domenica 25 dicembre 2005

Il silenzio del dolore


"E non disse nemmeno una parola"
di Heinrich Böll
1995, Oscar Mondadori [1953, originale]
collana: scrittori del Novecento

pagg. 217 + introduzione iniziale
Traduzione: Italo Alighiero Chiusano

Prezzo: 6,20 €

Heinrich Böll, a contatto con una Germania da ricostruire, ancora avvolta nelle macerie e nella povertà, offre ai lettori una cronaca d'amore e di vita aspramente accattivante ed esempio eccellente della Trummerliteratur (letteratura delle macerie). "E non disse nemmeno una parola" è considerato infatti il miglior romanzo di Böll, , in quanto la spontaneità della parola è intrecciata ai temi-chiave dell'autore tedesco: amore e religione. La religione che aleggia tra queste pagine è ancora motivo di ingiustizia, aggrappata al piedistallo del cattolicesimo e poco comprensiva verso tanti miseri discepoli.Un caso esemplare è quello dei protagonisti, Fred e Kate, sposati e con tre figli, ma divisi dalla miseria. Fred, infatti, incapace di restare nella lugubra povertà della loro unica stanza, vagabonda per la città, lavorando come precettore per gli ultimi borghesi e centralinista. Il racconto prende avvio dalla preparazione di un incontro, tra Fred e Kate, come ne avvenivano di tanto in tanto in alberghi malfamati, compatibilmenteai risparmi e ai bambini. La situazione viene presentata molto bene dalla tecnica narrativa: ad ogni capitolo si cambia punto di vista. In questo modo, una volta sono i pensieri di Kate, la volta dopo quelli di Fred a prendere spazio e a spiegare le due facce della stessa medaglia.Delicato nelle scelte gergali ma decisamente duro nell'argomento, l'opera di Böll è una morsa allo stomaco che denuncia un passato reale, senza fronzoli o abbellimenti forzati.

sabato 10 dicembre 2005

L'impalpabile penna di Banana Yoshimoto


"L'abito di piume"
di Banana Yoshimoto
Prima edizione ne "i Canguri" Feltrinelli 2005

Traduzione: A. G. Gerevini
Pagg. 130 + glossario
Prezzo: 10,00 €

Scabro ed essenziale, in pieno stile della Yoshimoto, anche questo libro tratta della ricerca di sé, intrecciata alla vicenda d'amore. La trama è semplice, ma non vuota; infatti, la protagonista Hotaru, dopo aver vissuto per anni all'ombra dell'amante, resta sola e, dal suo stato di depressione e disperazione, decide di ritornare al paese dove è cresciuta. Il viaggio è un vero e proprio percorso nel passato, delicato e incisivo al tempo stesso: Hotaru prende coscienza di sé, della sua indipendenza di pensiero e di volontà, dell'amore per i famigliari che non rivede da tempo e riscopre la bellezza di un mondo perduto, ristretto come quello di un paesino giapponese sulle rive di un grande fiume. Sarà proprio in questo luogo che incontrerà Mitsuru, ragazzo dalla triste vicenda famigliare, che dà alla protagonista una sensazione di deja-vù continuo, finché alla fine del libro si scioglierà la vicenda...
Attorniato da pochi personaggi minori, "L'abito di piume" fa leva su un buon ambiente dialogato, incastonato tra una serie continua di riflessioni. Nonostante lo stile eccessivamente paratattico - dovuto in gran parte allo stesso sistema sintattico giapponese -, notiamo un'azione lenta, che s'avvicina più a un'azione di pensiero, anziché fisica. Come Banana Yoshimoto già ci aveva abituato con i romanzi precedenti, anche qui si arriva a respirare un grande serenità finale, in un percorso di speranza inarrestabile.

domenica 4 dicembre 2005

Powerbook


"Powerbook"
di Jeanette Winterson
Mondadori, Milano 2002

231 pp, 8.40 €

Già a partire dalla copertina, che reca questo lunghissimo elenco di parole:
amore
destino
corpo
passion
memory
avventura
desiderio
body
dream
romance
love
progress
tragedy
letteratura
speranza
illusione
tempo
sogno

il lettore comprende che Jeanette Winterson si lascerà andare un'altra volta a un bisogno istintivo di riversare i propri sentimenti, uno dopo l'altro, alla ricerca di una condivisione muta di chi sta al di qua del foglio. Nonostante l'urgenza, le riflessioni e la buona carica aggettivale tradiscono un bel lavoro di rifinitura, accurato, dove niente è lasciato al caso: tipico della Winterson, insomma.Venendo alla trama, anche stavolta di tipo autobiografico - e autoreferenziale forse?! -, Jeanette ricorre a un ottimo stratagemma contemporaneo: internet. Da una chat con una misteriosa donna, arriva la richiesta, a bruciapelo:"Libertà, solo per una notte"Da questa richiesta, nascono una serie di storie, organizzate appunto dall'autrice per questa corrispondente. Senz'altro la Winterson non ha alcuna paura ad affondare le proprie ricerche in ambienti storici, dove si mischia amabilmente letteratura, archeologia, mitologia e un buon pizzico di leggenda. Una dopo l'altra, le storie tracciano percorsi diversi per un unico grande amore, quello che lega l'autrice alla donna che sta al di là dello schermo. Nonostante l'ottimo spunto, la messa in pratica non sembra al livello di altri libri dell'autrice: a tratti troppo arzigogolato, a tratti troppo nudo, a tratti un poco confusionario.Nell'insieme, tuttavia, resta una buona lettura.

lunedì 28 novembre 2005

Le parole portate da Vecchioni


"Le parole non le portano le cicogne"
di Roberto Vecchioni
prima ed. 2000, EinaudiII edizione, 2005, Torino, Einaudi
Pagg. 196 più nota finale dell'autore
€9.80

Tutti, almeno una volta, si sono domandati da dove vengono le parole, chi le ha create, come sono arrivate fino a oggi, morendo o nascendo, senza tregua. La protagonista, Vera, se lo chiede la prima volta quando incontra un vecchio linguista, Otto November, un personaggio pieno di saggezza, di critica, ma soprattutto di amore per la parola:"GLI UOMINI SONO COME LE PAROLE: CIASCUNA DI ESSE HA UN SUO SENSO. MA LE PAROLE NON STANNO DA SOLE, si uniscono tra loro e prendono un nuovo significato a seconda della frase in cui vanno a finire".La personalità strana di Otto avvince Vera, studentessa liceale senza particolari fronzoli per la testa, ma quanto mai legata alla sua realtà giovanile. Dopo le prime resistenze, Vera si dedica a questa amicizia con tutta se stessa, attorniata da amici com'è, ma, purtroppo, lontana dal mondo famigliare, per via di una madre assente e di un padre musicista, emigrato anni prima. Il libro è racconto della stessa Vera che, ormai insegnante universitaria, si trova a ripercorrere le sue scelte e la sua formazione, entrambe particolarmente legate alla figura di Otto.Molto delicate e profonde sono le riflessioni sulla vita, sull'amore, ben lontane dalla banalità. Vecchioni, ancora una volta, senza particolare fatica, affianca il gergo giovanile alle parole di un vecchio professore, che riesce a far assaporare tutta la sua passione per la linguistica e ad appassionare anche i lettori più lontani da quest'universo. Infatti, il libro è di facile comprensione - ma non semplicistico, attenzione! -, e Vecchioni correda il tutto con una pratica e curiosa nota d'autore finale, dove sono riportate le fonti di alcune citazioni e, soprattutto, un'apologia per la scelta di alcune teorie riportate nel libro. Scorrevole e pieno di buoni spunti di riflessione, il libro è consigliabile per tutti coloro che vogliono sfiorare la storia di una vita, gustandone il sapore delle parole.

