sabato 23 dicembre 2006

Gli Indifferenti


Gli indifferenti
di Alberto Moravia

1^ edizione: 1929

Qualcuno ritiene che questo sia il Romanzo di Alberto Moravia, mentre le altre opere non sono altro che l'ampliamento di tematiche che ne "Gli indifferenti" hanno già raggiunto il massimo della loro trattazione.
La verità è che l'opera è stata scritta da un ragazzo malato in sanatorio, quale è stato Moravia tra i suoi diciotto e ventuno anni, e forse la sua giovinezza e inesperienza si specchia nella scelta di un narratore intrusivo onniscente, a tratti quasi fastidioso, o nell'anomala struttura dei capitoli, del tutto irregolari, che oscillano tra le quattro pagine e le oltre cinquanta, a seconda della pregnanza dei contenuti.
O forse queste erano scelte. Scelte di un Moravia già pesantemente talentuoso, al punto da non lasciare nulla di involuto.

Senza dubbio, ciò che Moravia ha compiuto con "Gli indifferenti" è stata l'impresa di aver precorso i tempi. Innanzitutto pensiamo alla trama: nel 1929, in pieno periodo fascista, quando il valore della famiglia era considerato indiscutibile, trovare uno scrittore che con la stessa penna impietosa di Moravia, asciutta ma particolareggiata, descrivesse l'iter quotidiano di questa famiglia, borghese, apparentemente normale, ma in realtà disgregata e indifferente alla vita, doveva senz'altro risultare insolito. In più, pensiamo alla spietata naturalezza con cui si narrano i pensieri cinici e realmente indifferenti dei due giovani fratelli, Michele e Carla, uniche due figure critiche, in grado di operare una critica alla società in cui vivono.

Talvolta, alcuni critici hanno rintracciato nella figura maschile di Michele una sorta di proiezione autobiografica: stesso sguardo impietoso e critico, stessa famiglia senza padre (il padre di Moravia gli è sconosciuto fino ai vent'anni), con una madre fedifraga che lo stesso Moravia in un'intervista denuncia tale, sicuramente qualche dubbio viene. Come in ogni caso simile, però, è necessario prestare attenzione a non operare una proiezione meccanica di questi elementi autobiografici: mai dimenticare che si tratta di un romanzo, e che l'autore giovanissimo opera una rilettura della propria esperienza!

Attorno all'esperienza famigliare, notiamo i due temi chiave che si intrecciano e muovono le fila dell'intera vicenda: sesso e soldi, rappresentati rispettivamente da Marx e Freud, due tra i pensatori che maggiormente hanno influenzato Moravia nella stesura dell'opera.
Così, infatti, abbiamo l'ipoteca sulla casa famigliare, e d'altro lato la prospettiva che la giovane Carla ceda all'amante della madre. Per cosa? Solamente per cambiare vita, trovare un senso alla quotidianità che è altrimenti spossante, noiosa, fino a portare a un senso di alienazione. Da qui deriva la scelta di Moravia di parlare spesso di oggetti-simbolo ricorrenti che rappresentano lo stesso distacco dalla vita: innanzitutto lo specchio, e poi i manichini, definiti "fantocci".

Quest'insieme di tematiche ciniche porta all'affermazione di una crudeltà continua - tema poi imperante nel corso di tutto il '900, si vedano Kafka, Tozzi - che denuncia il rapporto negativo col mondo.

Curiosità: si notino nel corso dei primi capitoli i diversi ingressi dei tre personaggi femminili: Carla, la madre Mariagrazia e l'amica Lisa - elementi caricaturali in ogni descrizione.

venerdì 22 dicembre 2006

L'Iliade di Baricco


Omero, Iliade
di Alessandro Baricco
Milano, Feltrinelli, 2004


Il fatto che i poemi omerici avessero sempre attirato l’'attenzione e le mire di scrittori e scrittorucoli non è affatto una novità, però, la riscoperta dell'’Iliade da parte di uno sperimentalista come Baricco desta un poco di stupore. Stupore motivato, innanzitutto dallo stile ricco dell'’opera originaria, ben distante da quello che ha contraddistinto Baricco in OceanoMare oppure in Seta, come possiamo ricordare. Infatti, l'’impresa ciclopica che ha affrontato non spaventa affatto lo scrittore, né lo esime dal tentativo - peraltro decisamente riuscito –- di portare il poema omerico alla contemporaneità, che spesso è portata ad arricciare il naso davanti allo spessore d’impegno e di carta dell'’originale.

Se è possibile e legittimo pensare alla superbia di Baricco, dopo aver letto il libro è chiaro che il suo intento è quasi "missione": ci vogliono mani esperte e attente per sfrondare il Poema Epico per eccellenza, senza rischiare di cadere nel banale o in un plausibile errore di fraintendimento.
E ci vuole un grandissimo coraggio per decidere di escludere dalla propria rivisitazione in prosa l'intero mondo divino. Di primo acchito può sembrare una scelta fallimentare, dal momento che gli dei greci erano alla base dell'azione.
Al contrario, da una lettura attenta del poema emerge come non fossero loro i veri motori dell'azione, ma, al contrario, la vicenda nascesse dalla schiera di valori umani che Omero aveva saputo tracciare con penna sapiente. Così, Baricco abbraccia il moderno pensiero critico e si attiene solo alle azioni umane, senza risparmiarsi nulla: nulla delle passioni, dell'arrivismo, della ricerca di gloria, ossessiva e senza limiti. Ma, al di là di questi valori, anche sulla Guerra stessa Baricco punta il suo telescopio; anzi, più che un telescopio, dovrei parlare di una grandissima lente di ingrandimento, in grado di scoprire i fili che hanno mosso le battaglie, i pensieri e i guerrieri.

