mercoledì 26 aprile 2006

L'impresa quasi impossibile di descrivere l'amore in sé


"L'amore in sé"
di Marco Santagata
Guanda, Parma 2006

pagg. 174
€13

Nel 2006, dopo tre anni di silenzio, la voce narrativa di Marco Santagata torna a farsi sentire con un libro che cattura, oltre che per la copertina, già accattivante, per il titolo, così emblematico: "L'amore in Sé". Non si tratta affatto di una trattazione saggistica, forse più congeniale a uno studioso di letteratura del calibro di Santagata, ma di un racconto. Un racconto come tanti, che parte con una lezione universitaria su Petrarca e da un lapsus, apparentemente accidentale, apre la strada ai vari flashback sulla vita del professore, Fabio Cantoni, e, in particolare, sul primo amore, Roberta (Bubi). Dunque, più piani temporali si accavallano: dalla primissima adolescenza di Fabio, fino al presente nell'aula di università e il futuro famigliare, per poi piombare nelle considerazioni acroniche di un poeta come Petrarca. Poesia, commento e vita, purtroppo, non riescono però a dare al lettore quell'idea di intrinsecità che ci si aspetterebbe da un romanzo, ma, talvolta, si ha come l'impressione che Santagata proceda per accenni rapidi e un poco superficiali. Buona l'idea, quindi, ma un po' povera la resa.

venerdì 21 aprile 2006

Quando la Sardegna è cantata da Grazia Deledda


"Canne al vento"
di Grazia Deledda
Oscar Mondadori Collana Classici Moderni

€ 7,40 pp.226

Quando la Sardegna è cantata, nella maggior parte dei casi è già poesia. Quando, poi, a cantarla è una scrittrice che ne ha potuto apprezzare i lati autoctoni e inaspettati, la brezza che passa tra le canne e i prati, allora è magia. E' questo ciò che Grazia Deledda riesce a comunicare, con un libro indimenticabile, perché ritratto di un mondo chiuso e controverso in via di disgregazione. Già nel 1913, data di prima pubblicazione dell'opera, l'autrice sentiva la precarietà di questo piccolissimo paese, arroccato nell'entroterra sardo e i personaggi che si susseguono non sono altro che un ritratto a tutto tondo di un ambiente. La vicenda prende comincia in medias res, con la quotidianità di Efix, servo fedele e vero protagonista incontrastato dell'opera. Nell'ambiente di nobiltà perduta delle padrone, le sorelle Pintor, una notizia sconvolgente arriva per telegramma ed innesca il racconto: da lì a poco arriverà in paese un nipote mai visto e conosciuto, frutto di un matrimonio clandestino tra la sorella Lia, scappata di casa in tenera età, e uno sconosciuto. Da qui, vari flashback raccontano la trafila dolora che ha portato le sorelle Pintor al loro grado di solitudine e miseria. Il tutto è cosparso da una pregnante superstizione, tipica dei mondi chiusi e nascosti.L'arrivo del nipote, Giacinto, porterà ancor più rovina di quanto sembri possibile. Niente è come sembra, pare suggerire la Deledda, commuovendo tutti i lettori con la strenua lotta delle sorelle e del servo. Solo i valori veri, come lunghi lampi, saettano tra le pagine di piena decadenza e solitudine.Ottima la resa generale, splendida l'iperbole di Efix e la sua psicologia, apparentemente semplice, ma in realtà particolarmente intensa.

lunedì 3 aprile 2006

Accettare e amare la diversità


"Nati due volte"
di Giuseppe Pontiggia
2000, Oscar Mondadori

€10.00 pagg. 232

"Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi". 
Comincio a riflettere su quest'opera, certamente difficile da commentare, a partire dalla frase di retrocopertina. Bellissima e intensa, già proietta il lettore nel dramma autobiografico di Pontiggia: il suo secondo figlio, Paolo, con gravi disfunzioni motorie, è il vero e proprio protagonista della vicenda, già a partire dalla sua nascita.

Senza falsi moralismi, Pontiggia racconta le tappe tragiche della sua storia, fino ad arrivare al rapporto con un figlio ormai adolescente, molto più maturo dei coetanei, con una vivacità intellettiva celata dietro alla sua lenta scansione delle parole. Oltre al tema principale, tanti altri avvenimenti vengono inseriti giustamente nel fulcro narrativo: ad esempio, l'insegnamento dell'io-narrante-Pontiggia, i rapporti con i colleghi di lavoro e riflessioni che ne scaturiscono. Con una vena ironica e di mal celato cinismo, infatti, si dipanano dai fatti crudi vere e proprie prese di coscienza sulla ipocrisia contemporanea e, soprattutto, sulla cattiva dissimulazione d'orrore davanti alla diversità. Vivendo in prima persona il rapporto con un disabile, Pontiggia sottolinea quanto spesso l'uomo non è in grado di trattare da pari a pari queste persone, quando in realtà basterebbe aprire il cuore, gli occhi e, ancora una volta, la mente.Molto agevole alla lettura, lo stile di Pontiggia riflette la sua capacità riassuntiva, a tratti persino aforistica - si vedano le riflessioni, lapidarie ma di grande pregnanza -.

Una lettura che non passa senz'altro inutilmente.

Gloria M. Ghioni