lunedì 14 novembre 2005

Viaggiando con De Carlo


"Giro di vento"
di Andrea De Carlo
2004, 2005 prima ediz. per Bompiani, Libri Oro

pagg. 318
€ 6,00

Giro di vento è un luogo, disperso sugli appennini umbri, ma è anche una dimensione mentale, un viaggio che De Carlo propone ai suoi cinque protagonisti. I cinque, quattro amici e il venditore immobiliare, partono da una grigia giornata milanese per andare a visionare i rustici umbri che vogliono acquistare e restaurare per le loro vacanze. Inaspettatamente, si perdono in una zona d'ombra: niente cellulari, la macchina in un fosso, nessun servizio. Approdano così dove abita una comunità autosufficiente che si sostenta da ben dieci anni, occupando abusivamente i rustici che si scopriranno essere proprio quelli dei milanesi.
La tensione è alle stelle, i dialoghi sono preponderanti ed è attraverso questi che avviene lo scontro con la gente del posto, strana ma quasi onniscente. Si discutono le decisioni diverse di vita e da questo clima così lontano dalla tecnologia e dalla meccanizzazione avvengono alcune scoperte interiori. De Carlo non trascura nessun aspetto della nostra società: c'è la coppia sposata in crisi (Enrico-Luisa), la showgirl egoista (Margherita), l'uomo d'affari nato dal nulla (il venditore, Alessio), il divorziato sportivo dal cuore d'oro (Arturo). Tutto, parte come una breve avventura da gita fuoriporta, come era accaduto anche in Treno di panna, i quattro amici sembrano essere in armonia tra loro, ma un contatto a tu per tu per un paio di giorni - ben dilatati da una sequela di azioni - mette in crisi l'equilibrio del gruppo. Così, anche l'amicizia si rivela essere logorata dal tempo, solo abitudine data da tanti anni di mala sopportazione.

La lettura è assolutamente spedita, leggera, da viaggio in treno, direi, e sembra in alcuni tratti riprendere storie alla Salvatores per quanto riguarda il gruppo d'amici, in auto, verso una zona non ben definita. Allo stesso modo, il viaggio si carica di un'esperienza utilissima per i protagonisti; più che di crescita bisogna parlare di pura e vera presa di coscienza. Come dovremmo avere tutti, prima o poi.

martedì 8 novembre 2005

Sotto le stelle di un oceano dimenticato con Vassalli


Stella avvelenata
di Sebastiano Vassalli
Einaudi Tascabili, Torino, 2003

pagg.238 € 10.00

Quando Vassalli decise di recuperare le memorie di Leonardo Sacco, chierico quattrocentesco, nato nel Monferrato, senz'altro vide nel suo percorso una parabola di vita che senz'altro anche ai giorni nostri sarebbe stata intesa. Anzi, a maggior ragione ai giorni nostri. La storia, infatti, è il tracciato di formazione del giovane Leonardo che, derubato sulla via per Parigi, dove intendeva incontrare alcuni studiosi, decide di abbandonare la carriera ecclesiastica - intrapresa per volere familiare - e di darsi all'avventura. 
Senza soldi e senza meta, accetta l'offerta di imbarcarsi con un gruppo di predicatori, considerati eretici, alla volta della famigerata Atlantide. Ad attendere il gruppo di uomini - tutti ben caratterizzati nel diario di bordo redatto da Leonardo - ci sono tempeste, naufragi, paesaggi inabitabili e grandi prove di coraggio da superare. Soprattutto, però, ci sarà lo sbarco nella fantastica isola d'Atlantide che altro non è che l'America, allora (1441) ancora inesplorata. Qui, avviene anche la conoscenza delle tribù locali, i 'protouomini', come scrive Leonardo.
Tuttavia, niente realizza le aspettative: ci saranno un colpo di scena che riguarda la vita privata di Leonardo, lutti e terribili oscenità che porteranno i superstiti a prendere una decisione amara.

La prosa è ben scritta, accurata come un grande autore quale Vassalli lascia pregustare al lettore, a cominciare dal titolo, decisamente appropriato, alla luce del finale del libro. Qua e là ci sono immagini crudeli, inaccettabili per la mente umana, come atti di cannibalismo o di battaglia particolarmente violenti. Buona anche la citazione di brani tratti direttamente (così dice Vassalli) dal diario di Leonardo che, purtroppo, è giunto a noi nella trascrizione di un suo successore, il quale ha operato tagli e rifiniture del tutto personali.
Vassalli, come già nella Chimera, non abbandona mai il lettore alla storia, ma veglia sulla narrazione, come un Manzoni contemporaneo.La lettura risulta gradevole, interessante per noi abituati ai ritmi frenetici dei viaggi attuali e completamente ignari dei tempi di una traversata sull'oceano.

Gloria M. Ghioni

martedì 1 novembre 2005

Emozioni e sensazioni epidermiche


"Scritto sul corpo"
di Jeanette Winterson
1992, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

prezzo: 8,40 €
pagg. 202

"La passione non conosce le buone maniere. Le dita di lei colpivano nel segno. Mi avrebbe voluto legare a sé con delle corde, stringere a sé senza che ci potessimo muovere, se non corpo su corpo, e non sentendo altro che il reciproco sentirsi. Ci avrebbe privato di ogni senso, tranne che del tatto e dell'olfatto. In un mondo cieco, sordo e muto avremmo potuto soddisfare la nostra passione all'infinito. La fine sarebbe stata un nuovo inizio. Solo lei, solo io. Era gelosa, ma lo ero anch'io. Era animalesca nell'amore, ma lo ero anch'io. Eravamo tanto pazienti da contarci i capelli in testa, troppo impazienti di spogliarci. Non c'era un vincitore, le nostre ferite si equivalevano." (pagg. 172-173)
Quando Jeanette Winterson intraprese questo veloce e scattante libretto, presumo che sentisse una grande urgenza di scrittura. Mai frettolosa, mai esageratamente scarna, ma in grado di scalfire chiunque, anche il cuore più fermo, anche l'anima meno portata all'amore. La voce narrante, attraverso un iter in cui si narrano le precedenti esperienze amorose e carnali, svela il suo mondo. Un mondo pieno di insoddisfazioni, alla continua ricerca di un amore che, il più delle volte, si lascia smontare dalla quotidianità. Sembra una maledizione infinita, questa: in ogni relazione, un baco che si infiltra e cancella i sentimenti. Fino alla conoscenza di Louise, donna sposata e contrastata, donna che si inserisce sottopelle senza domandare nulla. Senza chiedere permessi.
Dicesti: "Me ne vado via da lui perché il mio amore per te fa di ogni altra vita una menzogna".Ho nascosto queste parole nella fodera del cappotto. Le tiro fuori come fa un ladro di gioielli quando nessuno lo vede. Non sono sbiadite. Niente di te è sbiadito. Sei ancora del colore del mio sangue. Sei il mio sangue. Quando mi guardo allo specchio, non è la mia faccia quella che vedo. Il tuo corpo è raddoppiato. Una volta sei tu e una volta io. Chi è chi? pag. 102
L'amore per Louise cancella le remore verso i sentimenti e i preconcetti, fino a una terribile scoperta: dopo sei mesi di convivenza, l'ex marito della donna spiega all'io-narrante che la donna ha una particolare forma mortale di leucemia. Una terribile realtà, ma resta una possibilità: lasciare Louise alle cure dell'ex-marito, famoso ricercatore. L'unico modo è quindi sparire. Così decide l'io-narrante, straziato dal dolore della perdita, che lo porterà a tuffare la propria disperazione su libri di medicina per capire cosa stia accadendo a Louise. Sono questi i capitoli raggruppati sotto la sezione "Le cellule, i tessuti, i sistemi e le cavità del corpo": dopo una breve introduzione dei libri medici, la testa vaga a Louise e al suo corpo. Senza morbosità, tutto il viaggio nella fisiologia dell'amata è permeata di sentimento materico, vivo e quasi tangibile.
E sarà proprio questo percorso a portare la protagonista a capire un errore drammatico, quello di aver abbandonato Louise e di essere stata ingannata. Forse il suo bene non era lasciarla al marito. Forse lei è già morta e... Un dolore dilaniante subentra al ricordo.