Quasi irriconoscibile per lessico, Baricco si dimette infatti dal ruolo di scopritore di innovazioni stilistiche, per concentrarsi maggiormente sul ruolo di banditore di una realtà riportata, già migliaia d'anni fa, su una guerra dove l'orda di combattenti e l'affollamento sul campo sono inevitabili personaggi d'azione. Così, senza nemmeno accorgersi delle centosessanta e passa pagine della rivisitazione moderna, si arriva alla fine, sentendo quasi il dolore di quegli eroi caduti in battaglia, le urla atroci, i pianti delle madri, delle mogli, dei figli... Il tutto, avvolto da una patina rossastra che sa di sangue.
Da leggere assolutamente fino alla fine, l'opera include una postilla sulla guerra, da parte dell'autore, che rivaluta nuovamente la scelta tematica e risponde alla domanda: perché l'Iliade?

GMG

mercoledì 25 ottobre 2006

Quando la modernità oscura i valori


"Cecità"
di José Saramago
Einaudi Tascabili, Torino 1995

Traduzione di Rita Desti
pag. 311
€ 11.00

Cosa potrebbe succedere in una città dove un abitante dopo l'altro si ritrova cieco? Innanzitutto il caos: il mondo in cui viviamo, lo vediamo ogni giorno, non è attrezzato a una comunità di centinaia di migliaia di ciechi. E così accade anche nella città anonima di un paese anonimo, dove Saramago ha ambientato l'azione. Innanzitutto, come abbiamo detto, il caos, poi la decisione di internare i "contagiosi" in un ex-manicomio, e da lì l'abbrutimento più totale in cui sono costretti a vivere i malcapitati.
Solo la moglie di un oculista, ormai vittima dell'epidemia, viene dispensata dalla cecità e, suo malgrado, avrà il coraggio di seguire il marito nel manicomio. Sarà proprio lei la guida fisica e spirituale del gruppo, con un coraggio disincantato che va oltre ogni immaginazione. I problemi da affrontare sono molteplici: inizialmente di natura pratica, come la necessità di ritirare il cibo che lasciavano i soldati alla porta, preparare delle razioni eque, o addirittura il problema dei servizi igienici. Da qui, tuttavia, si alimenteranno altri terribili conflitti, fino alla perdita totale dei valori a cui tutti erano abituati, prima dell'epidemia. Per narrare questa storia, Saramago sceglie di non risparmiarsi mai punte angosciose ad altre estremamente realistiche, ma spesso riesce a stemperare la disperazione dei personaggi grazie a speranze che riemergono qua e là, portando il lettore a una costante tensione. Proprio per questo, gli 11 euro chiesti dalla casa editrice Einaudi sembrano davvero ben spesi, perché in poche ore di lettura ci è concessa una riflessione profonda sui valori che tutti i giorni rischiamo di perdere, accecati dalle abitudini.

Anathea

giovedì 14 settembre 2006

Invito alla lettura: Doppio sogno


Doppio sogno
di Arthur Schnitzler

Doppio sogno” o “Traumnovelle” di Arthur Schnitzler, abbozzato nel 1906, scritto fra il '21 e il '25, pubblicato nel'26,è stato uno dei primi libri ad affrontare il tema del doppio in modo alquanto insolito: la novella, o doppia novella come voleva un precedente titolo scelto dall'Autore, narra le vicissitudini, vissute o solo sognate, di una coppia apparentemente appagata, Albertine e Fridolin. Così come il sogno-realtà della donna travalicano quelle che sono le barriere volute dalla società viennese borghese alla quale appartenevano, il sogno-realtà del marito è esattamente l'altro rovescio della medaglia di seduzione e desiderio della compagna. Ma il "Doppio Sogno" di Schnitzler non è solo un racconto eroticheggiante su atmosfere ben calcolate: con i suoi sogni-realtà, volutamente poco distinti, esprime l'ambiguità in cui la coppia si muove, fino a far emergere la crisi d'identità di ciascuno dei due, l'allontanamento che si verifica fra loro. Così, il lettore si trova a sentire questo senso di estraneità tra i protagonisti, che pure, per potersi esprimere, si "maschera", rivestendosi di molteplici emozioni. Ed è proprio una maschera, quella che Albertine fa trovare al marito sul guanciale, ad assurgere a simbolo di tale ambiguità di sentimenti ed emozioni, quasi prova tangibile del complesso mondo interiore con cui ciascuno di noi deve fare i conti, quello che Freud denominò "inconscio".
Non bisogna pensare che Freud non fosse a conoscenza del "Doppio sogno": al contrario, arrivò a complimentarsi con Schnitzler nel 1922 e affermò che l'autore era riuscito magistralmente ad esprimere la capacità di autopercezione che aveva invece richiesto grandi fatiche a Freud stesso.
Proprio in questo mondo-doppio, Schnitzler racchiude l'insieme di contraddizioni che fanno parte della vita femminile, dove il sogno prende lentamente a vestirsi di realtà, mentre, al contrario, il mondo maschile, solitamente molto legato alla concretezza quotidiana, si dissolve lentamente in sogno.
Se la narrazione a volte lascia i lettori sballottati a destra e a manca, i colori e le visioni, le esperienze istintive, gli amori e gli incontri improvvisi ammaliano e contagiano, rendendo impossibile abbandonare la lettura.
Bisogna aggiungere che dall'opera di Schnitzler è stata tratta recentemente la pellicola di Kubrick "Eyes wide shut". Personalmente, ritengo che il film abbia trascurato moltissimo l'aspetto fondamentale della interiorità dei personaggi, privilegiando un insieme caotico di immagini ad effetto. Comunque sia, merita di essere visto, almeno per essere invogliati alla lettura di quello che Freud definì capolavoro.

