con quale facilità agganci il lettore, anche quando le pagine ospitano qualche rocambolesco sperimentalismo, come nel caso dell'incipit: ben oltre venti pagine sono occupate dalla scelta ragionata delle epigrafi, ma vi assicuro che sarebbe un delitto che non ci fossero! Anche se non fondamentali, sono un passo di grande interesse per lasciarsi trasportare nel clima dell'intera opera.

Al termine, troviamo note a cura di S. Beltrame e C. Bizzarri, volte a indirizzare e appoggiare il lettore nella spiegazione di personaggi di nicchia o, comunque, meno noti al grande pubblico. Note riassuntive, non c'è dubbio, ma altrettanto efficaci per dare delucidazioni sul contesto.
Segue una sezione intitolata "Date", in cui troviamo registrati i principali eventi storici, culturali e sociali che sono avvenuti durante la scrittura de "I barbari", influenzando sicuramente la stesura delle singole parti di saggio.
Saggio ibrido, forse, un po' variegato per l'assenza di quel labor limae che lo stesso Baricco ammette, all'inizio del libro. Nonostante qui e là si senta la mancanza, per l'appunto, di una struttura globale e di una revisione, "I barbari" resta una lettura assolutamente da non perdere, per aprire quei paraocchi che spesso scostiamo, con fatica e dolore, mentre qui si aprono nuove prospettive, problematiche ma ugualmente speranzose.

domenica 25 novembre 2007

I racconti di un nonno di Puglia



M. Viterbo
Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo,memorie,fatti,testimonianze,
Schena Editore, pp. 318, 35€


Capita a tutti,ogni tanto, di sedersi attorno al focolare ad ascoltare le vecchie storie del nonno che iniziano quasi sempre con un augusto “Ai miei tempi…” e che si ripetono spesso alla stessa maniera, con le stesse parole impresse a fuoco nella mente dell’anziano. Con lo stesso spirito si snoda il libro pubblicato postumo di Michele Viterbo, “Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo”, dato alle stampe dai figli ed in particolare dalla compianta Silvia Viterbo De Jaco.
Il titolo in realtà non rende completamente giustizia al testo e ai temi trattati che sono circoscritti alla sola città di Castellana Grotte, paese natio dell’autore, interpretabile come una paradigmatica chiave di lettura della situazione del Meridione “dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo”.
Dopo un doppio preambolo a cura del presidente della società finanziatrice (Cassa Rurale ed Artigiana di Castellana Grotte - Credito Cooperativo, ndr) e della famiglia dell’autore che sottolinea il grande lavoro di rilettura e di riassemblaggio delle bozze manoscritte di Michele Viterbo, gli occhi del lettore si perdono in una Castellana d’altri tempi tra i “piccoli fusi gonfi di lana bianca” e “pentole e tegami di lucido rame”. E’ la città ai tempi dell’infanzia dell’autore, quando per le strade “taluni contadini, i facchini, i chiazzieri portavano ancora i cerchietti d’oro alle orecchie e il turbante rosso in capo”. Un inizio pittoresco per un discorso, quello degli avvenimenti precedenti la nascita dell’autore (tema della prima parte del volume), che si snoda efficacemente dalle antiche dicerie e leggende popolari fino ai tumulti del 1903 passando per gli argomenti più disparati come i patrioti castellanesi, l’emigrazione e le feste religiose.
La seconda parte del volume invece tratta gli eventi direttamente vissuti dall’autore, ed è qui che il senile cicaleccio della lingua sulle gengive, tipico dei racconti popolari, si estingue in una narrazione più ampia e scorrevole quasi come un’iniezione di vita. L’autore sceglie per iniziare questa seconda trance, di rendere omaggio alla figura del padre, prematuramente morto quando Michele aveva poco più di 16 anni. Continuando la lettura si scopriranno argomenti di vario interesse tra cui in particolare i tumulti del 1907, Castellana nel periodo della prima guerra mondiale, il talento del pittore Francesco Dell’Erba, il fascismo a Castellana, le case popolari e le grotte. Qui si spezza il filo narrativo del volume e prendono corpo i pensieri e le considerazioni dell’autore ben riassunte dal manoscritto di una lettera del 1946, scritta al fratello in occasione del referendum istituzionale di quell’anno e riportata dai curatori dell’edizione.
Chiudendo questo libro il lettore interessato e magari un po’ campanilista proverà una certa malinconia e lo vorrà riaprire per riscoprire il piacere di un libro da sfogliare, privo del triste e piatto contrasto tra le nere parole e il bianco delle pagine, ma con i colori sbiaditi e ingialliti delle numerosissime illustrazioni che corredano utilmente il testo. E si può essere ben certi, meravigliandosi come bambini dell’iniziale fluida commistione linguistica tra italiano e vernacolo e della ricchezza dei contenuti che nonostante la pubblicazione sia stata postuma non può che rispecchiare totalmente il pensiero dell’autore, offrendo al pubblico di appassionati lettori del “tempus actum” un’opera di inestimabile valore.

mercoledì 21 novembre 2007

La leggenda di domani


La leggenda di domani
di Maria Corti
San Cesario di Lecce, Manni Editore, 2007
con una prefazione di Cesare Segre e una postfazione di Anna Longoni

Una delle prime prove narrative della Corti, famosa luce filologica e critica letteraria pavese, La leggenda di domani è un racconto di meno di cento pagine, pensato per un dittico narrativo. L'opera, in lavorazione dal 1945, è stato proposto in parecchi concorsi, ma rifiutato e archiviato, forse per via della fortissima componente autobiografica che muove le fila del racconto. Infatti, la protagonista, la giovane Paola, fuggita dal collegio, sceglie di vivere nella masseria pugliese del pescatore Oronzo. Qui avviene la sua crescita, punteggiata dalla saggezza popolare e dal fascino di un panorama marino quasi visibile. La permanenza sarà turbata dall'arrivo di un ingegnere torinese che diverrà promesso sposo di Paola, e con la partenza dal paese si chiude la narrazione.

Quel che affascina, indubbiamente, è lo stile ineccepibile ma non per questo innaturale, con cui la Corti si addentra nel mondo dei pescatori pugliesi, come farà in seguito con l'acclamata Ora di tutti (1962). Senza cadere nella trappola di intellettualismi, la scrittrice non disdegna qualche riferimento al Verga dei Malavoglia, specie nella figura di Oronzo che sembra un meno stanco Padron 'Ntoni.

D'assoluto fascino anche il rapporto con la natura, sempre compagna della narrazione, ma descritta solo qua e là, senza indugiare in dettagli, ma cogliendo lo spirito che muove il mondo.

Quasi a commemorare la figura generosa e amata di Maria, quest'anno è stata pubblicata questa sua opera, curata da Anna Longoni e Cesare Segre che hanno illustrato la situazione testuale e contenutistica rispettivamente nella postfazione e nella premessa.
Da leggere, assolutamente!

Anathea

giovedì 15 novembre 2007

"L'innocenza" e la malizia in compagnia di Tracy Chevalier

Dopo il successo travolgente de La ragazza con l'orecchino di perla (da cui, peraltro, è stato tratto un film che a mio parere ha reso ben poco l'agilità del romanzo) Tracy Chevalier si ripropone al pubblico con un nuovo romanzo di ambientazione storica, L'innocenza.
Ci troviamo in Inghilterra, nel 1792. All'opinione pubblica giungono minacciose notizie riguardo lo sconvolgimento politico provocato dala Rivoluzione Francese. La capitale del Regno Unito, Londra, ha tutti i caratteri di una città in piena industrializzazione, nel selvaggio sfruttamento delle risorse e delle persone.
La narrazione è incentrata su una famiglia di fabbricatori di sedie, i Kellaway, giunti a Londra dalla campagna per tentare fortuna e dimenticare la morte di uno dei figli, Tommy; tutto il romanzo ruota attorno ai componenti di questa famiglia, il loro rapportarsi alla nuova realtà: in definitiva, il loro crescere o il loro fossilizzarsi in reazione al cambiamento.

In particolare, la Chevalier punta la sua attenzione sul giovane figlio dei Kellaway, Jem, che stringe amicizia con una monella londinese, Maggie, e insieme a lei subisce il fortissimo fascino esercitato da un loro vicino di casa, il misterioso poeta William Blake.

Il romanzo risulta governato da una netta polarità. Abbiamo degli scontri emblematici a diversi livelli di lettura. E' chiarissima l'opposizione campagna-città: come in tanta letteratura, la campagna è interpretata dalla Chevalier come il luogo della purezza e della pace, della certezza dei valori, della sicurezza economica; la città si erge - agli occhi del giovane paesano - come un mostro multiforme di miseria e sporcizia, in cui il fumo impedisce di vedere il cielo e i mores vengono messi in discussione. Simbolo della città è la giovane Maggie: la monella, agli occhi di Jem, è perfettamente capace di vivere all'interno del mondo in cui è nata e cresciuta.