Nelle tante recensioni uscite sul web, il primo elemento messo in risalto è l'ambiguità di sesso del narratore: infatti mai si scopre se uomo o donna. Personalmente, non trovo che sia questa la caratteristica più rilevante, perché in qualunque caso ci sono riferimenti a storie omosessuali, passate, che confondono il lettore. Invece, punterei l'attenzione sulla vividezza delle immagini, sui pensieri metaforici e spesso metonimici, di grande finezza. Queste caratteristiche, spesso contrastano con termini crudi del gergo che, tuttavia, contribuiscono al realismo, per un libro che, in caso contrario, sarebbe stato estremamente in bilico tra le nuvole del sogno.

Gloria M. Ghioni

sabato 15 ottobre 2005

Alla fine il silenzio di D. Gambetta


"Il silenzio che viene alla fine"
di Deborah Gambetta
2005, Einaudi Editore (stilelibero . big)

pagg. 224
€13,80

"A volte, credo di dimenticarlo il tuo nome. Non lo ricordo, ecco. Credo di ricordarlo e poi non lo ricordo più. Il tuo nome diventa tutti gli altri nomi, distillati tutti insieme in un unico suono bianco"pag. 73
"L'assenza muove la mia vita. Sono un corpo dimezzato, un'anima senza contorni. Non ci sono pareti da toccare, dentro di me"pag.186

Immobilità e calore aprono le riflessioni della protagonista e quest'atmosfera afosa dominerà tutto il silenzio del libro. Infatti, il titolo non è stato scelto senza motivo: di pagina in pagina, attraverso lo sguardo disilluso dell'io-narrante (che coincide con l'io-narrato) si intravede una campagna assolata, una casa vuota e bianca, tanto da rilucere e fare male alla vista. In questo tempo, non resta che dormire e cercare di svegliare il meno possibile i ricordi drammatici e violenti che si legano alla giovanissima vita di questa protagonista, divisa tra un amore non corrisposto verso i genitori e una verità terribile che cambierà la sua vita e la lascerà in questo torpore interiore. I comportamenti autodistruttivi della ragazza la segneranno per sempre, esteriormente (il suo corpo coperto da cicatrici), ma soprattutto interiormente, portandola a riallacciare una storia d'amore inesistente. Sarà proprio una serie di lettere, spesso sbocconcellate, spesso minime come un paio di frasi o sensazioni, a formare l'intera opera. Sono pensieri per un amante lontano, che un giorno ha detto 'basta' davanti alle mille incomprensioni e alle stranezze di lei. Per tutto il romanzo, sono rintracciabili ottimi stralci descrittivi, belle sensazioni, specialmente quelle collegate all'amore:
"Ho riso anch'io, per un istante la vita si è messa in mezzo e ha dato movimento. Ma guardavo te, volevo le tue parole e le parole dietro le parole."pag. 38
"Il tuo nome spicca in mezzo agli altri come un fiore giallo, una chiazza di sangue.L'oggetto della mail dice: non ti ho dimenticata.Sposto il cursore del mouse su vecchi messaggi di altre persone. Li evidenzio, li rileggo.Prendo tempo.So che stai tornando. Lo so prima di sapere. "pag. 59
Come è evidente già da questi pochi esempi, la scrittura di Deborah è veloce come quella di una autrice giovane (è nata solo nel 1970), ma estremamente consapevole. Nei numerosi spazi bianchi, nelle frasi scarne, asindetiche, addirittura monche, c'è l'incisività di una lama che taglia le obiezioni del lettore e si infiltra nel cuore. Con il suo silenzio. Nonostante il disfattismo della protagonista e la passività che mostra nei confronti della vita, il libro esprime necessità di amore e di istanti da rivivere. Nel silenzio della fine.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 28 settembre 2005

Itinerario d'amore per un buon De Carlo



Arcodamore
di Andrea De Carlo
Bompiani, 1993

pagg. 292
€ 7,23

"Ma è una specie di arco, no? Può essere tondo o lungo o basso o stretto e alto come una porta, e magari prima ancora che tu incontri qualcuno hai già dentro di te l'inizio di una curva e lo senti e non capisci cosa sia. Poi ci sei sopra e fino a un certo punto ti sembra di salire soltanto, e ti fermi e sei in alto e ti sembra che possa durare così per sempre e non ti rendi conto che stai già cominciando a scendere verso terra di nuovo." (ivi, pag. 253).

Ecco una buona definizione per la concezione d'amore del protagonista di De Carlo, Leo. Il problema è: quanto è capace di durare un arcodamore? E, soprattutto, cosa succede quando ti coglie del tutto impreparato? 
Così infatti è successo a Leo, fotografo d'oggetti a Milano, divorziato da anni e intrappolato nella quotidianità della sua carriera e della nostalgia per un mondo che non ha saputo trattenere. La sua vita privata è ridotta a una serie di attrazioni passeggere che sembrano sfamare un bisogno d'abitudine fortissimo e imprendibile, arrivano a negare la necessità d'affetto che Leo riversa, raramente, sui figli durante i loro pochi weekend. Di pagina in pagina, si avanza attraverso gli abbagli che lo stesso Leo pensa di poter trattenere, come la relazione con una bella ventenne borghese. Nella tristezza dettata da scarsa speranza, Leo incontra però la donna che rivoluzionerà la sua vita: si tratta dell'arpista Manuela Duini, amica del cugino di Leo. Non riuscirà nemmeno la infatuazione del cugino a rimuovere Manuela dai pensieri di Leo che, nella lenta ossessione dell'innamoramento, inizia un cambiamento. Cambiamento che spesso lo porta a combattere con la razionalità, perché Manuela non è la donna che sembra, ma ha un passato che più volte le adombra lo sguardo...La storia è ben costruita, molto piacevole da leggere, anche se a tratti la monotonia di Leo sembra portare a vicoli ciechi, dai quali De Carlo riemerge velocemente, senza grosse fatiche. Questo grazie alla sua narrazione, scorrevole ma non per questo banale, capace di inframezzare i pensieri e le azioni con riflessioni piene di scavo psicologico. Nonostante Arcodamore non proponga la tradizionale concezione amorosa, è certamente un'ottima opera su cui soffermarsi.
Anche sotto l'ombrellone.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 14 settembre 2005

Una terribile lettura


Cento colpi di spazzola (prima di andare a dormire)
di Melissa P.
Roma, Fazi, 2003