GMG

Che tu sia per me il coltello


Che tu sia per me il coltello
di David Grossman

Milano, Mondadori, 1998



Una narrazione epistolare, veloce a tratti e scandita da riflessioni illuminanti sull’esistenza e sull’amore. Così definirei di primo acchito il libro di David Grossman che ebbi modo di leggere quasi un anno fa: immagini indelebili si sono scolpite nella memoria, plasmando il piacevole ricordo di un’opera che si rilegge volentieri, magari concedendosi qualche salto temporale, perché le lettere che i protagonisti, Yair e Miriam, si scrivono possono essere comprese anche al di fuori del contesto.
È come se Grossman avesse scelto due personaggi molto diversi, spesso in contrasto l’uno con l’altro, per testimoniare il filo impalpabile del destino che ha unito due esistenze disgiunte, un uomo e una donna già sentimentalmente impegnati agli occhi della società. Con questo, non vorrei rischiare un fraintendimento: Grossman non si interessa per niente dell’amore fedifrago tra due sposati, ma, al contrario, vuole realmente “fregarsene”. Infatti, l’amore epistolare che lega Yair e Miriam, per quanto contrastato da una serie di ambiguità e incomprensioni, diventa lentamente assuefazione alla quale entrambi non possono rinunciare. Da qui, il significato del titolo: “che tu sia per me il coltello”, che tu denunci e tagli senza pietà un solco tra il ieri senza di te e l’oggi, costellato delle tue attenzioni. Spesso, nelle lettere che i due si scambiano appare la sincerità dolorosa di rapporti indiretti, ovvero l’apparente sicurezza di non vedere mai l’interlocutore dà il coraggio di osare, a parole, spesso realmente taglienti e impietose. Proprio in nome di questo rapporto, netto e senza dubbi dati da inutili formalismi, Yair e Miriam arriveranno ad una conclusione un poco scontata, ma avvolta dalla narrazione ammaliante di Grossman, impagabile narratore, tradizionale e sperimentale al tempo stesso.

Da “Che tu sia per me il coltello”:
"Ti prego solo di non andartene, perché se te ne vai ora non fai più ritorno. Fuggirai oltre i confini del mondo e non vorrai ricordarti di quello che è iniziato qui, tra me e te, quando l’anima si apre così, lentamente e con dolore, verso un’altra persona. Non smettere di scrivere, aggrappati alla penna con la forza che ti è rimasta. Stai tremando per lo sforzo, ma continua a scrivere, affondando in me le tue radici. Non avere paura. Nemmeno di quel pensiero che hai fatto un milione di anni fa, o due giorni fa, quando avresti voluto risvegliarti senza memoria, dopo un incidente o un intervento chirurgico, ricordando a poco a poco, la tua storia e la mia per raccontarla a te stesso, dall’inizio senza sapere, nemmeno per un momento, se in quella storia tu sei l’uomo o la donna. Vorrei che tu potessi ricordare come ci si sente quando si è donna, e come ci si sente quando non si è né uomo né donna. Solo “essere”, prima di tutto, prima delle definizioni, dei pronomi personali, delle parole e dei generi. Forse in questo modo, potresti anche arrivare, quasi per caso, alla possibilità primordiale di essere me."

GMG

sabato 24 giugno 2006

Un libro molesto, ben oltre il suo titolo


"L'amore molesto"
di Elena Ferrante
Roma, Ed. I super E/O, 1999
pagg. 171 9,50


Un libro molesto. Innanzitutto, per la trama: si comincia con l'apparente suicidio di una donna, e la figlia si reca nella sua città d'origine, Spaccavento, per il funerale e per far luce sulla morte inspiegabile della madre. Fino a qui, nulla di nuovo, se non fosse che tutto il libro è percorso da una forte passività della protagonista, come se fosse perenne vittima delle situazioni - si veda, a tal proposito, la scena di sesso inconcluso a metà del libro - e non riuscisse a reagire. Quel che si dice, nel parlato, "mettersi sempre nei guai".Si potrebbe obiettare, a questo punto, che il suo carattere lascia già presagire la verità su cui far luce: un passato torbido, tormentato e crudele, dove la violenza è la normalità e l'oblio resta unica chance per rifarsi una vita. O almeno per provarci. Su questo, concordo. Tuttavia, l'atmosfera cupa e angosciante non permette al lettore di immedesimarsi, né i continui salti temporali (si procede per flashback confusi al presente) consentono di penetrare a fondo la vicenda. Per quanto riguarda lo stile, nulla da criticare. Nell'insieme, solo l'ansia di un mondo ansiogeno e drammatico, senza via di scampo. Nemmeno alla fine, nemmeno dopo aver rivelato la verità.