Tuttavia, le apparenze ingannano. E veniamo quindi alla seconda opposizione, quella che dà il titolo al libro: innocenza e malizia.
A una lettura superficiale, Maggie potrebbe sembrare portavoce in toto del secondo elemento, vista la sua disinvoltura e il suo aperto atteggiamento di sfida, così come Jem potrebbe essere interpretato come "innocente" per eccellenza. Ma, come ho già detto, le apparenze ingannano. E ce lo fa notare il mentore, per così dire, di questa opposizione: William Blake, autore di Canti dell'innocenza e Canti dell'esperienza.

Jem e Maggie sono gli unici personaggi veramente attivi nell'economia della storia, i veri protagonisti di una sorta di "romanzo di formazione". Essi sono "fotografati" in quello stadio in divenire che è la prima adolescenza: e un personaggio in divenire non può non contenere in sé gli opposti, come fa loro intuire Blake in una sorta di "maieutica in pillole". Innocenza e malizia non sono prerogative assolute di questo o quel personaggio, ma coesistono tanto in Jem quanto in Maggie: il primo si stupisce dei propri desideri nei confronti della monella, le sue riflessioni mostrano un disincantato realismo fin troppo adulto; la seconda è capace di perdersi per le vie di Londra, di aiutare un'amica in difficoltà nonostante il suo cinismo, e porta con sé un segreto che ancora la tormenta.

La vera crescita dei personaggi consiste nella presa di coscienza di questa compresenza degli opposti. Tuttavia, la fine smentisce questo percorso. Per questo ho usato delle virgolette di precauzione qando ho parlato di "romanzo di formazione". La narrazione si conclude con un sostanziale ritorno alla situazione di partenza: Jem e la sua famiglia ritornano nell'Eden paesano, Maggie ritorna nella sua grande, grigia città dopo un addio senza rancore.

La nuova consapevolezza sembra esser stata cancellata con un tristissimo colpo di spugna. Mi pare sia stato questo il piccolo grande fallimento di Tracy Chevalier, in questo romanzo, al di là del ritmo narrativo sempre vivace e della ricostruzione storica magistrale.

In testimonianza dell'esperienza che ha rivoluzionato l'innocenza, restano solo due copie dei Canti di Blake. Innocenza e malizia restano confinate a un livello puramente ideale o istintuale: la vita non subisce variazioni. Si tratta forse di un messaggio pessimistico da parte dell'autrice, o ci troviamo di fronte a una riflessione non del tutto conclusa?

mercoledì 14 novembre 2007

L'amore e il sesso per Buzzati


Un amore
di Dino Buzzati
Milano, Mondadori

Una storia conosciuta e di base banale è occasione per Buzzati per dare prova di una efficacissima capacità narrativa, innovativa e spregiudicata, soprattutto se si pensa che il libro è comparso per la prima volta nei primi degli anni Sessanta. Infatti, la relazione tra un ultracinquantenne, Antonio Dorigo, e Laide, una maschietta ventenne milanese ha le caratteristiche di molti altri romanzi: sesso, gelosia, tradimenti, un addio (forse) e tanti tentativi per privarsi a quella fissazione che il protagonista considera amore. Da un punto di vista puramente narrativo, la trama è esile e banale.
Ciò che rivaluta il libro intero è lo scavo psicologico, caratterizzato da una sorta di flusso di coscienza che scorre libero, senza punteggiatura, come se Buzzati/Dorigo si lasciasse trascinare dalla folla di pensieri, tutti urgenti e strettamente correlati, anche se a volte le associazioni avvengono di particolare in particolare, senza una logica particolare. Alcuni passaggi richiedono per questo una seconda lettura, specialmente nelle fantasie erotiche che Antonio dedica alla Laide, quando lei si intrattiene con altri uomini.
Al di là del risvolto erotico, trattato con particolari spinti per l’'epoca, subentra l’'amore vero e proprio, o almeno ciò che Antonio definisce tale. Una serie di piccole ossessioni, terrori, manie e desideri che si piegano davanti alla figura di Laide, prepotente detentrice di potere nei confronti di Antonio, perennemente disponibile per lei e in ginocchio davanti alle sue richieste, spesso danarose o di grande cinismo. Ogni tentativo di fuggire all'’amore per Laide fallisce, e si sottolinea così il potere distruttivo e continuamente rinnovato del sentimento, in grado di superare sempre gli argini della ragione, trovando un Antonio perenne vittima.

Lo stile è piacevole, narrativo e curato. I periodi si alternano, cadenzati e attenti, ad altri veloci, privi di punteggiatura, grammaticalmente confusionari, coerentemente alla frattura d’animo del protagonista. Anche i dialoghi sono frutto di un’accurata ricerca espressionistica, con espressioni del parlato tipiche dell’area milanese, distanziando per bene i diversi status sociali dei protagonisti e delle figure minori.

lunedì 12 novembre 2007

Itinerario di un buon saggista alvariano

Corrado Alvaro. Itinerario di uno scrittore.
di Luigi Reina
Soveria Mannelli, Rubbettino, 1994


Utile l'approccio di Reina, professore dell'Università di Salerno e esimio studioso, in merito all'opera di Corrado Alvaro. Con grande fluidità saggistica, in una prosa accattivante e ben strutturata, riprende alcuni tra i temi più frequentati dallo scrittore calabrese: per citarne alcuni, Memoria e Epos, Civiltà ed Eros, Giornalismo e Letteratura, L'universo del racconto, Realismo, Sperimentalismo, Utopia...

Quindi, non siamo di fronte a trattazioni relative a singole opere, ma ai fili rossi che uniscono varie parti della produzione alvariana.

Non lo consiglierei tra i primi libri di critica su Alvaro, ma sicuramente da leggere con attezione per chi s'è già affacciato al panorama dello scrittore, specie per i numerosissimi riferimenti in nota alle opere, citazioni e agganci alla critica fino al 1994, anno della pubblicazione dell'opera di Reina.

Anathea

lunedì 29 ottobre 2007

Severgnini docet [recentio semi-seria]


"L'italiano. Lezioni semiserie"
di Beppe Severgnini
Milano, Rizzoli, 2007

pp. 205

Quando ho cominciato a leggere questo bestseller - perdonate il termine forse un po' anacronistico, ma il libro ha scalato le classifiche in men che non si dica -, i sorrisi si sono veramente sprecati. Splendida la vena ironica che tempesta le varie parti del saggio, talvolta in vere e proprie grandinate di simpatia, ma senza mai annegare l'intento: farci riflettere sull'italiano. Il notissimo scrittore non si ferma alle saette grammaticali, a volte scontate per chi è o è stato uno studente diligente; piuttosto, con veri e propri raggi di esperienza, illumina territori meno esplorati dai linguisti, perché più quotidiani, o ritenuti poco degni di nota. Un esempio? Il caso della "maiuscolite" - accattivante neologismo di Severgnini -, ovvero la tendenza a utilizzare nelle lettere formali uno sproloquio di servili maiuscole; o ancora un utilissimo riepilogo sugli usi della punteggiatura, delle interiezioni, ... Ogni capitoletto, efficace perché mai pedante, fornisce esempi tratti dalla vita di tutti i giorni e, alla fine, un test (tranquilli, le soluzioni sono in fondo al libro!) sull'argomento proposto, spesso con soluzioni divertenti.
Per quanto possano essere un po' discutibili alcuni pareri personali di Severgnini sui consigli agli scrittori, consiglio a tutti questa lettura, anche centellinata a piccole dosi, come preferite, ma quasi doverosa per chi vuole dedicare un po' di tempo all'italiano con una punta di ironico acume.

Anathea

giovedì 25 ottobre 2007

Non avevo capito niente - Diego De Silva

"Non avevo capito niente"
di Diego De Silva
Einaudi, Torino 2007
pp. 310
16.00 €


Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano quarantenne, separato e con due figli. Non naviga in buone acque, lavora poco e male, arreda casa e studio (in condominio) con mobili Ikea, è ancora innamorato della moglie con cui si incontra clandestinamente.
Ma la sua vita piatta ha una serie di sussulti, quando il nostro protagonista si stanca di subire le angherie della vita e della cafonaggine diffusa della nostra società.
Da qui partono una serie di avventure raccontate con perizia da Diego De Silva, autore fino ad oggi classificato nella ricca categoria degli scrittori italiani di gialli o noir.
In Non avevo capito niente (Einaudi, pagg.310 16 euro), l’autore napoletano dimostra quanto stretta e schematica fosse questa classificazione per un autore versatile e brillante come lui. La forza del libro sta nella narrazione, con la scelta della prima persona per raccontare meglio stati d’animo e la filosofia del protagonista, che si autodefinisce, tra le altre cose, uno dei nuovi poveri dell’era moderna, quelli che non lo ammetteranno mai, che vestono in giacca e cravatta e che non hanno alcun sindacato pronto a difendere le loro ragioni.
Si parla di camorra e di rapporti umani con una leggerezza ed un humor irresistibili, dove aspetti serissimi della vita quotidiana (di una città difficile come Napoli) e dei rapporti umani, vengono derisi per le loro grossolane assurdità, incongruenze e per gli aspetti ridicoli.
Si finisce per appassionarsi alle vicende del protagonista, la cui umiltà ne giustifica i continui errori. E poi la voglia di non soggiacere alle prepotenze, cosa che in qualche modo ne sortisce un effetto positivo sulla sua immagine, una sorta di rivincita di tutti i fantozzi del mondo. L’autore si concede delle digressioni periodiche tra un capitolo e l’altro, dei pensieri a voce alta del protagonista sui massimi sistemi, sui temi che la storia gli sollecita. A volte questi divertissement riescono, a volte meno, ma è un dettaglio all’interno di un libro piacevolissimo, un’autentica ventata di aria fresca e di innovazione in un panorama letterario italiano troppo spesso simile a se stesso.