Se è stato un approccio per curiosità, ho perseverato nella lettura solo per principio. Il libro, contrariamente alla enorme tiratura editoriale e al battage pubblicitario, ha saputo aggrovigliare in modo accademico e liceale una serie di perversioni minime, proprie di una mente adolescente che sta crescendo e, in qualche modo, si trova a cozzare contro il sesso. Perché infatti non si vede nient’altro che stordimento, lo stordimento di una ragazzina che vuole a tutti i costi sforzarsi ad apparire morbosa dea dell’universo erotico, mentre in realtà le sue descrizioni sono spoglie di qualunque capacità di pathos. Contrariamente a quanto l’autrice abbia affermato, non credo affatto che abbia rappresentato le angosce e le paure di una generazione, dal momento che le esperienze raccontate – vendute per autobiografiche dalla prima all’ultima – sono tanto estreme che dovrebbero necessariamente descrivere una società perversa e cinica. In più, non si può nemmeno dire che valga la pena leggere il romanzo per lo stile. Svilente, scolastico, con tanta paratassi da annoiare e una serie di subordinate solo a livello elementare, tanto per dimostrare l’esistenza delle congiunzioni. I collegamenti sono poco realistici, la morbosità è l’unico tema che collega paure e, sì, qualche volta un pallidissimo tentativo di scavo psicologico, sempre terribilmente limitato. Manca la capacità narrativa dell’ Undici minuti di Coehlo, non esiste traccia dell’innovazione di Schnitzler, né c’è fuoriuscita dal comune: un’immensa banalità. Quindi, qual è la fortuna? Un interesse insano da parte di molti lettori che hanno preferito Melissa a una striscia di cattiva pornografia, oppure una curiosità – ecco il mio caso – meramente stilistica che ha portato come unico risultato un tentennamento del capo e tanta amarezza. 
Una stretta di mano va a Melissa che ha deciso di eliminare qualunque dignità “sverginandosi” letteralmente con un libro di pochissimo spessore e privo di risvolti utili, permeato dalla favola a lieto fine che può piacere solo agli ingenui. Un’ultima stretta di mano a chi ha saputo spingere Melissa sulla cresta dell’onda, sfruttando l’eco erotico di parecchi romanzi recenti. Spero tanto che non si faccia venire in mente di pubblicare un altro immondezzaio simile. D’altro canto, se questa è la nascita di una grande autrice, come hanno detto, allora forse l’unica vera e propria salvezza è rifugiarsi nei classici.

Gloria M. Ghioni

martedì 13 settembre 2005

In fuga dal presente con King



L'uomo in fuga
di Stephen King (Richard Bachman)
Sperling Paperback 1997

1^ edizione: 1982

pagg. 240
€ 8,40

Anche Stephen King, come moltissimi altri scrittori dell'ultimo secolo, si prefigura un futuro catastrofico. E, per di più, lo fa ancora giovanissimo, con un romanzo scritto in sole 72 ore! Un tempo record che nasconde delle pecche di stile, direbbe qualcuno. Certo, lo stesso autore riconosce nell'opera la necessità di una revisione ulteriore che, tuttavia, non è avvenuta per rispetto del libro visto come storia ad ampio respiro, da leggere tutta d'un fiato. Così, infatti, il libro entra sul mercato, protetto dallo pseudonimo di Richard Bachman, alter-ego spesso sfruttato da King a inizio carriera, per crearsi un personaggio e un autore di libri da scaffale di supermercato. 
A lungo, infatti, 'L'uomo in fuga' viene lasciato da parte dagli appassionati lettori di King, che per parecchio tempo si sono lasciati sviare dal nome di Bachman. Poi, il successo. Sostanzialmente, motivato dalla visione da dystopian novel che permea tutta l'opera: cinismo, crudeltà e violenza per un futuro completamente privato dei valori fondamentali. 
Come in 1984 di Orwell, sono i media a dominare la vita delle persone, attraverso programmi di tri-vu (si tratta di tivù tridimensionale, dove la gente interagisce) che mettono in pericolo persone. Non esiste finzione. Gli stessi spettatori che osservano 'L'uomo in fuga', programma di punta, sanno che i malcapitati sono poveri emarginati, disperati al punto di accettare di essere cacciati fino alla morte. Per soldi. Per sfamare le famiglie. Così parte la vicenda di Ben Richards, padre di famiglia, marito affettuoso, tanto dedito alla figlia Cathy, malata, da partecipare al gioco dell'uomo in fuga per pagare le medicine alla bambina. King dedica la narrazione a tutta l'avventura di Ben, senza mai tralasciare la disperazione di un uomo senza mezzi che conosce bene di vendere la propria vita per salvarne un'altra. Accanto alla vicenda principale, tanti personaggi minori, sia dalla parte della società degenerata, sia da parte di cuori ancora palpitanti. 
Sostanzialmente una buona trama, già sfruttata ripetutamente, ma architettata da un uomo che, della scrittura, ha saputo carpire le leggi per suspence e azione.

Gloria M. Ghioni

lunedì 12 settembre 2005

Gioco d'opposti per la Mazzantini

Manola
di Margaret Mazzantini
1998, Oscar Mondadori
Collana: Oscar bestsellers

pagg. 249
€7,80

Stordisce. Ecco la prima caratteristica di questa pièce teatrale della Mazzantini: a cominciare dalla struttura dell'opera, ma soprattutto i personaggi sono quantomeno insoliti. La vicenda vede, infatti, protagoniste due gemelle, Ortensia e Anemone. La prima pessimista, tetra, malinconica, sadica e masochista assieme, almeno quanto l'altra è vitale, esuberante, esagerata, bella e orgogliosa di sé. Di primo acchito, le due ragazze sembrerebbero due opposti, conciliati dalla semplice scelta di raccontarsi - una all'insaputa dall'altra - a una fantomatica Manola, ascoltatrice silenziosa. Forse troppo silenziosa.

Così, attraverso improponibili e rocamboleschi racconti, al limite della fantasia, la storia si dipana e tocca la vita di entrambe le gemelle. Personaggi minori allietano la trama visionaria, a metà tra follia e fantasia di bambine represse in tenera età. La situazione, apparentemente in stallo fin dall'inizio, si evolve con un paio di considerevoli sorprese, decisamente inimmaginabili.
Qua e là ci sono buoni spunti per riflessioni che vanno oltre la primissima impressione - assolutamente disarmante - e offrono motivi per rileggere una frase, un pensiero. Ricordo, a tal proposito, una scena di stazione, presentata a pag. 239 (corrente edizione):
Mi fanno sempre impressione gli addii, quando il nulla, un grigio scorcio di città, anonimi binari di ferro, s'inghiottono la famigliarità d'un volto, il profumo d'una persona cara.Mi era rimasta addosso una strana malinconia. Mi sono stretta al mio corpo solitario e, passo dopo passo, diventavo sempre più triste. Sapevo il motivo di quella tristezza. Avevo voglia d'amore anch'io, di carezze furtive, di un cuore in subbuglio. Era ormai il tramonto. Gli umani che camminavano sul mio stesso marciapiede andavano tutti di prescia. Molto di loro, forse, correvano verso un amore, verso braccia protese nella notte. Due innamorati, stretti l'uno all'altro, mi sono passati accanto senza vedermi. Avrei voluto seguirli come facevo da bambina con i clienti (i genitori avevano un albergo sgangerato, n.d.r.) , e chiedergli di tenermi un po' con loro, sotto il cappotto. Ma nel loro mondo non c'era posto per me. Ho stretto i pugni nelle tasche per farmi un po' di coraggio.
Lo stile, assolutamente piacevolissimo, ottempera un po' la stranezza del caso, spesso ignaro del reale e del plausibile, se non altro. Una lettura che, in ogni caso, viene ricordata per questo o rimossa per incapacità di accettare la fantasia di una ottima scrittrice. Da leggere, solo per volare oltre la realtà, rischiando di perdersi.