Anathea

lunedì 22 maggio 2006

Un semplice parere senza pretese su Madame Bovary


Madame Bovary. E si parla di letteratura Francese con la F maiuscola, come l'iniziale dell'autore, Flaubert, per un romanzo ottocentesco che ha fatto palpitare tanti cuori della società borghese parigina, fino a spingersi agli strati più bassi - si pensi alle edizioni così variegate dei primi anni -. Emma Bovary, un personaggio che avrebbe trovato ottimo posto tra le "Heroides" di Ovidio, se solo fosse stato possibile. Talentuosa, borghese, gran cuore e aspirazioni, ma comunque tanto sfortunata in amore: sedotta e abbandonata da un visconte prima, e poi delusa dal rapporto con Leone, aiuto del notaio, suo primo amore. Il tutto, per giunta, all'interno di relazioni adulterine: inaccettabile, lì per lì, per una Francia ottocentesca in pieno romanticismo. Solo con un finale triste - strappalacrime, ma forse solo per gli animi simil-ottocenteschi - Flaubert riesce a tamponare lo scandalo. Che sarebbe successo, infatti, se la piccola Emma avesse realmente coronato il suo sogno di fuga con il visconte? Uno scandalo, per l'appunto. Invece così, con il suicidio di Emma (mi permetto di accennare al finale, dal momento che è ampiamente conosciuto), tutto torna al giusto posto: Bovary, devoto marito, colpevole di troppa ingenuità, si trova a fronteggiare la realtà della corrispondenza extra-coniugale di Emma, mentre la casa viene svuotata per ipoteca. Una deriva, insomma. Piuttosto interessante, invece, è il finale "periferico" del romanzo: nell'ultima pagina si legge la cosiddetta happy-end per un personaggio marginale all'interno dell'opera, farmacista e amico di famiglia, che riesce ad ottenere un tanto desiderato premio attraverso mezzi non propriamente morali. Attenzione, sembra suggerire Flaubert, i vincitori non sono mai né i sentimentali come Emma, né gli illusi come il dottor Bovary. Chissà, forse quest'ammonimento è ancora vivo e sacro, nonostante i centocinquant'anni abbondanti che ci allontanano dallo scrittore.

Anathea

mercoledì 26 aprile 2006

L'impresa quasi impossibile di descrivere l'amore in sé


"L'amore in sé"
di Marco Santagata
Guanda, Parma 2006

pagg. 174
€13

Nel 2006, dopo tre anni di silenzio, la voce narrativa di Marco Santagata torna a farsi sentire con un libro che cattura, oltre che per la copertina, già accattivante, per il titolo, così emblematico: "L'amore in Sé". Non si tratta affatto di una trattazione saggistica, forse più congeniale a uno studioso di letteratura del calibro di Santagata, ma di un racconto. Un racconto come tanti, che parte con una lezione universitaria su Petrarca e da un lapsus, apparentemente accidentale, apre la strada ai vari flashback sulla vita del professore, Fabio Cantoni, e, in particolare, sul primo amore, Roberta (Bubi). Dunque, più piani temporali si accavallano: dalla primissima adolescenza di Fabio, fino al presente nell'aula di università e il futuro famigliare, per poi piombare nelle considerazioni acroniche di un poeta come Petrarca. Poesia, commento e vita, purtroppo, non riescono però a dare al lettore quell'idea di intrinsecità che ci si aspetterebbe da un romanzo, ma, talvolta, si ha come l'impressione che Santagata proceda per accenni rapidi e un poco superficiali. Buona l'idea, quindi, ma un po' povera la resa.

venerdì 21 aprile 2006

Quando la Sardegna è cantata da Grazia Deledda


"Canne al vento"
di Grazia Deledda
Oscar Mondadori Collana Classici Moderni

€ 7,40 pp.226

Quando la Sardegna è cantata, nella maggior parte dei casi è già poesia. Quando, poi, a cantarla è una scrittrice che ne ha potuto apprezzare i lati autoctoni e inaspettati, la brezza che passa tra le canne e i prati, allora è magia. E' questo ciò che Grazia Deledda riesce a comunicare, con un libro indimenticabile, perché ritratto di un mondo chiuso e controverso in via di disgregazione. Già nel 1913, data di prima pubblicazione dell'opera, l'autrice sentiva la precarietà di questo piccolissimo paese, arroccato nell'entroterra sardo e i personaggi che si susseguono non sono altro che un ritratto a tutto tondo di un ambiente. La vicenda prende comincia in medias res, con la quotidianità di Efix, servo fedele e vero protagonista incontrastato dell'opera. Nell'ambiente di nobiltà perduta delle padrone, le sorelle Pintor, una notizia sconvolgente arriva per telegramma ed innesca il racconto: da lì a poco arriverà in paese un nipote mai visto e conosciuto, frutto di un matrimonio clandestino tra la sorella Lia, scappata di casa in tenera età, e uno sconosciuto. Da qui, vari flashback raccontano la trafila dolora che ha portato le sorelle Pintor al loro grado di solitudine e miseria. Il tutto è cosparso da una pregnante superstizione, tipica dei mondi chiusi e nascosti.L'arrivo del nipote, Giacinto, porterà ancor più rovina di quanto sembri possibile. Niente è come sembra, pare suggerire la Deledda, commuovendo tutti i lettori con la strenua lotta delle sorelle e del servo. Solo i valori veri, come lunghi lampi, saettano tra le pagine di piena decadenza e solitudine.Ottima la resa generale, splendida l'iperbole di Efix e la sua psicologia, apparentemente semplice, ma in realtà particolarmente intensa.

lunedì 3 aprile 2006

Accettare e amare la diversità


"Nati due volte"
di Giuseppe Pontiggia
2000, Oscar Mondadori

€10.00 pagg. 232

"Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi". 
Comincio a riflettere su quest'opera, certamente difficile da commentare, a partire dalla frase di retrocopertina. Bellissima e intensa, già proietta il lettore nel dramma autobiografico di Pontiggia: il suo secondo figlio, Paolo, con gravi disfunzioni motorie, è il vero e proprio protagonista della vicenda, già a partire dalla sua nascita.