Una scorrevole e utile saggistica



"Leggere. Perché i libri ci rendono migliori"
di Corrado Augias
Mondadori, Milano 2007

Quando un'opera saggistica riesce in Italia a combattere le inquietanti leggi di mercato, è un fenomeno quantomeno degno di nota. Se addirittura l'argomento è letterario, molto meglio appurare con mano a cosa siamo davanti: se a un fenomeno solo pubblicitario, o a un insieme di banalità saldate con una mediocre ma accattivante colla. Il saggio di Augias non rispecchia né uno ne l'altro caso: diventerà un bestseller per bravura e per assoluto merito.

Le sue pagine sono una piacevole compagnia anche per i non addetti ai lavori: basta la passione per la lettura, per addentrarsi e poi riconoscersi fin da subito nelle calzanti citazioni che il famoso giornalista ha scelto. E per gli addetti ai lavori si apre un'ulteriore possibilità di lettura, andando a scovare e a integrare i pensieri di Augias con ulteriori riflessioni, frutto di passate esperienze saggistiche. Quel che tengo a precisare, oltre a ciò, è che l'opera di Augias non è un compendio: nessuno pensi di trovare il temino da prima media ben scritto e confezionato; nè si tratta di un inutile intervento memoriale, né di una pretenziosa Bibbia della letteratura.
Piuttosto, considero le pagine di Augias un'occasione e una riconferma dell'importanza della lettura, ieri quanto oggi, tra un aneddoto personale e una citazione d'autore: grazie, Corrado, per aver fatto tanto spesso l'occhiolino a noi lettori, e per averci così bene intrattenuti!

Anathea

lunedì 22 ottobre 2007

Tutt'altro che calmo il successo di Veronesi


Caos calmo

di Sandro Veronesi

Libri Oro RCS, 2007




Un libro discusso, amato e odiato, ma ha senza dubbio dominato il primo dei due giudizi, dal momento che gli è valso il Premio Strega e un successo immediato nel grande pubblico. La critica, spaccata come sempre nelle più diverse posizioni, ha dimostrato un certo compiacimento, specie per lo stile fresco e del tutto realisticamente quotidiano con cui Veronesi regge l'intero romanzo. Il grande e ineccepibile merito va alla trama, le cui premesse potevano dare adito al solito libro strappalacrime: durante una vacanza con la famiglia, al protagonista Pietro Paladini muore la compagna Lara per un aneurisma e resta così vedovo, con una figlia di dieci anni da crescere. Un incipit già sentito, ma del tutto sconvolgente è la resa e gli sviluppi della vicenda, che non mi sembra qui il caso di scoprire, perché davvero bisogna assaporare ogni pagina con il gusto per la sorpresa che aleggia di riga in riga.

Quel che posso anticipare, senza particolari perdite, è qualcosa a proposito del personaggio principale, questo io-narrante che costantemente - si escludano i dialoghi, specie telefonici, resi con un'impersonalità quasi verista - filtra la realtà. Un uomo che, come il libro stesso, o si ama o si odia: buona posizione sociale ma terribilmente immaturo, intelligente almeno quanto incapace di ascoltare fino in fondo i bisogni interiori suoi e della figlia. Curiosa davvero, e quasi tenera, la decisione di appostarsi sotto la scuola della figlia tutti i giorni fino al suono della campanella, rinunciando alle giornate in ufficio, pur di stare accanto alla bambina, sebbene questo gesto nasconda un bisogno di protezione ben meno scontato di quanto si possa pensare.Occorre inoltre segnalare una scena erotica che ha fatto molto parlare di sé: da alcune donne è stata tacciata di maschilismo prepotente, da alcuni uomini come una delle apoteosi della fantasia sessuale. Non la descriverò affatto; basti pensare che, per dividere tanto i lettori, la scena non è affatto lieve, né censurata dal buongusto - o moralismo? - imperante nella letteratura italiana, contemporanea compresa. Nell'insieme, lo definirei un "libro vero", con i pro e i contro che questo può comportare: a un linguaggio a volte triviale, ma così ben calato nella situazione, si alternano riflessioni simili a flussi di coscienza, architettati da una penna colta e ben pratica delle strutture narrative. Accattivante e irriverente, insieme.

Anathea


giovedì 4 ottobre 2007

La limpidezza... pur nei mari estremi


"Nei mari estremi"
di Lalla Romano
Einaudi, Torino 1996

€ 7,75
ISBN: 88-06-15644-6

Quando mi sono accostata a quest'opera di Lalla Romano, ero completamente digiuna del suo stile sobrio ma esatto, della sua limpidezza che contagia tutti i ricordi, e ne sono stata subito rapita.
Forse perché la vicenda è discontinua, ora memoria romantica e ora aneddoti, ora deliziosa e sorridente, ora cupa e sofferta: tutto, comprese le prime pagine sull'incontro e sull'innamoramento, porta alla terribile agonia del marito della scrittrice. Un tema difficile da trattare, specie quando vissuto così da vicino: per questo le pagine non seguono un unico filo narrativo e logico, ma sono spezzate in frammenti della lunghezza modesta di una facciata o poco più, in cui Lalla Romano coglie flashes e altre suggestioni, senza mai rischiare di cadere nel patetismo.
In più, di notevole spessore è la scelta di aggiungere a Nei mari estremi anche Minima mortalia, ovvero frammenti di qualche riga - quasi mai aforistici - che la scrittrice ha annotato: in modo appararentemente disordinato o casuale, ma in realtà molto ultile per cogliere come vivesse, lei, in quel periodo, e quali fossero i pensieri più intimi, le riflessioni mai troppo cerebrali, ma a tratti, se mi concedete il termine, illuminate.
Da notare, come già molti di voi sicuramente hanno colto, il titolo, che rimanda a una citazione di Andersen e, ancor prima, a uno splendido salmo che qui riporto, per amor di completezza, ma soprattutto perché in modo molto poetico riassume la verità della Romano:

"... pur nei mari estremi la Tua mano mi guida, mi sostiene la Tua destra! [...] l'Angelo chiuse lentamente le ali ravvolgendone il dormente, come d'un velo: era la fine del sogno. L'oscurità regnò di nuovo nella capanna di neve; ma la Bibbia era sotto il capo del marinaio, e la Fede e la Speranza nel suo cuore. Dio era con lui... pur nei mari estremi".

Anathea

domenica 30 settembre 2007

Smentiamo i luoghi comuni su Caravaggio


"Caravaggio"
di M. Calvesi
Art dossier, Giunti Editore


Non è un mistero che Caravaggio, negli ultimi decenni, sia uno dei pittori più amati anche dal grande pubblico. Al di là dell'inequivocabile merito - basti pensare a uno dei suoi quadri, dal vivo, per trattenere il respiro davanti a tanta bellezza -, in parte la sua biografia tanto travagliata e tanto, soprattutto, romanzata, l'hanno reso uno degli outsider più famosi e ammirati.


In queste poche (52), ma del tutto affidabili pagine, Calvesi dedica la sua attenzione a sfatare parecchi luoghi comuni che sono durati fin troppo, deturpando il vero volto dell'artista lombardo. A una trattazione piacevole e ben scritta, si accompagnano le riproduzioni dei dipinti, spesso con ingrandimenti sui particolari salienti, su una bella carta patinata che senza dubbio aiuta la concentrazione.