Gloria M. Ghioni

sabato 10 settembre 2005

Esercizi di stile per sfida e amore verbale


Esercizi di stile
di Raymond Queneau

Introduzione e traduzione di U. Eco
Testo originale a fronte

Einaudi Tascabili, 2001 (1^ ed. 1947)
pagg. 227 €9,00

Non è mai stata una novità che il successo di un romanzo dipenda in gran parte dallo stile del narratore. In quanti stili, da quante prospettive è possibile scrivere lo stesso identico fatto? Se già la domanda resta con poche risposte sommarie, allora sembra ancora più difficile andare oltre, quando si pensa che non è un fatto eclatante ad essere analizzato, ma una qualsiasi disputa su un autobus cittadino, durante l'orario di punta. Raymond Queneau maneggia sapientemente la storia, raccontandola in ben novantanove variazioni sul tema, sfruttando figure retoriche, generi letterari... 
Il tutto è venato da una potente ironia, talvolta sottolineata dalla esagerazione e dal gusto per l'iperbole: quante volte, il narratore, gioca con le parole! L'opera, ritenuta a lungo intraducibile per la strettissima dipendenza dalla lingua francese dell'autore, sono finalmente negli anni '80 approdati anche in Italia, grazie all'opera minuziosa di Umberto Eco, che non s'è sforzato di riportare parola per parola, ma, una volta capito il gioco di Queneau, ne ha riproposto le fila. Per una traduzione puntuale che, tuttavia, non mantiene il gusto letterario e l'obiettivo primario di stupire, è presente anche il testo originale a fronte. Per il lettore minimamente dotto sulle leggi della letteratura, il libro è una vera goduria per la mente, solletica migliaia di idee tenute nascoste dietro alla cortina della quotidianità. Meglio, se letto a tratti, intervallando le singole performances con riflessioni e sorrisi.

Gloria M. Ghioni

giovedì 1 settembre 2005

Occhi blu, capelli neri


Occhi blu, capelli neri
di Marguerite Duras
Milano, Feltrinelli, 2001

Prima edizione: 1987

"Lui chiede ancora com'era quell'amore, com'era vissuto. Lei dice: - Come un amore che ha un inizio e una fine, indimenticabile anche quando lo si è dimenticato, non ricordo più".

Un libro da amare o un libro da odiare. È questo uno dei casi in cui le mezze opinioni non esistono, perché la scrittura che Marguerite Duras (1914-1996) ha elaborato nel corso degli anni è prorompente e ritrosa al tempo stesso. In Occhi blu capelli neri, in particolare, la narrazione è spesso interrotta da pause forti, come lo spazio bianco, lasciando il lettore sparso tra i tanti teatri che si creano uno nell’altro, continuamente, senza requie. Infatti, la storia si svolge a livelli differenti e risulta spesso difficile contestualizzare i pensieri o i fatti, all’interno del testo. Come la narrazione, così la trama è inusuale, ma, diciamocelo, Marguerite sottolinea e cura maggiormente la parte stilistica rispetto a quella contenutistica. Almeno questa è la impressione che si ha leggendo “un amore, il più grande e terrificante che a me sia stato concesso di scrivere”, spiega M. Duras in una lettera di prefazione al testo.

Una storia strana, la storia di una Lei e di un Lui che resteranno tali per tutti i loro incontri, sempre nella stessa stanza asettica e bianca che s’affaccia sul mare: in verità, la camera si confonde con un palco teatrale, visto che di tanto in tanto indica all’attore ipotetico come interpretare le battute, o come muoversi. Anche se ricorre a questa generalizzazione di “lei” e “lui”, non bisogna pensare che la storia d’amore sia exemplum esistenziale: al contrario, nella sua indefinitezza ha caratteristiche uniche e, a volte, assurde. Infatti, quest’amore nato per una comunanza di occhi blu e capelli neri, vede la comunione di due nudità – maschile e femminile – senza che si giunga mai all’atto d’amore, nonostante il desiderio. Desiderio che è spesso oggetto dei dialoghi – lunghi e semplici – che sono spesso introdotti da semplici connessioni dialogiche, quali “lui dice”, “lei risponde”. Ne abbiamo una prova in questa frase, una delle più belle del testo: “Lei dice che si dovrebbe riuscire a vivere come fanno loro, il corpo abbandonato in un deserto e, nello spirito, il ricordo di un solo bacio, di una sola parola, di un solo sguardo per tutto un amore”.

Oltre alle parole, il rapporto dei protagonisti, nonché unici personaggi agenti, è accompagnato da una serie di gesti che nascondono alla base una grande cura, simile alla teatralità. Sulla storia, incombe sempre la precarietà del tempo e del rapporto che non ha basi predefinite: un giorno finirà, e proprio per questo la fine è sentita prima ancora della sua annunciazione. 
La Duras non interviene mai, ma lascia che siano proprio i personaggi ad esprimere i loro timori e le angosce. Ecco una dimostrazione di come lei senta la fine della storia, ormai prossima, e la viva senza ansia: “Lei lo sa: anche quando sarà l’ultima notte, sarà inutile sottolinearlo, perché quello sarà l’inizio di un’altra storia, quella della loro separazione.”
O amarlo o odiarlo. Io ho scelto di amarlo, per la sfrontatezza con cui i silenzi lasciano il lettore da solo con i suoi pensieri e le sue riflessioni, per la bellezza di alcuni passaggi che impreziosiscono un testo, di per sé, privo di ogni ornamento (“Hanno paura che i loro occhi si vedano”). Al di là dell’apprezzabile sperimentalismo, i particolari tendono a sfuggire.

GMG

venerdì 19 agosto 2005

Una fiamma misteriosa per un Eco meno incisivo

La misteriosa fiamma della regina Loana
di Umberto Eco- Romanzo illustrato
Bompiani, 2004
pagg. 445
Prezzo: 19 €

Se già con Baudolino e L'isola del giorno prima si parlava della fine dell'ispirazione di Eco, ecco che abbiamo con questo romanzo il terzo fallimento della serie. La critica ha stroncato l'opera, appena pubblicata. A parer mio, se anche non perfetto e non scorrevolissimo nella narrazione, non si può gettar fango sul primo romanzo (nascostamente) autobiografico di Eco. Scrivo autobiografico, perché dietro al protagonista Yambo, libraio antiquario del milanese, privato della memoria in seguito a un incidente, c'è nascosto più autore di quanto possa indicare l'io narrante in prima persona. Sono le sue stesse memorie, recuperate a tratti, secondo fiammate (da qui il titolo) momentanee a far pensare a quelle dell'autore, a cominciare dalla sua stessa epoca storica. Attraverso la prima sezione del libro - quella che, personalmente ho apprezzato maggiormente - Yambo si sveglia dal coma e comprende di aver mantenuto solamente la memoria enciclopedica di un appassionato letterato, ma di non ricordare nulla della propria vita. Le persone che gli ruotano accanto non sono altro che visi sconosciuti. Ecco l'inizio del romanzo, in grado di conquistare la curiosità di chiunque, con una sottile vena di intellettualismo:

«E lei come si chiama?».«Aspetti, ce l'ho sulla punta della lingua».Tutto è cominciato così.Mi ero come risvegliato da un lungo sonno, e però ero ancora sospeso in un grigio lattiginoso. Oppure, non ero sveglio ma stavo sognando. Era uno strano sogno, privo di immagini, popolato di suoni. Come se non vedessi, ma udissi voci che mi raccontavano che cosa dovessi vedere. E mi raccontavano che non vedevo ancora nulla, salvo un fumigare lungo i canali, dove il paesaggio si dissolveva. Bruges, mi ero detto, ero a Bruges, ero mai stato a Bruges la morta? Dove la nebbia fluttua tra le torri come l'incenso che sogna? Una città grigia, triste come una tomba fiorita di crisantemi dove la bruma pende slabbrata dalle facciate come un arazzo...La mia anima detergeva i vetri del tram per annegarsi nella nebbia mobile dei fanali. Nebbia, mia incontaminata sorella... Una nebbia spessa, opaca, che avviluppava i rumori, e faceva sorgere fantasmi senza forma... Alla fine arrivavo a un baratro immenso e vedevo una figura altissima, avvolta in un sudario, la faccia del candore immacolato della neve. Mi chiamo Arthur Gordon Pym...