Senza falsi moralismi, Pontiggia racconta le tappe tragiche della sua storia, fino ad arrivare al rapporto con un figlio ormai adolescente, molto più maturo dei coetanei, con una vivacità intellettiva celata dietro alla sua lenta scansione delle parole. Oltre al tema principale, tanti altri avvenimenti vengono inseriti giustamente nel fulcro narrativo: ad esempio, l'insegnamento dell'io-narrante-Pontiggia, i rapporti con i colleghi di lavoro e riflessioni che ne scaturiscono. Con una vena ironica e di mal celato cinismo, infatti, si dipanano dai fatti crudi vere e proprie prese di coscienza sulla ipocrisia contemporanea e, soprattutto, sulla cattiva dissimulazione d'orrore davanti alla diversità. Vivendo in prima persona il rapporto con un disabile, Pontiggia sottolinea quanto spesso l'uomo non è in grado di trattare da pari a pari queste persone, quando in realtà basterebbe aprire il cuore, gli occhi e, ancora una volta, la mente.Molto agevole alla lettura, lo stile di Pontiggia riflette la sua capacità riassuntiva, a tratti persino aforistica - si vedano le riflessioni, lapidarie ma di grande pregnanza -.

Una lettura che non passa senz'altro inutilmente.

Gloria M. Ghioni

giovedì 30 marzo 2006

Profumo di Liguria con Biamonti


Attesa sul mare
di Francesco Biamonti
Einaudi Tascabili, Torino, 1994

pagg. 115
€ 7,23

"Era ormai sulla strada di casa. Riconosceva il mormorio della terra scoscesa, come quando vi giungeva, passato il mare, nel ricordo." 
Un mare ligure e un uomo che torna al paese natale, per una breve sosta, prima di imbarcarsi nuovamente, per la sua ultima missione. Forse, l'ultima.

Così comincia il libro di Biamonti, ambientato come di consueto nella sua zona d'origine, che prende forma dall'abile penna di uno scrittore abituato a guardare il paesaggio con uno sguardo da botanico. A parte i termini appropriati, però, è necessario precisare che non viene mai meno il lirismo.Lirico, infatti, lirico e terribilmente accattivante, perché i pensieri del protagonista, Edoardo, sono un gorgo di ricordi in cui è facile perdersi. Alla sommità di tutti i suoi pensieri, Clara, donna che l'attende e spera sempre che Edoardo scenda a terra, per concretizzare i loro sogni. Di grande delicatezza e poesia sono tutti i tratti dedicati a questa donna, che appare mille volte dalla coltre nebbiosa della memoria e riesce a commuovere. Si legga, per esempio, questo brano estratto a caso:
"Una luce a chiazze le pioveva addosso, dorava una gamba piegata e un braccio posato sul seno. «Guardala, - disse a se stesso, - in questa luce che la cerca, nel suo abbandono. E ricordala». Poi lei si alzò. Lo splendore le scendeva dai capelli lungo la schiena, Andò a rivestirsi in un angolo, in un mosaico d'ombre".
Oltre al tema amoroso, c'è la rincorsa di un desiderio indefinito d'avventura che porta sempre Edoardo in mare, come se potesse sfuggire il suo destino. O, ancora, il traffico d'armi con la Ex-Jugoslavia che tanto preoccuperà Edoardo e sarà occasione, ancora una volta, per riflettere sul passato e sul futuro. Un paio di parole merita anche lo stile, asciutto e particolarmente ricco di dialoghi, scarno e insieme poetico, con descrizioni paesaggistiche assolutamente irripetibili. Un vero gioiello della letteratura contemporanea, senza remore o preziosismi fittizi.

Gloria M. Ghioni

giovedì 23 marzo 2006

Eutanasia della critica: c'è ancora una speranza?


"Eutanasia della critica"
Mario Lavagetto
Einaudi, Torino 2005

Pagg. 96 € 7,00

Basta accostarsi al breve intervento di Lavagetto e sfogliarlo per accorgersi che in queste novantasei pagine si trova ben più di un semplice pamphlet: accanto a tematiche attuali, trovano notevole spazio riflessioni circa la storia della critica letteraria e, soprattutto, il futuro che l'attende. Per quanto riguarda le problematiche più contingenti, Lavagetto discute la tendenza degli ultimi anni ad allegare libri alla vendita dei quotidiani o dei periodici in Italia. Se dal lato ottimistico questo potrebbe rappresentare un incentivo alla lettura, dall'altro potrebbe portare con sé preoccupanti ripercussioni editoriali, come la mancanza di fondi per ri-traduzioni o per nuove edizioni con apparato critico. Accanto alla vena economico-commerciale - importante ma senz'altro non preponderante -, l'autore traccia una panoramica accurata sul passato della critica letteraria, soffermandosi sull'approccio accademico e sugli estremismi esegetici della "critica tematica", o ancora sulla volontà di trasformare una disciplina ermeneutica in scientifica.