Anathea

venerdì 14 settembre 2007

Il ritorno di Besson


L'amico di Marcèl Proust
di Philippe Besson
Guanda, 2007

Ecco il ritorno di Philippe Besson dopo un anno circa di silenzio. Un ritorno che è stato acclamato da parte di giornali letterari quali l’Express, o i francesi Le Monde des livres o Magazine Littéraire.
Parlano di un'illuminazione, di un racconto pudico a proposito di un argomento spinoso come era la omosessualità nei primi anni del Novecento. L’autore si destreggia bene tra emozioni e sensazioni che accompagnano l’iniziazione del sedicenne Vincent de l’Etoile all’amore e alla vita sessuale, alla guerra, all’amicizia, alla frequentazione dei prestigiosi salotti parigini. Proprio in uno di questi salotti, Besson fa crescere l’amicizia ambigua con l’esimio scrittore Marcel Proust, disincantato rappresentante di un uomo che guarda al passato, sempre. Accanto a questo rapporto, del tutto sbilanciato, vista la differenza d’età di trent’anni, Vincent trova l’amore con Arthur, figlio della sua governante, in licenza per una settimana. Infatti, su questi sette giorni d’amore, grava costantemente il timore della guerra, le grettezze che ogni soldato è costretto a compiere, l’ansia e l’angoscia di ogni morte. La dimensione narrativa di questi sette giorni è dilatata, occupa la sezione maggiore del libro, per presentare i personaggi e l’amore che, senza chiedere niente, prende il sopravvento nel protagonista.
A livello stilistico, Besson decide di creare un romanzo tripartito, per meglio presentare le diverse prospettive. La prima parte, intitolata “l’offerta dei corpi”, è affidata alla scrittura di Vincent, che segna su un quaderno-diario i passaggi più significativi dei due incontri: svolto in prima persona, Vincent si rivolge ora al giovane Arthur, ora a Marcel, con un continuo spostamento di destinatario. “Separazione di corpi”: un titolo significativo per la seconda parte, in cui sono raccolte lettere tra Arthur e Vincent, e tra Vincent e Marcel, occupando sostanzialmente oltre un mese di tempo.
Le lettere occupano una breve parte del libro, fino alla triste verità che concluderà amaramente e laconicamente questa parte, per introdurre all’ultima, intitolata “A corpo morto”. Quest’ultima sezione è dedicata al dialogo tra Vincent e la madre di Arthur, dilaniata dal dolore. Una parte piena di pathos, accresciuto dall’iterazione di “La madre è qui” a inizio di periodo. La madre di Arthur però non è la figura topica di madre inconsolabile, ma, al contrario, trova da questa circostanza la forza per parlare un’ultima volta (“a voi voglio parlare. E, dopo, non parlerò mai più. Non dirò più una parola”). Dopo una breve conversazione a proposito dell’amore tra il figlio e Vincent, la donna confessa un segreto che aveva serbato in sé da vent’anni. Un segreto che lascerà al lettore ben poco tempo per abituarsi a questo cambiamento di scena, ma davvero ben strutturato.
Personalmente, la forma che Besson utilizza in questo libro mi lascia perplessa, in modo particolare per la sezione epistolare: le lettere hanno poca profondità, sono poco caratterizzate, al punto da faticare a riconoscere i diversi mittenti, senza guardare prima la firma. Gli stili, che dovrebbero ovviamente essere diversissimi (parliamo di uno scrittore come Proust, di un sedicenne di buona famiglia e di un ventenne poco letterato), in realtà si camuffano fin troppo. Anche per quanto riguarda i dialoghi, bisogna prestare molta attenzione alle frasi banali, sfrondarle una dopo l’altra per trovare perle di letteratura piuttosto carine e inusuali: tuttavia, l’impressione che ne ho ricevuta, è un “così-così” che mi trovo a trascrivere, con un poco di delusione.
G. M. G.
La frase che ho preferito:
“Inseguo gli sguardi dei soldati e mi sforzo di credere che siamo ancora vivi, che potremmo continuare ad essere vivi. Allora piango. Ma nessuno mi prende in giro per questo. In guerra, nessuno prende in giro un uomo che crolla. Si tace, si guarda altrove, si aspetta che il pianto finisca, si resta in silenzio, aspettando la fine del pianto” pag. 120.

domenica 9 settembre 2007

Attraverso il corpo per sopravvivere


"Attraverso il tuo corpo"
Alberto Bevilacqua
Mondadori, Milano 2003

Una proposta impegnativa, quella del Bevilacqua biografo-narratore, che in questo libro mira a ricostruire gli anni italiani di Lawrence, incontrastato scrittore dell'amore, allo stremo delle forze fisiche, ma non certo ideative. Come, infatti, non ricordare lo struggente e spregiudicato Amante di Lady Chatterley? Proprio il soggiorno ligure a Spotorno e l'incontro con il bersagliere Angelo Ravagli saranno ispirazione per il capolavoro di Lawrence: lo scrittore fa di tutto per spingere la moglie Frieda, personaggio controverso, tra le braccia del giovane e aitante Angelo. Attraverso i loro corpi, appunto, e attraverso i racconti degli incontri amorosi, a Lawrence sembra di riscattarsi dalla tormentosa impotenza per la malattia che lo stava divorando.
E dalla trasfigurazione di storia tanto personale, nascerà il suddetto capolavoro della letteratura inglese, privo di pregiudizi e ricco di erotismo, ancora tabù se consideriamo la pubblicazione

Lo stesso spirito naturalmente anticonformista viene colto dalla limpida e appassionante prosa di Bevilacqua, che si fa depositario di un mistero: la realtà sulla vita di Angelo Ravagli, non solo l'amante di Frieda, ma anche amante appassionato e uomo dalla profonda e difficile psicologia. Per venti giorni Bevilacqua calpesterà gli stessi pavimenti che avevano sostenuto Frieda e Lawrence, per venti giorni scaverà nei discorsi che un vecchio Ravagli offrirà, per quanto le memorie non saranno del tutto violate.

Con abile penna, mai eccessiva, Bevilacqua riesce a portare sulle pagine di questo recente romanzo il dietro le quinte di un romanzo universalmente conosciuto, mantenendo plausibile e pregevole la vena narrativa.

Anathea

sabato 1 settembre 2007

Ti prendo e ti porto via: romanzo di formazione di una generazione senza più certezze


Ti prendo e ti porto via
di Niccolò Ammaniti
Mondadori, 2000

Era un pomeriggio come tanti altri, quando il libro di Ammaniti è finito nel carrello del supermercato. Miti Mondadori, un acquisto intelligente, mi dico: premesso che non è il mio stile preferito di narrazione, mi dico che è sempre bene tenersi informati su quelli che vengono definiti “nuovi fenomeni letterari”. In fondo, dopo aver letto sia “Io non ho paura” e “Branchie”, già avevo sillabato l’aggettivo “grande” accanto a Niccolò. Così, con questo malloppo di quattrocento-e-passa-pagine finisco la giornata, finisco la spesa e torno a casa. Poi, quella sera, ho aperto per caso le prime pagine. Nella prima, citazione di tre canzoni che conosco: promette bene. E incuriosisce, soprattutto.
La scrittura di Ammaniti mi attacca in primis, con quelle frasette paratattiche che leggo in fretta, una dopo l’altra, ben scandite dal punto-e-a-capo quando serve. Mi immergo nella storia di Pietro e di Gloria – sorrido nel trovare un’omonima -, due studenti alla fine della seconda media. Lei promossa. Lui bocciato. Da questo presente pieno di delusione, di apre un flashback profondo, pieno di storie parallele, come quella del playboy Graziano Biglia e delle sue love stories. Lì, in quel gran putiferio di personaggi che spuntano come gramigna, mi sono sentita avvolta dalla trama di Ammaniti, dai bei risvolti psicologici che intervallano la narrazione. All’inizio confesso di essermi detta: “Ecco, l’ennesimo libro pieno di parolacce e farcito di volgarità”. In effetti, se non si entra nello spirito con cui Ammaniti deve averlo scritto, l’impressione rimane; invece, bisogna capire l’attenzione alla psicologia paesana, moralista in apparenza e gretta, squallida e cinica. Infatti, di ogni personaggio Ammaniti traccia una descrizione che sembra quasi auto-presentazione, e non lesina niente, né difetti, né caricature dei personaggi, in una realtà tragi-comica. Così il realismo è farcito di particolari credibili – magari insensibili e impudenti, ma credibili –, tanto da far affezionare chiunque al personaggio.
Per quanto riguarda lo stile, ho notato una certa affinità con quello di Stephen King: stessa predilezione per gli adolescenti – in particolare per i ciclisti -, stesso gusto per il mistero grottesco e il noire che trapela da una atmosfera rurale come quella del paesino di Ischiano Scalo.
Così, nonostante i pregiudizi che, lo confesso, mi hanno bloccata nelle prime cinquanta pagine, Ammaniti è riuscito a restare coerente alle attese: tanta trama, tanta suspense, tanta curiosità, data anche da questo flashback che sembra interminabile. Tutto per un finale che, al di là delle aspettative, lascia a bocca aperta.