Nella seconda sezione del libro, intitolata 'Una memoria di carta', Yambo torna alla casa natale, sperando di recuperare i suoi ricordi visitandoli e toccandoli con mano nella vecchia soffitta. E' questa occasione per inserire parecchie pagine e divagazioni - troppe, talvolta - sull'epoca anti-fascista e fascista, quando Yambo era poco più che bambino e viveva ancora con il nonno, letterato e collezionista di documenti, libri, giornali, dischi contemporanei. Qui Yambo torna ad apprezzare e a criticare elementi della sua infanzia, domandandosi sempre: ma allora, come li vedevo? In questa parte, purtroppo, la narrazione si rallenta parecchio, proprio come se lo stesso personaggio decidesse di sedersi in soffitta e soffermarsi su tantissimi ricordi.
Fortunatamente, la situazione di stasi che troviamo nella seconda parte si scioglie, non appena Yambo ricostruisce la storia del nonno e anche la propria, pezzo dopo pezzo, dirigendosi verso una fine quanto mai inaspettata. Personalmente, la prima manciata di pagine prometteva un romanzo più che piacevole, direi memorabile. Invece, lo svolgimento non appaga le aspettative iniziali.

Gloria M. Ghioni

venerdì 15 luglio 2005

Una nuova promessa: Mi mangiassero i grilli

Mi mangiassero i grilli
di Andrea D'Agostino
Fernandel edizioni, 2005

96 pagg.

Romanzo esistenziale, romanzo biografico, romanzo-diario, romanzo drammatico, romanzo con una sottile vena d'ironia... Il primo libro di Andrea D'Agostino, pubblicato per Fernandel, è già una promessa: le sue sfaccettature continue, le pagine dense di emozioni diverse (si può passare dal riso alla commozione in poche righe) sono già ingredienti fondamentali per dire che c'è del talento. Inoltre, basta aggiungere lo stile svelto - ricorda un po' Vittorini - sempre ben calibrato per rendere la lettura agevole che porta in pochissimo tempo alla fine, quasi senza accorgersene. Già, perché la tecnica di flashback continui che Andrea adotta trattiene l'attenzione del lettore, pagina per pagina. Così si arriva a scoprire esperienze personali dell'infanzia del protagonista, soprannominato Vinicio, cresciuto con i nonni dopo essere rimasto orfano. 
Sarà proprio il legame con il nonno, in particolare, ad essere esaminato: mai con descrizioni che appesantirebbero il libro, ma attraverso i ricordi del protagonista che, in prima persona, presenta la sua vita. Apparentemente, alcuni avvenimenti sembrano marginali, però è importante sottolinare che è proprio attraverso questi che si arriva a delinare tutti i personaggi. All'autobiografia, Vinicio unisce uno sguardo al mondo siciliano dove è cresciuto: è uno sguardo disilluso, ma sempre affascinato dall'ambiente minimalista e agreste, dalle abitudini che ormai si sono radicate in lui. Anche quando Vinicio diserta e deve scappare nell'Oltrepo pavese, i suoi pensieri corrono spesso alla terra d'origine e agli affetti, tra cui la nonna e la ex-fidanzata, Matilde. Vinicio però non è solo, in una terra conosciuta: è con il nonno, scappato anni prima da casa per fuggire al suo matrimonio oppressivo. Caratteristica che ho notato, inoltre, è il fatto che il protagonista non stia mai a chiedersi "perché", ma pensi, davanti all'evidenza, a come superare il momento. A come cavarsela. Tutto, in vista di una fine senz'altro disattesa.Concludendo, una lettura davvero piacevole per scoprire un mondo, attraverso gli occhi di un ragazzo.

Gloria M. Ghioni

sabato 25 giugno 2005

Un eremita di strada per Margaret

copertina di Zorro di Margaret Mazzantini

Zorro - un eremita sul marciapiede -
di Margaret Mazzantini
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

Prima ed. 2004
Pagg. 66
Prezzo 6,50 €

Un monologo teatrale per il marito: ecco come è nato Zorro, un breve romanzo da leggere tutto d'un fiato, per ottenere un effetto reale di grande introspezione e riflessione. Dopo essersi aggiudicata le classifiche con Non ti muovere, l'autrice decide di staccarsi dal romanzo di ampio respiro per tornare al suo precedente stile (ricordiamo Manola e Il catino di zinco): uno stile riassuntivo, calcolato, ma mai ellittico. 
È proprio questa caratteristica che stacca la Mazzantini dalla schiera di nuovi romanzieri: ogni storia già manifesta una impronta personale ben marcata, ogni frase è lì per scelta profonda e non per divagazione, ogni personaggio è creato da una mano ben ferma che non accetta errori incoerenti. 

Venendo più strettamente al libro in questione, la Mazzantini lascia parlare un uomo di strada che non ha per niente timore ad esprimere anche verità scomode, punti di vista diversi da quelli convenzionali. Accanto a lui, un piccolo cane, Zorro, unico compagno in questa vita distaccata che ormai è stata intrapresa da anni. Così, oltre a riflessioni più generali sull'esistenza e sul conformismo - nemmeno convinto, ma spesso imposto - della società, il protagonista risale alla propria storia con flashback improvvisi, senza un filo cronologico continuo, ma a volte per semplice analogia. Alla Mazzantini va una grandissima stretta di mano perché, nonostante le tematiche spinose potessero rischiare di cadere nel banale, ha saputo ancora una volta centrare appieno l'obiettivo: un monologo del tutto realistico, intenso da commuovere, disilluso da amareggiare.
"I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca. Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità."

Gloria M. Ghioni

lunedì 20 giugno 2005

Ecco Silone e il suo segreto

Il segreto di Luca
di Ignazio Silone
prima ed. 1956
Mondadori

Pag. circa 196

Benché il vero e proprio successo di Silone sia Fontamara, questo libro è assolutamente da leggere. Innazitutto, per le tematiche: scritto nel periodo appena seguente alla seconda Guerra Mondiale, Silone reinterpreta la necessità di riscoprire valori dimenticati, dal momento che persino la presunta giustizia è una realtà completamente passibile d'errori. E di ripensamenti. Vittima ne è Luca Sabatini, uomo di un piccolo paese vicino a Civitavecchia, uomo pacifico e remissivo, tanto riflessivo da sembrare irreale l'accusa di omicidio che l'ha trattenuto ben quarant'anni in prigione con l'ergastolo. 
La vicenda prende l'avvio dal ritorno di Luca, ormai settantenne, al proprio paesino, dopo il ritiro dell'accusa: già dalle prime righe, i passi di Luca non sono affaticati dall'età, ma pieni di nostalgia per la sua casa. Tutto è cambiato, esattamente come il Dopoguerra italiano: Luca, addirittura, viene ancora considerato pericoloso dai compaesani che lo fuggono con sospetto. Questo fino all'arrivo di un giovane maestro, Andrea Cipriani, intimamente legato a Luca per via indiretta: sarà proprio lui a cercare di far luce sul mistero che cova dietro a questa realtà in apparenza già chiarissima. E il segreto c'è realmente, e sarà rivelato proprio nelle ultime pagine...
Lo stile è snello, veloce, riempito di dialoghi molto verosimili che ricalcano spesso il parlato, senza per questo sembrare scontati o ricchi di dialettalismi. Al contrario, i dialoghi sono l'unica via che Silone utilizza per far conoscere i personaggi, altrimenti celati dietro a esistenze complesse che si snoderanno solo di pagina in pagina.Globalmente, una lettura che resta impressa, dalla prima all'ultima pagina.