Troviamo qui riflessioni accurate e ragionate sulla proliferazione di saggi criptici e inaccessibili che hanno ristretto la cerchia - peraltro già limitata - dei destinatari, ma anche analisi accese e sconfortanti sulla cosiddetta "critica comparatistica", fino a respirare un clima che rasenta un catastrofico suicidio dell'esegesi. È infatti la produzione saggistica fine a se stessa, ecolalica ed eccessivamente specialistica, ad aver portato all'attuale agonia, secondo una tesi ben condivisibile. Questa prima parte accorata appare estremamente funzionale all'ultima sezione, caratterizzata da una vena propositiva che vede Lavagetto esporsi maggiormente. Tutte le considerazioni precedenti, infatti, convergono verso una speranza realizzabile: tornare ad ascoltare i testi, cercando di leggere ciò che v'è sotteso. Solo questa, infatti, è la via per riscoprire il valore esistenziale e valoriale della letteratura. Si ricordi, infatti, che  
"i grandi testi non vengono uccisi dall'ermeneutica, se mai ne sono arricchiti e amplificati" (ibidem, pag. 20).

Se già queste tematiche (decisamente interessanti per il grande pubblico dei lettori e non solo per gli addetti ai lavori), la posizione militante di Lavagetto, la reputazione dell'editore sono un buon motivo per una lettura dell'opera, un fattore ben più convincente è lo stile accattivante, che affianca un lessico metaforico e ironico ad uno più specifico e accurato. Inoltre, le considerazioni sono intessute con ricche citazioni che, nella maggior parte dei casi, sono in linea perfettamente con l'opera.
Si considerino, a tal proposito, gli interventi di G. Steiner o di R. Barthes, o ancora di De Benedetti, o di H. James: non si tratta, infatti di un patchwork modesto, ma le citazioni sono in grado di intrecciarsi e sfumare nelle affermazioni di Lavagetto, in un vero e proprio ricamo argomentativo e retorico.

martedì 14 marzo 2006

"Questo amore", unico e irripetibile


Titolo: Questo amore
Autore: Roberto Cotroneo
Prezzo: € 16,00
Dati: 137 p., rilegato
Anno: 2006
Editore: Mondadori



Certi libri li leggi:
a) perché ti hanno consigliato (oppure ordinato, chissà) di farlo
b) perché hai già letto qualcos’altro di quell’autore, e ti è piaciuto
c) perché l’hai visto pubblicizzare e ti sei incuriosito
oppure, ancor più semplicemente:
d) perché vagabondando per la libreria hai adocchiato quel volume e ti è piaciuto il titolo (e la copertina, non dimentichiamo la copertina).
E’ stato proprio questo il modo in cui mi è capitato tra le mani il romanzo di Cotroneo. Il titolo sta lì, bianco e piccolo, a capo della pagina – disarmante, diretto, senza preamboli.
“Questo amore”.
La copertina è azzurra, di quell’azzurro carico di certe giornate di fine estate – quell’azzurro-turchese che non riesci a capire se è allegro o triste. Di spalle, sbiadito, il volo di due gabbiani e la mano di una donna (o un uomo? o un bambino?) tesa verso di loro.
Sa di casa questa copertina, non so se mi spiego.
E’ come se ti proiettasse in avanti, facendoti quasi cadere “dentro” il libro.
“Questa dovrebbe essere una recensione, ricordatelo”.
“Sì, scusami Gloria, non volevo”.
E allora il libro l’ho comprato, all’inizio ho spiluccato qualche pagina (non potevo far di più, troppi compiti a scuola). Poi però, le pagine che ti divori diventano sempre di più – aumentano e aumentano e aumentano.
Avete presente quando la voglia di vedere cosa succede dopo è talmente forte che non vuoi vedere altro che il Tuo Libro? E diventi scorbutico con quelli che ti interrompono?
Ecco!
Perché certi romanzi non raccontano storie. Quelle che raccontano, indubbiamente, sono Storie. Con la S maiuscola.
E l’amore di Anna e Edo Palmieri (personaggi realmente esistiti, amici dell’autore). Lei, insegnante di lettere, lui, ex calciatore innamorato della poesia che vuole prendere la maturità classica dopo gli studi interrotti… e aprire un negozio di libri.
Non vi racconto nient’altro perché, detto da me, sembrerebbe una storiella scialba da soap opera – e poi non voglio rovinarvi il finale. L’unica cosa che vi posso dire è che questo non è solo un romanzo, non è solo la storia di due cuori uniti dall’amore. E’ l’esaltazione della poesia dell’anima e dell’anima della poesia, per dirla così; è il riflesso della memoria sui frammenti di due vite parallele. Perché, forse, l’assenza e la presenza, il sonno e la veglia possono confondersi tra loro…

In questa casa ogni dettaglio racconta un’attesa. Questa casa di memorie trasparenti come vetri. Dove le pareti lasciano vedere le stanze. Questa casa di albe non cercate, e di sonni agitati. Come posso dormire tranquilla se il tempo non si ferma un attimo nel sonno?