martedì 28 agosto 2007

Non ti muovere


Non ti muovere
di Margaret Mazzantini
Milano, Mondadori, 2001

Con una narrazione puntuale, innovativa negli accostamenti e tradizionale per la scelta di lessico preciso e calcolato, la Mazzantini dalle prime pagine afferra il lettore in un vortice difficile da sostenere: un trauma famigliare, un passato difficile che torna a mordere, frase dopo frase, in un pianto che si libera solo a parole. Infatti, la narrazione parte da un gravissimo incidente riportato dalla figlia del protagonista per arricchirsi di flashback continui sulla vita del padre. Si scoprono lentamente ricordi che non si erano mai assopiti, tra cui un legame adulterino che ha lasciato nel protagonista Timoteo la consapevolezza di un amore che non si sarebbe mai estinto, nonostante la morte. Da questi fatti, la Mazzantini muove un dialogo immaginario tra Timoteo, fuori dalla sala operatoria, e la figlia Angela, in lotta per la sopravvivenza: qui, spodestato dal suo ruolo di esimio chirurgo, Timoteo si tuffa in questa confessione-confidenza che dà prova di una grandissima capacità stilistica e narrativa.
Non una volta, malgrado il mio poco tempo, ho pensato che la Mazzantini stesse annoiando il lettore con particolari inutili. Persino l’insistenza di descrizioni squallide e ciniche rivela la fortissima carica d’ispirazione che ha mosso le fila della narrazione, parola dopo parola, ricordo dopo ricordo. Il personaggio di Timoteo, per quanto sembri passivo e subisca persino la presenza della moglie Elsa, è tremendamente attivo nel suo compito indiretto di narratore. L’autrice carica di pathos ogni peccato umano, senza che il personaggio cada mai in autocommiserazione: anzi, le sue reazioni, comprese reazioni fisiche, la mentalità di uomo disilluso, nel pieno della sua età adulta, sono accuratamente sfaccettate, talvolta con una sincerità impietosa. Con accuratezza, la Mazzantini non porta mai il lettore a provare pena per il suo personaggio, quanto, piuttosto, favorisce una certa affezione non calcolata, ma epidermica.
Se la fine, da un lato, sembra scontata, dall’altro ripaga il lettore per la lunga serie di squallori e rinunce di vita di cui è stato osservatore. Senza contare, la bellezza espressiva dell’ultimo capitolo: breve, disilluso come i precedenti, ma estremamente illuminante, si conclude con un pensiero originale e coerente.
Personalmente, se dovessi confessare per cosa ricorderò sempre “Non ti muovere”, direi per le similitudini: del tutto inusitate, sono frasi d’ispirazione profonda. Mai, come in questo libro, negli ultimi anni ho trovato un mix alchemico di stile e trama.
Da leggere assolutamente!

giovedì 2 agosto 2007

Un infinito numero


Sebastiano Vassalli
Un infinito numero
Torino, Einaudi, 1999


Come nella maggior parte delle opere di Vassalli, il presente merita di essere spiegato alla luce del passato. Molto spesso, infatti, abbiamo apprezzato le opere dello scrittore genovese per la facilità con cui andavano ad indagare la storia, affondando la penna in un calamaio ben consolidato.
Questa volta, l'attenzione è puntata sulla storia etrusca, mirando a sciogliere interrogativi comuni: perché gli Etruschi, nonostante fossero un popolo avanzato, non hanno lasciato nulla di scritto? E come i Romani hanno attinto alla loro cultura?
Anziché affrontare i quesiti dall'esterno, Vassalli muove calandosi in un personaggio storicamente minore: Timodemo, schiavo, poi liberto dello stesso Virgilio della tradizione. Forse questo personaggio minore, appartato e poco documentato, è stato occasione per indagare in un mondo che molti considerano arci-noto, quale la Roma augustea. Si coglie, in particolare, il momento del viaggio che Mecenate, Virgilio e Timodemo compiono in Etruria: emergeranno da qui punti di vista completamente diversi che getteranno una luce del tutto anticonformista sui Romani. Persino Enea, eroe indiscusso della tradizione latina, non verrà risparmiato: violento, macabro, coinvolto nell'ansia di conquista della stessa stirpe a cui darà origine.
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che Vassalli unisce a informazioni documentate una buona patina di invenzione, come ogni romanzo richiede. Al lettore si chiede, dunque, uno spirito critico e la capacità di apprezzare i salti temporali, flashback e forti sensazioni che donano al libro una forte capacità di coinvolgimento.

GMG

sabato 14 luglio 2007

Una scrittrice inutilmente dimenticata

Quando mi sono accostata alla lettura di Gianna Manzini, non ho potuto fare a meno di restare affascinata dal suo stile di estrema raffinatezza - a volte troppa -, che le ha sempre reso incredibilmente difficile la via del romanzo. Scrittrice solariana, ne
eredita per tutta la vita l'eleganza inquivocabile di una prosa lirica, tanto basata su metafore e analogie da spingere l'esimio Contini a parlare appunto di "parossismo analogico", e l'altrettanto attento De Robertis a tacciarla di un "procedere per immagini" non sempre felice, perché a volte troppo grave.
E la scrittrice, amatissima in vita, corteggiatissima dalla casa editrice Mondadori, è passata con la sua morte, avvenuta nel 1974, a peggior vita nell'ambito letterario: risulta ora quasi introvabile sul mercato, e le carte preparatorie donate alla suddetta casa editrice, forse con la speranza di vedersi dedicato un volume dei Meridiani, sono per ora state vane. Per leggere la Manzini, siamo chiamati oggi a scartabellare cataloghi di biblioteche, o a ricorrere alle recentissime edizioni per la Libreria dell'orso.

Proprio grazie a questa piccola ma valida casa editrice, ho potuto reperire e leggere due degli ultimi romanzi-lirici di Gianna Manzini, Ritratto in piedi (1971, vincitore del premio Campiello e del riconoscimento Strega) e Sulla soglia (1973), a un passo dalla morte.

Due romanzi particolarmente sofferti dall'autrice, a causa dell'argomento biografico tanto forte e meditato, da anni. In Ritratto in piedi, l'autrice affronta il "drago" (parole della Manzini) del ricordo dell'amatissimo padre, anarchico, e non sempre compreso dalla famiglia. In analisi - ma non sotto accusa, si badi bene - il rapporto tra il padre e la madre, borghese e benestante, troppo legata al lusso e soggiogata ai ricatti della famiglia d'origine per seguire il proprio amore nella battaglia anarchica e povera. Dunque, una situazione particolarmente tesa, quella che si offre agli occhi della piccola Gianna: una famiglia separata, ore col padre e ore con la madre, entrambi amati ma non capiti fino in fondo. Romanzo di poche pagine (circa trecento, nell'edizione suddetta), ma di grande intensità, si propone di vincere e di comprendere finalmente l'immenso senso di colpa con cui Gianna ha convissuto per tutta l'età adulta: l'allontanamento dal padre amatissimo per autoaffermarsi. Un cammino inevitabile nell'adolescenza, ma il riavvicinamento al genitore è stato stroncato dalla sua morte prematura.
Tra ricordi felici, episodi di grande affetto, emerge l'integerrima etica paterna, così ammirata e talvolta incompresa da Gianna, prima bambina, poi adulta e infine anziana. E' proprio con la voce dei suoi ultimi anni che la Manzini tratteggia queste pagine di memorie, pagine degne di essere lette da tutti gli appassionati di bella scrittura, per l'immenso fascino che sembra ricordare arazzi intessuti con fili d'oro.

Anathea

lunedì 11 giugno 2007

Se una notte d'inverno... ti imbattessi in questo Calvino

"Se una notte d'inverno un viaggiatore"
di Italo Calvino
Milano, Mondadori, 1979



«È un romanzo sul piacere di leggere romanzi». Così Calvino commenta la creazione del suo metaromanzo, già preceduto da altri romanzi "a cornice" di grande successo, quali Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati. Del tutto nuove, del resto, risultano le scelte così originali: anzitutto, pensiamo che l'autore dialoga direttamente col lettore, abbattendo quel muro di passività che per tanti anni ha abbandonato il lettore al suo ruolo di famelico curioso.
Accattivante e sottilmente ironica, quest'introduzione proietta nell'opera vera e propria, costituita da dieci capitoletti, ognuno occupato dall'incipit di un romanzo lasciato poi incompiuto - peraltro, nei punti di maggiore suspense -. Si aggiunga la scelta di affrontare generi diversissimi di romanzo, dal thriller, al poliziesco, punte di romanticismo per la centrale storia di Sherazad, in cui si noti l'omaggio, non solo qui, ma anche nella struttura, a Le mille e una notte. I titoli di questi dieci capitoli, in più, formano una frase di senso compiuto, se accostati.Splendida prova di bravura e di grande intelligenza, è stato più volte sottolineato dai critici anti-calviniani la base ragionativa, troppo cerebrale, dell'opera. Personalmente, trovo che sia un divertissement impregnato di un fascino ineludibile, che richiede forse al lettore quell'approccio senza pregiudizi che potrebbe risultare difficile ai più introversi.
Da leggere assolutamente!