Gloria M. Ghioni

domenica 5 giugno 2005

Ricerca di sé e dell'amore


Lo Zahir
Coelho Paulo
Bompiani, Milano 2005


Che fosse un best seller prima ancora di essere pubblicato, si sapeva... Si sapeva anche che alla tematica amorosa lo scrittore brasiliano avrebbe unito quella saggezza liricheggiante sulla ricerca di sé, di una realtà Altra a cui credere. Insospettabile, invece, era lo stile diverso, meno diretto e più intimistico, ben calibrato con l'io narrante. 
Se Coehlo cala la maschera nelle prime pagine per una breve biografia del personaggio, è solo perchè ha alle spalle il successo già conseguito: molte delle sue affermazioni iniziali sembrano eccessive, ciniche, disilluse. Forse troppo, per uno scrittore ai primi posti delle vendite. Invece, è proprio questa prima parte a proiettare il lettore nel dramma personale dell'personaggio-autore, smontando ad uno ad uno i luoghi comuni: la relazione successo-fama-denaro-felicità-realizzazione non è per niente scontata. Basta l'allontanamento della moglie per mettere in luce mille sfaccettature di una relazione apatica, impregnata di quella quotidianità che ha portato la donna a cercare sé stessa altrove; in particolare, come giornalista inviata sul campo di battaglia. 
Lo sviluppo iniziale della vicenda sembra classico: la moglie se ne va, lo scrittore pieno di successo entra in crisi. E' qui che comincia la ricerca di sua moglie, vera e propria ossessione (Zahir, appunto, termine ripreso da un racconto di Borges, definisce questo stato di attaccamento). 
Sarà l'incontro con uno strano gruppo di persone, credenti e affermati sostenitori dell'Energia dell'Amore, a rivelare al protagonista l'essenza della sua ricerca: se stesso. Solo così potrà andare incontro al suo destino.
La storia è costellata di personaggi minori che agiscono e creano un bel teatro alle spalle del protagonista. Non altrettanto accurata definirei lo spazio all'azione, qua e là un po' troppo irreale per portare il lettore ad immedesimarsi. 
Personalmente, il filone intimistico sulla forza dell'Amore come divinità m'è parso eccessivamente strampalato e retorico, basato su una forte presunzione dello scrittore. Lo stile è piacevole, con frasi ben incastrate e niente sembra casuale - caratteristica propria degli autori attenti. Da rilevare, alcune significative interpretazioni sul ruolo degli scrittori e la difficoltà del comporre, oggigiorno. Nonostante si tratti si una lettura piacevole, non me la sento di consigliarla vivamente. Se capita in mano o davanti agli occhi, ben venga, ma senza particolare entusiasmo.

Gloria M. Ghioni

sabato 14 maggio 2005

Il tempo dell'amore



Undici Minuti
di Paolo Coelho
Milano, Bompiani, 2003

Una storia di vita e una favola, questo romanzo di Coelho. Se dal titolo non si comprende l’argomento, già dalle prime pagine l’autore toglie ogni dubbio: desidera raccontare in terza persona la storia di Maria, che trova nella sua iniziazione alla prostituzione un nuovo modo per conoscere se stessa e anche, perché no?, l’amore. Non è una tematica facile quella che Coelho si prefigge, soprattutto vista l’enorme quantità di libri-immondizia che si sono accatastati negli ultimi anni. Così, senza condanna, senza giudicare ma con un po’ di partecipazione, lo scrittore porta il suo lettore nel mondo corrotto dal sesso: Maria sperimenta casi estremi, descritti con dovizia di particolari, funzionali al coinvolgimento del lettore all’interno di questo tunnel. 
In alcune pagine, la narrazione, che non si smentisce quanto a velocità d’azione e scorrevolezza, diventa cruda, aspra quanto l’argomento trattato. In altre, con scelte da vero scrittore, Coelho addolcisce il clima con pagine tratte dal diario di Maria, un diario pieno di comunissime paure, dove i dubbi sono i dubbi legittimi di una giovane donna, dove le indecisioni sono le indecisioni dettate dalla situazione precaria da cui è partita, famiglia compresa.
Qua e là, tra le pagine del diario di Maria, è possibile rintracciare una certa ingenuità di base che va, via via, perdendosi con il procedere dell’azione e la serie di incontri che la ragazza accumula: sarà infatti l’incontro con un pittore, dallo spirito umano, ad accelerare la sua maturazione.
Bella la doppia valenza di vita che troviamo in Maria, sempre molto umana:
"Io sono due donne: una desidera sperimentare tutte le gioie, tutte le passioni, tutte le avventura che la vita può dare; l’altra vuole essere schiava della routine, della vita familiare, delle cose che si possono pianificare e raggiungere. Io sono la prostituta e la casalinga, che vivono nello stesso corpo, e lottano l’una verso l’altra.L’incontro di una donna con se stessa è un gioco che comporta seri rischi. È una danza divina. Quando ci incontriamo, siamo due energie sovrannaturali, due universi che si scontrano. Se nell’incontro non c’è il rispetto dovuto, allora un universo distrugge l’altro"
Così, la narrazione di Maria e le sue continue scelte riflettono un cammino esistenziale che, per quanto non giustificabile, appare comprensibile. Il lettore, affascinato dalla sua vitalità quasi inesauribile, nonostante la perdita di dignità personale, si affeziona a questa protagonista, così genuina nella sua limitatezza.
Altra caratteristica fondamentale da rimarcare, la capacità dello scrittore di mantenere costante il buongusto, per quanto molto difficile, visto l’argomento scottante. Il racconto di Maria, la sua remissività davanti alle scelte che subisce, l’accanimento masochistico contro la propria dignità sono tutti finemente ritratti, senza volgarità gratuita. Tutto funzionale a tutto.
Se da un lato Coelho non dà dimostrazioni di un particolare stile che, personalmente, non ho trovato degno di nota, la narrazione è perfettamente incastonata nella cornice delle parole. Come un piccolo spaccato di vita che è stato regalato, assieme ad un finale scontato che addolcisce e ripaga il lettore di tutte le asprezze passate.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 20 aprile 2005

La poesia dell'anima

Memorie di una Geisha
di Arthur Golden
Editore TEA DUE
1997

1^ edizione originale: 1997 (Memoirs of a Geisha)
pagg. 563

"Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte ad esso siamo impotenti. È come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po' meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto" (pag. 336)