venerdì 10 marzo 2006

Lasciati condurre dal profumo e ... arriverai a Grenouille


Il profumo
di Patrick Süskind
1992, Tea Due

259 pp.
€8,00

"Nel diciottesimo secolo visse in Francia un uomo, tra le figure più geniali e scellerate di quell'epoca non povera di geniali e scellerate figure. Qui sarà raccontata la sua storia. Si chiamava Jean-Baptiste Grenouille". 
In uno dei modi più classici degli attacchi narrativi prende avvio il romanzo, tra collocazioni temporali e spaziali che proiettano il lettore in quell'universo apparentemente lontanissimo. Con grande maestria, infatti, Süskind non manca di ritagliarsi ampie zone descrittive per dipingere la scena con ogni sorta di pennello. L'attenzione, tuttavia, non si concentra solo sugli aspetti macroscopici di una Parigi pre-rivoluzionaria, ma soprattutto sul microcosmo degli odori. Da qui, il titolo: "Il profumo" è appunto il filo conduttore della vicenda. Profumo che ossessiona il protagonista Grenouille, nato senza portare odori e, di conseguenza, privo di una propria identità olfattiva. Di contro, la natura s'è presa gioco di questa creatura, affidandole l'olfatto più eccelso dell'intero mondo. Non a caso, sfruttando questa qualità peculiare, Grenouille arriverà ad affermarsi come profumiere, scegliendo però di restare sempre nell'ombra nel ruolo di garzone per riuscire nella sua diabolica missione: costruire artificialmente il profumo umano migliore, che faccia innamorare chiunque l'odori. 
Attraverso varie peripezie ed esperimenti amorali, Grenouille arriverà addirittura ad uccidere ben venticinque vergini, le più belle della città di Grasse, dove s'era trasferito per continuare la sua carriera di profumiere. La giustizia, sulle tracce dell'assassino, sarà disposta a tutto, pur di trovare il colpevole e punirlo.Questi sono brevemente i tratti narrativi di maggior rilievo, ma è davvero impossibile e sconsigliabile cercare di riassumere l'opera di Süskind, meritevole di lettura anche solo per lo stile. 
L'autore, infatti, non teme la pesantezza di lunghe e fitte pagine senza dialogo - si pensi alle numerosissime inquadrature sugli odori o sulle operazioni del profumiere -, dal momento che tutto risulta realmente funzionale alla storia, almeno quanto gli scavi psicologici abbondanti. Da un lato, si potrebbe obiettare che i numerosi flashback su personaggi minori distolgano dal fulcro della narrazione. Narrazione che, invece, Süskind tiene strettamente tra le dita e, come attento burattinaio di storie, non rischia mai di lasciar sfuggire. Proprio per queste caratteristiche così insolite per un romanzo di un ventennio fa, la lettura risulta l'unica indispensabile chiave per approdare al mondo dissipato e così concreto che Süskind ha saputo riesumare.

"Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e la distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l'amore dall'odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini."
 Gloria M. Ghioni

Riscoprire il piacere della lettura come unico imperativo per Pennac


Come un romanzo
Daniel Pennac
1992, Universale Economica Feltrinelli

pagg. 139 € 6.00

Non c'è più tempo per leggere: in questa realtà caratterizzata da velocità e impegni sempre più pressanti, è facile lasciarsi contaminare dalla convinzione che non si possa trovare tempo per sé e per un libro. Proprio da queste considerazioni prende avvio il libro di Pennac, in una vivace e concisa dissertazione sulla perdita della lettura, appunto.Dopo aver inquadrato il problema, portandosi dalla parte del lettore, Pennac affronta un altro luogo comune: il dovere di leggere. Quante volte, infatti, ci siamo sentiti ripetere dal professore che bisogna leggere? Oppure per moda, ci siamo riempiti dei soliti best-seller da tavolo di libreria? Anche in questo caso, infatti, vivevamo in una sorta di costrizione implicita. In tal modo, i 'vecchi' classici restavano oscurati da copertine nuove e folgoranti, e le letture di scuola si trasformavano in veri deliri del professore.La necessità, quindi, sarà proprio una capacità critica di scelta, la volontà e il piacere di restare alzati di notte, a luce fioca, anche solo per sapere se Lucia tornerà mai ai suoi monti, o padron 'Ntoni riuscirà a riavere la casa del Nespolo. Dopo questa parte generale di riflessione, Pennac passa a distruggere degli assiomi comuni, senza particolari argomentazioni, ma ricorrendo alla propria esperienza, talvolta universalizzabile. Infatti, chi non ha mai saltato qualche pagina, davanti alle teorie agrarie in Anna Karenina? O chi non ha mai provato il piacere di rileggere un vecchio libro, a dispetto delle migliaia di nuove copertine? Certo, queste sono realtà condivise, ma è difficile riconoscere che ciò proviene dal fatto che leggere è libertà.Proprio in nome di questa ri-scoperta, Pennac stila con grande ironia e un pizzico di gusto satirico, i dieci diritti del lettore.

Guardate voi stessi se, da una rapida scorsa già non viene da sorridere e annuire, spontaneamente:
I Diritti Imperscrittibili Del Lettore
I. Il diritto di non leggere II. Il diritto di saltare le pagine III. Il diritto di non finire un libro IV. Il diritto di rileggere V. Il diritto di leggere qualsiasi cosa VI. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa) VII. Il diritto di leggere ovunque VIII. Il diritto di spizzicare IX. Il diritto di leggere a voce alta X. Il diritto di tacere.
Sacrosanta verità, insomma, per un libro rapido e maneggevole, diviso in comodi paragrafi che non rischiano mai di annoiare, aiutati come sono dallo stile scarno e accattivante di un grande autore che, messo davanti a una problematica saggistica, agisce con il suo solito grande divertimento in primis.