Anathea

domenica 6 maggio 2007

I dolci riti di Misia Donati

"Primi riti del dolce sonno"

di Misia Donati

Zandegù editore, Torino 2006




pag. 135
€ 9.00


Una storia di accettazione della diversità: ecco come Misia Donati presenta per bocca del giovane protagonista il problema della narcolessia. I tre personaggi, a uno stadio avanzato di quella che il mondo medico definisce "malattia", decidono di ritirarsi dieci giorni in una villa abbandonata per affrontare un misterioso Programma che verrà rivelato solo alla fine del libro. Unici bagagli? Un minimo di vettovaglie, futon, e pillole, molte pillole, che cancellino dal sonno i terribili incubi che impediscono ai tre ragazzi di dormire serenamente. In più, da adolescenti che si rispettino, cd (i Placebo) e stereo per accompagnare questo viaggio nella scoperta del sonno.

Molto innovativa è la scelta di una tematica così poco toccata dalla letteratura contemporanea - ricordiamo con piacere Stefano Benni, ad esempio -, e anche per questo Misia Donati sceglie di corredare ogni giornata con un breve brano di neuropsicologia, tratto dal sito omonimo*, per oggettivare le difficili tappe che i personaggi stanno affrontando.

Nella struttura, è chiaro l'omaggio alla tradizione novellistica: anzitutto per la divisione in dieci giornate; in secondo luogo, per l'idea della villa isolata dove questi giovani si ritirano.
Lo stile, al contrario, si rifà alla letteratura contemporanea, con una sintassi esile, per non dire scarna, talvolta nominale. Molto utilizzati le parentesi e gli spazi bianchi, quali luoghi di riflessione per lasciare il lettore a pensare, solo.

Nell'insieme, senza attendersi uno stile particolarmente raffinato o variato, siamo davanti a una lettura da percorrere d'un fiato, lasciandosi coinvolgere.

Anathea


*www.neuropsicologia.it

mercoledì 25 aprile 2007

I vermi d'amore di Giovanna Giolla


"Vermi - diario d'amore -"
di Giovanna Giolla
TEA, Milano 2006
Collana: Neon!
Prezzo: 10.00 €
Pagg. 184


"La mia è una generazione di esploratori che non vogliono risposte.
Ci muoviamo come un virus, ammalando e ammalandoci" (pag. 170).
Così la protagonista, Monserrat, arriva a scrivere sul suo diario quasi al termine di un’avventura a tinte psichedeliche, ora in India, ora in flashback sul recente passato milanese che l’ha convinta a partire. E sulla sua ossessione, a Milano: Davide, conosciuto telefonicamente mentre la ventiquattrenne Monserrat lavora come telefonista per una linea hard.
Già da questi indizi si intuisce facilmente la strada tortuosa imboccata dall’autrice. Proprio per la vena erotica che percorre tutta l’opera, per la potenza autodistruttiva della protagonista che dichiara di non avere mai preso una decisione autonomamente, ma sempre coinvolta dalle circostanze, trovo che sia un libro che non lascia indifferenti, nel bene o nel male. Dico questo perché a tratti si ama e a tratti si odia: Monserrat parte per l’India con la speranza di una svolta – come emerge da circa metà libro -, e contemporaneamente non fa che ricordare e riscoprire il valore di quella storia con Davide che in teoria avrebbe dovuto essere cauterizzata dal viaggio. Più si addentra nel territorio indiano, più i flashback si fanno intensi, crudi, di una violenza sentimentale che annienta e corrode anche le migliori intenzioni della ragazza.

Mi sento di precisare che siamo davanti a un libro disincantato, ma non disilluso: se non ci sono filtri che isolino la crudeltà e la crudezza di alcune immagini che rasentano la perversione o le tragedie della povertà indiana, senza dubbio permane un filo sottile di speranza che riaffiora spesso, genuino e inalterato.

Per quanto riguarda lo stile, l’autrice predilige una paratassi agile, contemporanea, a volte fin troppo secca, a volte impreziosita da belle metafore, specie nelle descrizioni dei paesaggi. Spesso ci sono pensieri che sembrano slegati gli uni dagli altri, ma questa caratteristica ben si cala nella scrittura diaristica, se pensiamo alle normali associazioni mentali che proviamo giornalmente.
L’unico consiglio per il lettore è quello di abbandonare i pregiudizi prima di accostarsi a una simile opera, e lasciarsi trasportare dal racconto di un periodo folle per Monserrat - ma non vano, questo lo posso anticipare -, che contribuirà a una nuova consapevolezza di sé.

Anathea


Il blog di Giovanna

sabato 21 aprile 2007

Riflettiamo sulla traduzione


"Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione"
di Umberto Eco
2003, Bompiani
Collana: Studi Bompiani

Pagine: 395
€ 21.00

Porsi il problema della traduzione non è cosa da poco, specie in questi anni affollati da saggi e trattati sull'argomento. Ciò che Eco evita è proprio una proposta sterile di regole: la traduzione, infatti, non ha un "prontuario", ma differisce da testo a testo. Per quanto questo concetto sembri quasi scontato, è invece interessante e facile osservare che per anni non è stato così.
L'opera di Eco si pone quindi più come una splendida discussione che viene portata avanti con la sottile vena ironica e l'acutezza critica che gli competono, senza annoiare. Inutile dire che non mancano i termini tecnici, ma sono richiesti, visto che si tratta sempre di una pubblicazione di linguistica e semiotica. Tuttavia, anche i concetti che potrebbero sembrare astrusi vengono sempre corredati da esempi che spesso fanno sorridere e, proprio per questa loro caratteristica, restano facilmente impressi. In più, lo stile accattivante snellisce la possibile pesantezza.
Per quest'insieme di note, non riterrei affatto il libro riservato a un pubblico di specialisti. Almeno, non solo: quest'opera può essere letta a diversi livelli, quel che basta è una sana curiosità intellettuale e linguistica, meglio se si mastica qualcuna delle lingue europee, dal momento che molti esempi sono dal francese, inglese, tedesco e spagnolo. Mi sento di aggiungere come motivo per la lettura, anche la serie di confessioni che Eco rilascia sulle proprie opere, in occasione delle tante traduzioni internazionali: oltre alla mera riflessione linguistica, troviamo molte chiavi di interpretazione dei testi, nonché l'intentio operis.

Nell'insieme, un libro che consiglierei a chiunque desideri accostarsi a una lettura impegnata, ma non tanto accademica da cancellare il gusto di un sorriso, tra una pagina e l'altra.

Anathea

mercoledì 18 aprile 2007

L'ombra portata dal vento sulle pagine di Zafòn


L'ombra del vento"
di Carlos Ruiz Zafon
2004, Milano, Oscar Mondadori
Traduzione di Lia Sezzi

pagg. 439
€ 12.00

Il titolo ammaliante, scelto da Zafon (e mantenuto dalla traduttrice) per attirare il lettore alle sue pagine, rimanda al titolo del romanzo che il protagonista dovrà proteggere e curare per la vita intera. Si tratta di un thriller affidatogli dal padre, antiquario, in occasione del compleanno: da qui, si svilupperà la storia che coinvolgerà il protagonista, Daniel, e i personaggi minori, interessati a sciogliere gli enigmi nascosti dietro l'autore misterioso di questo fantomatico "L'ombra del vento".
Se la trama è attraente, specie all'inizio, la lunghezza del libro è forse eccessiva per il dipanarsi della storia. Per non parlare del numero esorbitante di personaggi che dilatano, di pagina in pagina, il bagaglio narrativo precedente. In più, il narratore si sente sempre in dovere di fornire di lunghe e terribilmente lineari, nonché esaustive descrizioni ogni singolo personaggio, rallentandone l'ingresso e l'azione.
Molto realistici e divertenti i dialoghi, improntati a un bello stile colloquiale che connota ora questo ora quel parlante.
Invece, lo stile "si ammazza" dopo le prime pagine, per tornare degno di nota solo qua e là, distrattamente, come se l'autore fosse stato troppo impegnato a tenere a bada l'orda di personaggi.
Nell'insieme, lo consiglio a chi vuole un romanzo diverso, ma senza pretese.

Anathea

domenica 25 marzo 2007

Un lessico a misura di famiglia


"Lessico famigliare"
di Natalia Ginzburg
Einaudi, Torino 1999
pagg. 240 € 9,20
1^ edizione: 1963


Se davvero Natalia avesse seguito il suo primo progetto, mai avremmo letto questo romanzo di assoluta qualità e piacevolezza. All'inizio, infatti, doveva essere una semplice raccolta di ricordi famigliari, fermati sulla carta come aneddoti da rileggere, un giorno. Questo spiega l'assenza di una trama unitaria, spezzata in flashback e mille episodi che vengono ripercorsi con una scrittura assolutamente innovativa per il 1963, data di pubblicazione del romanzo che ha meritato nello stesso anno il Premio Strega.