Prima opera di Arthur Golden, Memorie di una geisha riporta a un tempo che sembra tanto lontano da intimorire, mentre in realtà non siamo che agli inizi del Novecento. Un Novecento diverso da quello che siamo abituati a comprendere e ricordare, con una concezione di vita tanto astrusa da sembrare inconciliabile con la nostra tradizione. Invece, grazie alle parole che Golden fa pronunciare direttamente alla protagonista, Chiyo-Sayuri, quel mondo inizia a prendere forma fin dalle prime pagine, senza mai destare problemi di lettura o inutili inciampi. Merito, infatti, è questo stile semplice (ma non semplicistico, attenzione) che scorre di riga in riga. Sembra non avere una meta precisa, mentre in realtà non passa capitolo invano: tutto si inserisce nello scopo principale di riuscire a descrivere la vita di una giovane geisha, senza alcuna pretesa di racchiudere un intero mondo passato. Tuttavia, è proprio questo il risultato di Golden: contrariamente a quanto si fosse forse prefissato, l'esperienza di Sayuri, al di là della bella trama romanzesca alla base, racchiude quanto di più esemplare si possa chiedere: dalla pratica dell'iniziazione, fino all'apprendistato, per poi arrivare alla vera e propria carriera di geisha, interrotta bruscamente per via della Seconda Guerra Mondiale. 
Al filone più prettamente orientalistico, s'intreccia a filo doppio la vicenda personale, con uno scavo psicologico saggio e posato - tipico della cultura nipponica -, ma anche una grande passione per la vita, l'amore e le gioie che Sayuri non può fare a meno di rincorrere, nonostante la sua esistenza già segnata. 
Personalmente, la lettura dell'opera, che qua e là tradisce il lungo lavoro di ricerca dell'autore, ha fatto morire tanti pregiudizi che è inevitabile avere, fintanto che non si conosce una civiltà. Pagina dopo pagina, nonostante la mentalità profondamente diversa, l'attenzione è sempre più catturata dalla vicenda personale, arrivando quasi a dimenticare lo stile povero di Golden e la dilatazione temporale che non sempre è appropriata.
Nell'insieme, una lettura da affrontare a viso aperto, senza paura di scontrarsi con una realtà incomprensibile.
"Il pomeriggio in cui il Presidente e io bevemmo insieme il saké [...], accadde qualcosa di strano. Non so perché, ma, quando bevvi un sorso dalla più piccola delle nostre tre tazze, lasciai che il liquore mi ristagnasse sulla lingua e una goccia mi sfuggì dall'angolo della bocca. Indossavo un kimono nero a cinque strati, con un drago ricamato in oro e rosso che correva lungo tutto l'orlo e mi arrivava quasi all'altezza delle cosce. Mi ricordo che guardai la goccia passarmi sotto il braccio e rotolare sulla seta nera che copriva la coscia fino a fermarsi contro i grossi fili argentei che costituivano i denti del drago. Sono sicura che alla maggior parte delle Geishe quella goccia di saké rovesciata sarebbe apparsa come un cattivo presagio, ma a me quella perla umida sgorgata dal mio corpo e tanto simile a una lacrima sembrò quasi simboleggiare la storia della mia vita- era precipitata nello spazio vuoto, senza alcun tipo di controllo sul proprio destino; aveva seguito un sentiero di seta; si era arrestata contro i denti del drago." (Pagg. 551-552)

Gloria M. Ghioni

lunedì 14 marzo 2005

Vergogna di Coetzee



Vergogna
di J. M. Coetzee
Torino, Einaudi, 2003

Prima edizione: 1999

Il libro di Coetzee, spinto molto dalla critica, vincitore del premio Booker Prize nel 1999, non ha nulla a che fare con il romanzo drammatico al quale si è abituati. Aspro, violento, non risparmia brutture, né cinismi, che vengono presentati in modo sfacciato ad un lettore che probabilmente non si aspetta simili colpi di scena. 
Inizialmente, l’azione appare scontata: professore di mezzaetà, colpito da fortissima attrazione per una studentessa, vive con lei una storia di sesso e viene poi denunciato per molestie. Il protagonista, David Lurie, è il tipico intellettuale poco interessato alla propria materia, vittima di una società dove s’è trovato a ricoprire un ruolo di spicco, senza nemmeno rendersi conto dell’importanza del suo compito. Per le prime cinquanta pagine, circa, la sua passività, quasi inconcepibile, suscita dispetto nel lettore: non ha grosse sfortune, e allora perché lasciarsi vivere?
Questa sorta di Zeno-Cosini africano – la vicenda si svolge nella parte orientale della Provincia del Capo – viene poi brutalmente scosso dal destino che, in pochissimo tempo, lo costringe ad un cambiamento radicale. Allontanatosi dalla sua abitazione cittadina, infatti, senza soldi, fa visita e si trasferisce dalla figlia, con cui aveva mantenuto rapporti formali e poco interessati. Da lì, si sviluppa la vicenda vera e propria, ricca di colpi di scena che, qua e là, rasentano il cattivo gusto, il cinismo e la violenza. Per tutto il libro, la rassegnazione è costante: anche davanti ad aggressioni inaccettabili, tutto è sempre velato da una patina di pacatezza.
Innaturale, si pensa. Naturalissimo, invece, per una realtà molto diversa da questa occidentale a cui s’è abituati. Coetzee decide, com’è stato notato dalla critica, di rappresentare il mondo africano con l’interezza delle sue sfaccettature. Dalla grande forza d’animo della figlia al muto venire a patti con la legge e con la propria dignità.
Nobel per la letteratura 2003, Coetzee non è stato all’altezza delle aspettative. Talvolta, lo stile dimesso e paratattico che si era prefisso, subisce cadute, come se l’autore non avesse avuto abbastanza tempo per rileggere e correggere alcune frasi che, nella loro sentenziosità gratuita, rendono la lettura poco agevole.
Personalmente, il ricordo di “Vergogna” porta solo una grande, globale e anonima amarezza. Niente di più.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 2 marzo 2005

L'agonia delle parole in Tabucchi

Tristano muore. Una vita.
di Antonio Tabucchi
Edizione Feltrinelli,2004
pagg. 162

"Una vita" è il sottotitolo scelto dall'autore, come se questa scarna rivelazione fosse da poco. In realtà, Tabucchi racchiude in queste due parole l'intera vicenda che si sviluppa nel libro: un uomo, Tristano - si noti la valenza semantica del nome -, giunto in punto di morte per cancrena, decide di raccontare l'intera sua vita ad uno scrittore. Lo scrittore in questione, che si siederà al capezzale per l'intero mese d'agosto del 1999, è proprio Antonio Tabucchi.

Così la parola passa direttamente a Tristano, protagonista incontrastato di tutte le 162 pagine di cui si compone il libro. Davanti ai suoi occhi di uomo morente, il passato prende vita, giorno dopo giorno, con quella memoria e quelle parentesi che rendono molto credibile il racconto. Emerge fin dalle prime pagine il comportamento iracondo e altalenante del malato, a volte ben disposto verso Tabucchi, altre volte desideroso di stare col suo dolore e vivere la solitudine. Una solitudine aspra, fatta di ricordi che non potranno essere raccontati, se non in poco tempo, perché l'ora della morte pende sul capo di Tristano e si fa sempre più prossima. Questo incombere, continuo e inevitabile, affiora anche dalla scelta stilistica: Tabucchi, lasciando direttamente la scena a Tristano, fa sì che il protagonista racconti al lettore direttamente la sua vita. I pensieri sono interrotti da frequenti spazi bianchi che isolano le vicende, le frasi sono chiuse da pochi punti fermi, ma soprattutto intervallate da puntini di sospensione, come pause di voce e respiri che danno vita al personaggio.

Il parlato è sempre in combutta con lo stile scritto, ma Tabucchi riesce perfettamente a rendere realistico il dialogo, con interiezioni, esclamazioni, modi di dire e appelli per riottenere attenzione. Dalla storia di vita di Tristano, sopravvissuto alla Guerra Mondiale e combattente per la libertà del suo Paese, emergono poi grandi interrogativi sul concetto di eroismo, specialmente se legato allo strazio del conflitto, ma anche in senso assoluto. Contrapposto a questo, ci si domanda quali siano i valori reali, quando si possa parlare di tradimento e quando di viltà. Tuttavia, i ricordi non sono solo riscoperta e trattazione di ideali, ma anche parentesi strettamente personali, legate a momenti indimenticabili, legati sempre da un velo di nostalgia. È importante notare che, nonostante il realismo, Tabucchi non affronta mai una ricerca espressionistica, ma, al contrario, infittisce il monologo di Tristano di una serie di riferimenti classici, di metafore colte che è difficile far risalire ad un soldato di quel periodo storico. Al di là di precisazioni tecniche, il libro di Tabucchi è una piacevolissima rivisitazione di un mondo che sta lentamente scomparendo, frase dopo frase, con i puntini di sospensione sempre più fitti che conducono all'agonia di Tristano. Leggerlo, significa riscoprire il piacere delle parole.

Gloria M. Ghioni