Gloria M. Ghioni

domenica 19 febbraio 2006

Quando le parole sono scarpe, appese al cuore


"Le scarpe appese al cuore"
di Ugo Riccarelli
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2003

pagg. 130 €7,00

Tra i dolori che costellano la vita, il piccolo Ugo è tormentato dall'asma che, a poco a poco, gli rosica energie e respiro. Già da piccolissimo, infatti, deve imparare a risparmiare le forze, e spesso la tentazione di lasciarsi andare è tentatrice, ma sempre respinta. L'asma farà da compagna a Ugo anche nella vita adulta, riducendolo in un letto di agonia, in attesa del tanto sospirato trapianto di polmoni e cuore, operazione rischiosa ma fondamentale. Le pagine del racconto scorrono con un grande pathos e Riccarelli riesce, grazie alla narrazione in prima persona, a rendere l'atmosfera palpabile e l'agonia veramente vicina al lettore. Non si tratta di una lettura difficile, ma di un'estrema riflessione sul senso della vita e della morte: anche nei momenti di sconforto, la capacità di rialzarsi è davvero fortissima. Molto belle alcune riflessioni, tra cui ricordo i pensieri che Ugo adulto dedica alla figlia, lontana. Ed è veramente un attimo perchè sentimenti contrastanti riescano a collimare, perfettamente, in un libro a tuttotondo che permette una riflessione toccante in più.

lunedì 23 gennaio 2006

Questa storia, raccontata dalle parole di Baricco


"Questa storia"
di Alessandro Baricco
Fandango, 2005

pagg. 288
prezzo: € 15

Grande ritorno di Alessandro Baricco. Ben tre anni di attesa, prima che Ultimo Parri finisse di raccontare la sua storia, "Questa storia", alla penna di Baricco e prima che l'incontentabile perfezionismo dello scrittore torinese trovasse pace. Come sempre, le scelte stilistiche di Baricco si curvano alla perfezione sul testo, prendendone parte, frase per frase: non c'è paura di osare, quando ce n'è bisogno, come notiamo nella prima sezione del libro, intitolata "Overture", in cui protagonista è una rovinosa corsa in automobile, la prima corsa che la storia ricordi su un tragitto tanto lungo. Suspense, punti di vista e prospettive cambiano di continuo, creando una sensazione di "conoscenza a tuttotondo" che rende davvero ottima la scena.Anche le altre sezioni del libro, molto più vicine alla storia del protagonista, Ultimo Parri, sperimentano soluzioni diverse dalla routine, ma in modo senz'altro più controllato rispetto ai primi libri di Baricco. La trama è bella; anzi, molto bella a mio parere e proprio per questo ne lascerò un minimo accenno, per non turbare la sua armonia: Ultimo, fin da piccolo, ha il sogno di rimettere in "ordine" il mondo. Il suo ideale di ordine si concretizza nell'immagine di una strada, una strada che immagina iniziare e non finire mai: una pista. Tuttavia, non è facilmente realizzabile il sogno di Ultimo: ci sarà prima l'incidente del padre, poi la Prima Guerra Mondiale, poi una vita lontano da casa, una donna per un amore nascostamente corrisposto, il ritorno a casa, la vecchiaia... Intanto il sogno cresce, mentre Ultimo invecchia, mentre la narrazione si dilata, muovendosi liberamente per flashback e cambi prospettici, ai quali corrisponde sempre un cambio di stile.L'insieme è veramente gradevole, e potrei esagerare dicendo "ottimo", se non avessi in precedenza letto tutte le altre opere di Baricco. Occorre specificare questo, perché c'è una cosa che mi ha sempre affascinata: Baricco sapeva regalarmi pagine di autentiche emozioni, pagine che dovevi rileggere assolutamente un'altra volta per poi arrivare a concludere: "questo è perfetto". Insomma, si procedeva per quelli che mi piace chiamare "lampi di genio". Meno incisivo, purtroppo quest'ultima storia, senza nulla togliere alla sua impronta che resterà, decisamente, impressa di riga in riga.

sabato 14 gennaio 2006

Il dolore perfetto per Riccarelli


"Il dolore perfetto"
di Ugo Riccarelli
Ed. Mondadori MITI
Premio strega 2004

L'Opera di Riccarelli merita una vera e propria maiuscola: con la maestria di ottimo narratore, riesce a rinverdire il gusto per il racconto popolare. "Il dolore perfetto" è il racconto di un paese, Colle, e delle tante vite che si dipanano nello spazio di tempo tra la fine dell'Ottocento e Prima Guerra Mondiale. Gli affetti migliori vengono spesso sostituiti da sofferenze e tragedie, sempre descritte con una notevole delicatezza e uno scavo psicologico lodevole.Mai, infatti, i personaggi rischiano di essere confusi gli uni con gli altri: impresa decisamente difficile, visto il numero elevato di comparse e protegonisti. L'occhio dell'autore vigila sulle fila del discorso, decidendo come dilatare o contrarre il tempo della storia; tuttavia, la sua onniscenza non finisce mai per appesantire la vicenda o per adombrare il libero arbitrio dei personaggi. Al contrario, sono proprio le personalità diverse e controverse a scontrarsi o ad accostarsi, creando un perfetto puzzle del piccolo paese. Anche lo stile narrativo è controcorrente: contrariamente alla tendenza paratattica degli ultimi anni, troviamo il gusto per l'aggettivazione, lo scavo psicologico, nonché per la "pagina fitta". Buoni e realistici i dialoghi, con qualche scelta gergale che non rischia mai di cadere in un registro troppo basso.Globalmente, una lettura da non perdere. Unico requisito: la volontà di lasciarsi trasportare in una storia multipla e composita, perfettamente unitaria nelle sue svariate vite.