Innovativa anche la posizione dell'autrice Natalia, personaggio marginale e narratrice "dal basso", in quanto la sua prospettiva non è mai di protagonista e le storie non vengono vissute da lei in primis. Piuttosto, la Ginzburg sceglie la strada dell'autolimitazione dell'io per presentare anche vicende drammatiche come la guerra, l'uccisione del marito Leone, la persecuzione che colpisce anche la famiglia ebrea dell'autrice.
La Grande storia è filtrata con grande sobrietà, vissuta da una piccola famiglia che, come tante, trova nel lessico comune, pieno di invenzioni e qualche piccola infrazione dialettale, il terreno di scambio.

Il risultato è un best-seller che è stato letto a più livelli di comprensione, da un messaggio letterale, facilitato da un linguaggio medio e da una sintassi semplice, al profondo sperimentalismo che la Ginzburg attua senza seguire alcuna linea contemporanea.
Senza dubbio, consigliato, anche per la vena ironica che non si lascia svilire dalla storia.

Anathea

mercoledì 7 marzo 2007

Quando la forza del passato aiuta a rileggere il presente


"La forza del passato"
di Sandro Veronesi
Superpocket, Milano 2006

1^ edizione Bompiani, Milano 2000

pag. 250 €5,00


Un libro piacevole. Questa il primo pensiero quando ripenso a quest'opera di Sandro Veronesi, pubblicata per Bompiani nel 2000. Romanzo ambientato ai nostri giorni, affronta con un sorriso talvolta amaro le gioie e le sofferenze della vita comune. Anzitutto, vi assicuro che sarete incuriositi dalla trama: il protagonista è uno scrittore di libri per bambini, Gianni Orzan, padre del piccolo Franceschino, marito esemplare, stanziato in un modesto appartamento con splendida vista su Roma. Dunque, cosa può sconvolgere la sua vita ripetitiva? L'incontro con uno strano ed improbabile tassista, che si rivela essere collega del padre di Gianni, appena morto, arrivato in città per confessare a Gianni la verità sul suo apparentemente bigotto padre: era una spia del KGB. Impossibile, in apparenza, ma da questa rivelazione Gianni si troverà ad affrontare di tutto, a cominciare da una fuga - beffardamente inutile - da Roma per proteggere la sua famiglia, una rivelazione che davvero sconvolgerà le sue certezze affettive, un incidente...
Appare caotico dal mio rapido riassunto, ma è inevitabile, quando un romanzo è basato sull'azione e sulla riflessione rapida, su dialoghi assolutamente quotidiani e realistici, su un'ironia che non nasce da facilonerie, ma da una riflessione che va oltre, al punto da meritare il Premio Campiello 2000 e il premio Viareggio-Répaci 2000.

Da leggere, per rinfrancarsi sulla scrittura contemporanea, meglio se di seguito, per non perdere la suspense.
Magari in un viaggio in treno. O in una serata davanti al caminetto. O in una lunga attesa.


Anathea

sabato 3 marzo 2007

Voleva essere l'ultimo romanzo del mondo


"Menzogna e sortilegio"
di Elsa Morante
Einaudi Tascabili, Torino 1948 e 1994

pag. 706 €13.00
Introduzione di Cesare Garboli



Voleva scrivere l'ultimo romanzo del mondo, Elsa Morante, quando nel 1948 è uscito "Menzogna e sortilegio", enorme romanzo dell'universale, dove i temi sono tanti e intrecciati al punto tale da rendere complessa l'esposizione della trama. Mi limiterò a dire, dunque, che questa, la prima grande opera della Morante, è incentrata sulle storie di una famiglia piccolo-borghese che, di generazione in generazione, portano sempre allo stesso squallido degrado e all'amore inappagato

La menzogna e il sortilegio che sono ricordati nell'affascinante titolo restano misteriosi: ad un primo livello, si potrebbe ricollegarli a bugie dette dai personaggi, ma appare chiaro dalla lettura dell'opera che si riferiscono soprattutto agli autoinganni che i personaggi attuano per sfuggire alla realtà. Una fervida immaginazione, ai limiti della follia - limiti talvolta travalicati -, caratterizza ogni personaggio, e in modo particolare i personaggi femminili, a cominciare dall'io-narrante, la giovane Elisa. L'operazione stessa della scrittura viene definita da lei una possibile liberazione dai fantasmi del suo passato travagliato e sofferto, ma non siamo certi che alla fine della sua rievocazione riuscirà a salvarsi: al contrario, l'ambiguità di certe memorie che non sembrano affatto appartenere ai racconti della sua famiglia, tanto schiva, lascia temere che, al termine, Elisa verrà annientata dai suoi stessi personaggi. Senza di loro, quale vita l'attende?
Rimasta orfana, infatti, di entrambi i genitori e della madre adottiva, è una sorta di "sepolta viva", dedita solo alla scrittura nella sua stanzetta, con l'unica compagnia del gatto Alvaro.

Non c'è amore nella sua vita, nè c'è stato quando ancora i famigliari erano vivi: è questo, infatti, uno dei numerosi casi del romanzo di "amore negato" e di desiderio d'amore che si spinge al masochismo e all'amore servile. Così Elisa si pone nei confronti dell'altera madre Anna, e Anna si umilia per l'amato Cugino Edoardo, almeno quanto Francesco cerca di conquistare la moglie Anna. Nessuno di questi amori verrà soddisfatto; al contrario, sono sempre solo schiaffi morali.
Alla tematica amorosa, si intreccia indissolubilmente il fattore di rango: molto spesso i matrimoni vengono contratti per speranza di avanzamento sociale, ma questo poi beffardamente non avviene perché i mariti, nobili, sono in realtà in rovina. Anche da qui proviene la fortissima delusione e frustrazione dei personaggi femminili, mai soddisfatti, e quasi l'uno specchio dell'altro: la nonna Cesira, la madre Anna, e Elisa, la figlia.
Una considerazione viene spontanea: se i personaggi maschili sono completamente negativi, solo una donna si salva parzialmente dai pesanti limiti - Rosaria, la madre adottiva di Elisa. Qualcosa di strano? L'unica portatrice di qualche valore è una prostituta, antica amante di Francesco, e di lui innamorata al punto da adottare la figlia Elisa, una volta rimasta orfana. Questa scelta ha fatto molto discutere i critici, dal momento che la Morante ha creato come unico personaggio positivo proprio "una puttana", incolta e grossolana, ma così vera. Non apparirà più strano, tuttavia, se consideriamo che la Morante ha sempre parteggiato per il mondo degli esclusi (si veda in seguito l'epigrafe della Storia), dei poveri e degli emarginati.

E' stato inoltre rilevato come l'autobiografia, legata a una accurata lettura freudiana, accompagni la bella analisi psicologica dei personaggi: a cominciare dai nomi di alcuni personaggi, fino a singoli episodi, appare chiaro come la vita dell'autrice sia talvolta sovrapponibile a quella della piccola Elisa e crei quindi un ulteriore legame tra autore e narratore.

Una breve accenno - per non dilungarmi - merita lo stile, assolutamente antimoderno: in un'epoca in cui tutti i grandi autori sperimentavano lo stile asciutto neorealista, la Morante ha scelto di dimostrare tutto il suo talento in uno stile molto ricco, dall'aggettivazione splendida e gonfia, con una profondissima capacità descrittiva che in tutto e per tutto si richiama ai modelli sette-ottocenteschi, a cui si rifà anche con spruzzature di arcaismi.

Opera certamente indimenticabile, mai lascerà indifferenti: o si ama, o si odia. Per amarla, in primis bisogna dimettere la fretta della lettura - stiamo parlando di oltre 700 pagine di romanzo! - e lasciarsi trasportare dal sortilegio che l'autrice sortisce, di pagina in pagina.

Anathea

venerdì 26 gennaio 2007

La vita e l'amore in vendita


"Il Mercante di Venezia"
di W. Shakespeare
Universale Economica Feltrinelli
Milano, 1992 (ristampa luglio 2006)

Traduzione e cura di A. Lombardo
Testo originale a fronte
pag. 195 € 6.00

"Hath not a Jew eyes?". Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, ormai entrata nel patrimonio comune di citazioni shakespeariane? Quando la pronuncia, Shylock, mercante ebreo, personaggio problematico del dramma, rivendica il diritto d'uguaglianza tra gli uomini e soprattutto sottolinea il suo diritto di vendetta: come i cristiani hanno sputato sul suo mantello e l'hanno disprezzato, ora tocca a Shylock avere la propria vendetta. E la vendetta è crudele: una libbra di carne tagliata vicino al cuore del vero eroe morale dell'intera opera, il mercante Antonio, che s'era indebitato per amicizia (o amore?) dell'amico Bassanio, uno squattrinato gentleman innamorato della bella Portia, signora di un luogo utopico quale Belmonte.

