giovedì 14 settembre 2006

Invito alla lettura: Doppio sogno


Doppio sogno
di Arthur Schnitzler

Doppio sogno” o “Traumnovelle” di Arthur Schnitzler, abbozzato nel 1906, scritto fra il '21 e il '25, pubblicato nel'26,è stato uno dei primi libri ad affrontare il tema del doppio in modo alquanto insolito: la novella, o doppia novella come voleva un precedente titolo scelto dall'Autore, narra le vicissitudini, vissute o solo sognate, di una coppia apparentemente appagata, Albertine e Fridolin. Così come il sogno-realtà della donna travalicano quelle che sono le barriere volute dalla società viennese borghese alla quale appartenevano, il sogno-realtà del marito è esattamente l'altro rovescio della medaglia di seduzione e desiderio della compagna. Ma il "Doppio Sogno" di Schnitzler non è solo un racconto eroticheggiante su atmosfere ben calcolate: con i suoi sogni-realtà, volutamente poco distinti, esprime l'ambiguità in cui la coppia si muove, fino a far emergere la crisi d'identità di ciascuno dei due, l'allontanamento che si verifica fra loro. Così, il lettore si trova a sentire questo senso di estraneità tra i protagonisti, che pure, per potersi esprimere, si "maschera", rivestendosi di molteplici emozioni. Ed è proprio una maschera, quella che Albertine fa trovare al marito sul guanciale, ad assurgere a simbolo di tale ambiguità di sentimenti ed emozioni, quasi prova tangibile del complesso mondo interiore con cui ciascuno di noi deve fare i conti, quello che Freud denominò "inconscio".
Non bisogna pensare che Freud non fosse a conoscenza del "Doppio sogno": al contrario, arrivò a complimentarsi con Schnitzler nel 1922 e affermò che l'autore era riuscito magistralmente ad esprimere la capacità di autopercezione che aveva invece richiesto grandi fatiche a Freud stesso.
Proprio in questo mondo-doppio, Schnitzler racchiude l'insieme di contraddizioni che fanno parte della vita femminile, dove il sogno prende lentamente a vestirsi di realtà, mentre, al contrario, il mondo maschile, solitamente molto legato alla concretezza quotidiana, si dissolve lentamente in sogno.
Se la narrazione a volte lascia i lettori sballottati a destra e a manca, i colori e le visioni, le esperienze istintive, gli amori e gli incontri improvvisi ammaliano e contagiano, rendendo impossibile abbandonare la lettura.
Bisogna aggiungere che dall'opera di Schnitzler è stata tratta recentemente la pellicola di Kubrick "Eyes wide shut". Personalmente, ritengo che il film abbia trascurato moltissimo l'aspetto fondamentale della interiorità dei personaggi, privilegiando un insieme caotico di immagini ad effetto. Comunque sia, merita di essere visto, almeno per essere invogliati alla lettura di quello che Freud definì capolavoro.

GMG

Che tu sia per me il coltello


Che tu sia per me il coltello
di David Grossman

Milano, Mondadori, 1998



Una narrazione epistolare, veloce a tratti e scandita da riflessioni illuminanti sull’esistenza e sull’amore. Così definirei di primo acchito il libro di David Grossman che ebbi modo di leggere quasi un anno fa: immagini indelebili si sono scolpite nella memoria, plasmando il piacevole ricordo di un’opera che si rilegge volentieri, magari concedendosi qualche salto temporale, perché le lettere che i protagonisti, Yair e Miriam, si scrivono possono essere comprese anche al di fuori del contesto.
È come se Grossman avesse scelto due personaggi molto diversi, spesso in contrasto l’uno con l’altro, per testimoniare il filo impalpabile del destino che ha unito due esistenze disgiunte, un uomo e una donna già sentimentalmente impegnati agli occhi della società. Con questo, non vorrei rischiare un fraintendimento: Grossman non si interessa per niente dell’amore fedifrago tra due sposati, ma, al contrario, vuole realmente “fregarsene”. Infatti, l’amore epistolare che lega Yair e Miriam, per quanto contrastato da una serie di ambiguità e incomprensioni, diventa lentamente assuefazione alla quale entrambi non possono rinunciare. Da qui, il significato del titolo: “che tu sia per me il coltello”, che tu denunci e tagli senza pietà un solco tra il ieri senza di te e l’oggi, costellato delle tue attenzioni. Spesso, nelle lettere che i due si scambiano appare la sincerità dolorosa di rapporti indiretti, ovvero l’apparente sicurezza di non vedere mai l’interlocutore dà il coraggio di osare, a parole, spesso realmente taglienti e impietose. Proprio in nome di questo rapporto, netto e senza dubbi dati da inutili formalismi, Yair e Miriam arriveranno ad una conclusione un poco scontata, ma avvolta dalla narrazione ammaliante di Grossman, impagabile narratore, tradizionale e sperimentale al tempo stesso.

Da “Che tu sia per me il coltello”:
"Ti prego solo di non andartene, perché se te ne vai ora non fai più ritorno. Fuggirai oltre i confini del mondo e non vorrai ricordarti di quello che è iniziato qui, tra me e te, quando l’anima si apre così, lentamente e con dolore, verso un’altra persona. Non smettere di scrivere, aggrappati alla penna con la forza che ti è rimasta. Stai tremando per lo sforzo, ma continua a scrivere, affondando in me le tue radici. Non avere paura. Nemmeno di quel pensiero che hai fatto un milione di anni fa, o due giorni fa, quando avresti voluto risvegliarti senza memoria, dopo un incidente o un intervento chirurgico, ricordando a poco a poco, la tua storia e la mia per raccontarla a te stesso, dall’inizio senza sapere, nemmeno per un momento, se in quella storia tu sei l’uomo o la donna. Vorrei che tu potessi ricordare come ci si sente quando si è donna, e come ci si sente quando non si è né uomo né donna. Solo “essere”, prima di tutto, prima delle definizioni, dei pronomi personali, delle parole e dei generi. Forse in questo modo, potresti anche arrivare, quasi per caso, alla possibilità primordiale di essere me."

GMG