Come è possibile intravedere dal semplice accenno che qui ho riportato, tematiche diverse s'intrecciano, portando in scena ora Venezia - città economica, fortemente violenta -, ora Belmonte - luogo favolistico, ancora portatore del feudalesimo, dove la bella Portia è in palio come premio per il vincitore di una lottery di cui parleremo dopo -. In realtà, le scene non sono separate quanto sembra: al contrario, a cominciare da scelte stilistiche e da invasioni di personaggi ora di Belmonte in Venezia e viceversa, i due mondi sono realtà complementari e, per alcuni tratti, sovrapponibili: la stessa mentalità economica entra in via metaforica nel paradiso di Belmonte ,che ne risulta intaccato.

Se dovessimo applicare un'etichetta a quest'opera, per molti anni è stata chiamata semplicemente "commedia", ma non occorre specificare che l'equazione denaro-vita (la vediamo nella penale come libbra di carne) porta in scena momenti dove il rischio di una morte sul palcoscenico è veramente alto. Anche l'amore, tema per molti anni interpretato serenamente, nell'ultimo atto è reso incerto da una serie di citazioni letterarie d'amori infelici. Dunque, nulla è lieve come si richiede a una commedia. Al contrario, non sembra eccessivo ritenere che il Mercante di Venezia, composto tra il 1596 e il 1598, già annunci la produzione tragicomica dell'ultimo Shakespeare, dove il teatro diventa momento per divertirsi ma, anche, per riflettere.

Gloria M. Ghioni

PS- per i più appassionati lettori consiglio la bella edizione critica della casa editrice Arden, un unico appunto: non c'è traduizione!

PPS - considerando questo un invito alla lettura, non mi sono dilungata in saggi critici che avrebbero meritato di essere trattati. Mi scuso, di conseguenza, con Shakespeare e con i critici che vi hanno lavorato (ringrazio Melchiori, Restivo, Sarpieri, Bloom tra gli altri)

lunedì 15 gennaio 2007

Sguardo sul Medioevo eretico


"Eretici ed eresie medievali"
di Grado Giovanni Merlo
Il Mulino, 1989 Bologna

pag. 148
€ 10,50


Scegliere di percorrere la via delle eresie in un periodo tanto contrastato quanto il Medioevo è, certamente, una difficile battaglia. Innanzitutto contro le fonti, spesso contrastive, perché alcune troppo romanzate, altre corrotte dal tempo, altre corrotte invece da una volontà di demonizzare figure carismatiche, considerate motivo di dannazione collettiva.
Il rischio di cadere nel semplicistico o nell'arido è, ovviamente, particolarmente alto, se non ci fosse la garanzia di Grado Giovanni Merlo, esimio insegnante di Storia della chiesa medievale e dei movimenti ereticali presso la Statale di Milano. Diciamo, quindi, (concedetemi l'espressione sportiva che ben si adatta), che giochiamo in casa.

E per fortuna, dal momento che l'opera avrebbe potuto essere colossale, ma l'autore ha deciso di farne poco più di un libretto: si tratta di centocinquanta pagine. Riduttivo, potreste obiettare. Certamente non lo si può ritenere "completo", né particolarmente complesso, ma desidero discolparlo dai possibili pregiudizi, definendolo un trampolino di lancio (altra espressione sportiva, non riesco a risparmiarle), da cui partire per uno studio più approfondito.

O, se volete, possiamo utilizzare il mondo gastronomico per vedervi un buon assaggio di tanti sapori tipici che, nel Medioevo, hanno condizionato la vita di piccoli borghi, città e regioni, allargandosi verso quei fenomeni tanto pericolori per la Chiesa ufficiale, da destare preoccupazione e talvolta vere e proprie campagne punitive, fino ad arrivare alla fantomatica Crociata contro gli albigesi che tutti quanti abbiamo studiato.

Purtroppo, l'agilità del saggio non ha permesso di andare molto oltre il semplice sguardo d'insieme: non ci sono quegli aneddoti locali, eventi tramandati che, anche se forse contaminati dalla leggenda, avrei gradito leggere, per interesse all'ambiente sociale e ai responsi delle singole comunità.

Consiglio, tuttavia, la lettura dell'opera innanzitutto per un ripasso storico e, in modo periferico, per chi desidera avvicinarsi al "Nome della rosa" di Eco: per una fatalità mi sono trovata a leggerli contemporaneamente e l'opera di Merlo, senza volerne - l'autore mi perdoni - ridurre la pregnanza, s'è offerta come una splendida guida esplicativa.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 10 gennaio 2007

E le altre sere verrai?


E le altre sere verrai?
di Philippe Besson
Guanda, 2006

La narrazione statica e introspettiva di Besson attrae dalla prima riga, in parte forse per la situazione realistica che arriva a descrivere: una scrittrice di commedie abitudinaria, una sera come un'altra, si trova al bancone del solito bar, a disquisire con il barista in attesa del suo Martini. Sempre, ogni sera. Ogni sera, barista e Martini. Stasera però lei attende il suo nuovo compagno, e non certo il suo ex fidanzato col quale aveva trascorso cinque anni della sua vita.
La conversazione inizia lentamente, in modo circospetto e Besson intervalla le rare battute che occupano l'intero svolgimento della vicenda con i pensieri dei personaggi, resi mirabilmente attraverso l'uso frequente di discorso indiretto libero. Così, già prima della metà, i personaggi sono tanto vividi da apparire conosciuti e sfido chiunque affermi di non essersi mai immedesimato in uno dei protagonisti: la situazione, sebbene sia determinata da nomi, luoghi e date, racchiude l'universalità delle relazioni amorose, dall'inizio idilliaco alla fine sofferta.
Mentre i personaggi si studiano, sembra sempre che entrambi sospendano un non-detto che racchiude l'insieme di domande che vorrebbero porsi, ma attendono, perché la separazione li ha fatti soffrire. Non invano, però, dal momento che il barista rivede in loro la stessa coppia che qualche anno prima sedeva allo stesso tavolo, ogni sera.
E' incredibile e alquanto curioso pensare che fu proprio questo quadro di Hopper che sta in copertina ad aver ispirato Besson per la nascita del romanzo: "E mi è venuta una voglia incontrollabile di raccontare la storia della donna con l'abito rosso, e dei tre uomini attorno a lei, e di Cape Cod", disse. Personalmente trovo che la narrazione veloce e sperimentale di Besson abbia in ogni piccola e corta frase la consapevolezza di chi davvero è padrone delle parole e sa, senza esibirsi in inutili intellettualismi, che un pensiero semplice ben espresso può restare impresso nella memoria, per sempre.

GMG

sabato 6 gennaio 2007

L'enigmatico erotismo di Mario Soldati



Le lettere da Capri
di Mario Soldati
Oscar Mondadori, Milano 2005

1^ edizione: 1954
pagg. 277 €7,40


L'amore per Soldati non è mai stato svincolato da problematiche psicologiche, in cui affonda la sua penna, vivida e vivace. In quest'opera, dove si legge la maturità piena dell'autore, l'inizio potrebbe sembrare banale, per non dire scontato: Harry, studioso d'arte americano, lascia la moglie in America per poter vivere con una prostituta, Dorothea, di cui s'è invaghito. Questa, tuttavia, è solo la superficie della storia reale, superficie che si offre agli occhi dell'io-narrante, ben identificabile con lo stesso autore.

In seguito, attraverso la tecnica narrativa di affidare a un manoscritto, bozza per una sceneggiatura, le parole di Harry, scopriamo gli innumerevoli flashbacks in cui si dipana una storia ambigua ed intricata. L'io-narrante Mario Soldati si limita a sparire dietro la cortina della sceneggiatura, lasciando a Harry la parola, per ricomparire solo alla fine del romanzo.
Il vero nucleo narrativo, dunque, è costituito da questa confessione disillusa, sincera, in cui si scopre che al tradimento di Harry corrisponde il tradimento della moglie Jane, ma entrambi non hanno il coraggio di lasciarsi, e le menzogne s'accavallano... Fino alle lettere da Capri, rivelatrici dell'intera ed intricata storia d'amore che porterà Harry, smanioso per Dorothea, a sovrapporsi alla moglie Jane, innamorata di un italiano conosciuto in guerra, Aldo.

Cos'è l'amore? Cosa l'affetto? E cosa il desiderio? A queste domande, l'autore risponde indirettamente, attraverso i lunghi monologhi dei personaggi, sempre in grado di riflettere su se stessi con una veridicità quasi dolorosa: sia Harry che Jane, ad esempio, sanno di essere in preda alla follia passionale rispettivamente per Dorothea e per Aldo, ma non sono in grado di fuggire l'irrazionalità del sentimento.

Viene spontaneo, quindi, domandarsi se questi personaggi sono, tutto sommato, degli inetti: no di certo in senso sveviano, né dannunziano. Diciamo che di certo vi è una componente, dal momento che sono attori e spettatori del loro stesso rovello interiore, ma sono troppo lucidi, e troppo lucido è anche il finale, per permettere un'etichettatura. Piuttosto, tenderei a leggere in Jane e in Harry una visione amara dell'amore e dei legami sentimentali: se sono accecati dalla passione, sono ugualmente destinati a fallire; altrimenti, è la noia del quotidiano.

Anathea